senzaquorum

affari del secolo

La discussione elvetica sul mantenimento o meno del monopolio pubblico/statale radiotelevisivo ricalca schemi già noti. Ovviamente aspramente criticato dalle destre più o meno popolari. Niente di nuovo sul fronte informativo… classico discorso sulla libertà d’impresa e sulla indispensabile diversificazione creativa. Distribuito laddove sia necessario farlo. In nome della causa neomercantile. In questo caso si tratta, né più né meno, della disputa per l’acquisizione del monopolio dell’informazione: intesa/o in un senso ampio del termine.

Si propugnano ad nauseam politiche deregolamentative a tutto vantaggio della costituzione di nuovi… monopoli privati, attraverso la svendita del monopolio dello Stato. Meccanismo già rivelatosi il vero “affare del secolo” in molti contesti economici. Col pretesto della concorrenza si spiana la strada a grandi gruppi dalle enormi risorse finanziarie. Ma poi, una volta superato/abbattuto trionfalmente il monopolio statale eccoci confrontati con le mega-fusioni strategiche. Con i “vecchi” cartelli. Il mercato planetario gestito da tre o quattro colossi d’azionariato. Déjà vu.

Inoltre la proclamata ampiezza della libertà ottenuta con i monopoli privati implica una plateale smentita circa il significato di libertà naturale e indifferenziata: i monopoli privati non sono altro che dispotismi priva(n)ti: ovverosia grandi organizzazioni centralizzate che si prendono tutta la “libertà” di diventare unici fornitori di servizi: i cosiddetti price maker. Sicuramente illiberali. Fortemente in crescita e (oggi) molto più “ingombranti” degli stati.

Il libero mercato e le privatizzazioni hanno portato a una spartizione mercantile tra pochi attori: le prime 30 catene di commercio al dettaglio, tanto per buttar lì un esempio, gestiscono 1/3 delle vendite mondiali di beni di largo consumo. Il monopolio di Stato è certamente a carico dei contribuenti, ma il monopolio privato lo pagano i consumatori: a giochi irrimediabilmente fatti e soprattutto a caro prezzo. “On croit qu’on se bat pour la liberté, mais en réalité, on se bat pour des monopoles”.

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puntonemo

il discorso dell’amigdala

… Il quotidiano dibattere sul fenomeno migratorio meriterebbe una maggiore attenzione qualitativa, sia nei contenuti sia pure nella forma…

Bisogna pur dire che il discorso ha subìto, nel corso degli anni, un inversamente proporzionale décalage entropico: prima pareva non esistere il fenomeno nella sua ampiezza rilevante, tutto avveniva nelle pieghe di un normale divenire della cosiddetta globalizzazione in corso. Poi si identificò il processo quasi esclusivamente con le migliaia di migranti disperati, fuggenti da guerre o dittature sanguinarie: il lasciare per sempre le risapute, endemiche e violente povertà planetarie.

Poi si iniziò ad ammettere che il neomercantilismo favoriva, tutto sommato, una migrazione essenzialmente economica: braccia e menti costrette ad abbandonare la propria terra d’origine perché carente di opportunità lavorative. Un patrimonio di manodopera in fuga verso una promessa di riscatto individuale. Fino a considerare attualmente la presenza di motivazioni multifattoriali: politiche, economiche, ambientali, demografiche. Insomma, esodi ormai da leggere come strutturali. Quindi la considerazione ultima di una certa inevitabilità epocale.

All’interno di codesto affresco motivazionale, si aprono quegli scenari relativi alle reazioni che tale mutamento sociale ha prodotto e produce. Quindi un dibattere duplice: il primo sulle particolari incidenze – o meno – delle singole motivazioni accennate, e il secondo quello sulla legittimità – o meno – delle contrastanti reazioni provocate dal procedere stesso degli avvenimenti, come per esempio l’assillante questione relativa all’irrazionale paura dell’estraneo. Sintomo pesante la xenofobia, intriso di significati laterali: probabilmente generati da un vero – oppure presunto – radicale timore d’essere contaminati, fino ad attivare l’allarmante paura di una sostituzione tout court delle abitudini culturali indigene degli ospitanti, con quelle dell’ospitato.

Si dovrebbe infine aggiungere la differente incidenza che tali timori contaminanti hanno avuto in relazione allo status economico dei soggetti considerati; per farla breve: un conto è abitare in un quartiere popolare, altro conto è vivere in un quartiere “esclusivo”. Insomma la questione dei ghetti: siano essi bastioni di evidente ricchezza, siano essi sedimenti di squallida povertà. Le cosiddette disuguaglianze di reddito – e di potere – ereditate da una lacerante destabilizzazione sociale, possono incidere considerevolmente sul tipo di lettura e di risposte relative agli sconvolgimenti in atto.

In realtà una ponderata riflessione meriterebbe, appunto, il poter considerare approfonditamente i vari piani del dibattere. Analizzare i vari aspetti nella loro specificità. Non dico separatamente, cioè in compartimenti impermeabili, tuttavia evitare di saltabeccare da un piano all’altro annullando ogni possibile e oggettiva analisi. Certo, si potrebbe sgombrare il campo da ogni aspetto razionale affrontando il fenomeno migratorio esclusivamente da una prospettiva di tipo affettivo. Il cosiddetto discorso dell’amigdala che difficilmente e purtroppo, riuscirebbe a considerare quanto la posizione antagonista possa perfino contenere delle verità inoppugnabili.

rif.0154

 

 

 

 

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postrelativo

paradigmi superati

Il neoliberismo non identifica una eventuale forza economica tenendo conto del concetto di Stato, tantomeno di Nazione. Probabilmente ciò che gli interessa è classificare unicamente l’ubicazione geografica di isole di benessere galleggianti sopra vasti territori regionali di povertà. Tuttavia buona parte del cosiddetto ceto medio si ostina a considerare come implicito un ormai obsoleto ragionamento nazionalista.

Le graduatorie di successi e d’insuccessi a carattere nazionale hanno raggiunto il minimo storico. È rimasto probabilmente lo sport a caratterizzare presunte superiorità/inferiorità nazionali: “Svizzera sul gradino più alto/ Trionfo degli austriaci/ L’Italia porta a casa otto medaglie/ Russia: medagliere da record/ Gigante uomini agli Usa/ La nazionale canadese domina/ Altro oro per la Germania. Biathlon alla biatleta bielorussa/ Kazakistan fanalino di coda.” E via di questo sport. Giù giù fino al non così remoto… oro al francese con genitori italiani e nonnni austro-ungarici. Quanti nobel, scienziati, saggisti, cervelli, (in fuga o stanziali) un territorio abbia infine offerto alla Storia (generato, creato, formato) ormai non conta più.

Infatti le economie performanti crescono e si sviluppano con manodopera migrante, (schiavizzata/coccolata, provvisoria/naturalizzata) importata, assunta, spostata, esclusa. Un mercenariato di menti e di braccia utilizzato per un puro meccanismo di conquista dei mercati. Si dovrebbe approfondire questo fenomeno invece di piangere inutilmente sulle statistiche nazionali di povertà risultanti dagli sconquassi neomercantili. Certo, vi sono ancora territori che hanno lavorato sodo, per costruire un sistema-Stato efficiente, e altri che hanno fatto poco o nulla: hanno preferito esportare i vasti problemi interni.

Prendiamo la Confederazione elvetica, (che con il suo sempiterno cliché degli orologi a cucù) più che un luogo comune è diventata una piacevole certezza. Come pure convinzione imperitura sono il cioccolato, i treni in orario e, perché no, l’altalenante segreto bancario. Una forma di recinzione identitaria di stereotipi mitizzati, che evita agli amici forestieri di dover considerare “altre” specificità elvetiche. Per esempio gli strumenti della democrazia semi-diretta. Ma sì, mettiamo pure anche la volontà di crescere e di migliorarsi anche per mezzo di una formazione superiore eccellente. La Svizzera è tollerata ma non è amata. Accettata come un “opaco” territorio con un reddito superiore che offre opportunità professionali favorevoli al cambio. Nulla più. Con buona pace del nostro orgoglio nazionalistico. Questo meccanismo non risparmia nessuno, nemmeno noi. Eredi di Tell.

 

 

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maidirepost

condizioni superabili

L’ideologia mercantile è la negazione stessa dello stare insieme (costruire, formare, educare… pagare) , ed e anche la scomparsa del senso di comunità. Il sistema-mercato conta sulla spinta competitiva, induce alla lotta personale finalizzata all’accesso alle migliori opportunità. Un’attività non condizionata da un territorio, un agire non “stanziale” sono le ricette indotte.

Probabilmente uno su mille riesce a coniugare tutta o una parte della sua esistenza con codesti “altri valori”. Alla condizione di essere in possesso di una formazione “adeguata” proprio come le merci: just in time. Ma mille ci provano e questo basta per mandare avanti il sistema. Le migrazioni economiche si situano in questo contesto.

In fondo ci sarà sempre chi sta meglio, ci sarà sempre un primato economico da dover raggiungere per soddisfare quel vitale bisogno di riuscita personale. Certo è che esistono contesti di partenza estremamente eterogenei. Questi sono determinati dalla situazione storica, politica ed economica che una comunità ha saputo costruirsi (oppure ha dovuto subire). Ciò diventa il contesto sociale dal quale si si parte o addirittura si fugge.

D’altro canto la cosiddetta unità antropologica degli esseri umani spesso reclamata dai progressisti sarà pure un ottimo ideale, ma le diseguaglianze economiche (perfino in crescita) impediscono quelle condizioni essenziali di equità senza le quali la libertà è appannaggio dei pochi. Per gli altri rimane la titanica lotta della pura sopravvivenza anche attraverso poderose migrazioni geo-economiche.

Esclusi i contesti in guerra, il lasciare la propria comunità originaria permanentemente è un sacrificio determinato da condizioni di inaccettabilità talvolta superabili.  Anche perché il costo di un abbandono potrebbe essere orientato invece a un  impegno finalizzato alla soluzione dei mali che affliggono la comunità anagrafica di appartenenza: migliorare le condizioni comuni di partenza piuttosto che cercarne altre precostituite, potrebbe essere una proposta coerente con il bisogno di autodeterminazione.

Si storce il naso sui salari da fame indigeni e si collezionano giocattoli elettronici prodotti dall’altrui schiavitù. Si digeriscono tali incongruenze giustificandole con assurde questioni relative a condizioni meritocratiche. Sarebbe necessaria una riflessione sulle disgraziate identità locali per rilanciare un vero e urgente agire globale.Tuttavia la dottrina individualista contemporanea esclude ogni ipotesi in tal senso.

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intramoenia, tastodolente

marZiani

Immaginate un marziano (con la zeta!) che avesse il tempo e l’opportunità di leggere i titoli della nostra stampa.

Un assaggio?

Giappone sul gradino più alto/ Trionfo dell’ Australia/L’Austria porta a casa otto medaglie/ Russia: medagliere da record/ Finale uomini agli Usa/ Altro oro per la Germania/ Il Re è uno svizzero/ L’Italia fa da maestra/Il curling parla solo canadese/ Biathlon alla biatleta bielorussa/ Kazakistan fanalino di coda/ Russia, Norvegia e Canada: il podio finale.

Titoli giornalistici evidentemente associati al più roboante e “sportivo” nazionalismo probabile. Tutto in nome delle demarcazioni disegnate dalla Storia e dall’amigdala. Così, il marziano colla zeta, assumerebbe la convinzione che i concetti di: Nazione, di Popolazione, di Radici, di Qualità Originarie Sportive, Etniche, Patriottiche e perfino Statali siano sul Pianeta Terra le cose profondamente determinanti del nostro vivere quotidiano.

Per contro, se lo stesso marziano “zeta” si ritrovasse (accidentalmente) a dover leggere (sulla stessa stampa) i propositi antropologici elencati nelle pagine di economia e finanza, come pure in quelle culturali, si ritroverebbe con titoli inneggianti a un’opposta rappresentazione. Un’indotta e altrettanto gravosa proposta di apertura, di comunanza. Lì sono tessute le lodi di un mondo Extraterritoriale, Multipolare, Cosmopolita, Migrante, Organico e Onnicomprensivo, senza bandiere e senza frontiere, senza Patrie e senza confini. Oserei dire perfino irenico. Tutto in nome della Condivisione. O del profitto.

In questa dissociazione tra il nazionalismo sportivo delle madrepatrie e il globalismo economico  planetario, si gioca l’oblio dei problemi. Nei due casi una dicotomica manipolazione.

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