senzaquorum

certezze fantasmatiche

Dal lontano e controverso adagio che esprimeva quanto le religioni fossero l’oppio dei popoli, oggi con maggiore concretezza si potrebbe affermare quanto il far credere – al 70 per cento della popolazione esclusa da ogni risorsa – che la ricchezza prodotta possa essere a beneficio di tutti, risulti essere drammaticamente ancor più calzante. In ogni caso non vi sono, attualmente, concreti segni di disapprovazione. Probabilmente ciò è il risultato di un capolavoro propagandistico.

Lo si è definito il colpo di Stato miliardario – iniziato all’incirca 35 anni fa – con la complicità dei grandi apparati mediatici alcuni dei quali proprio sponsorizzati dai miliardi incamerati dall’«esclusivo» big business, passando per le università dal pensiero unico, da intellò carrieristi, poi dai governi teleguidati, così da arrivare a convincere della bontà dell’inganno perfino coloro che ne sono vittima. “A forza di vedere tutto, si finisce per sopportare tutto. A forza di sopportare tutto, si finisce per tollerare tutto. A forza di tollerare tutto, si finisce per accettare tutto. A forza di accettare tutto, si finisce per approvare tutto”: ciò disse Agostino. Un marxiano userebbe il termine di alienazione.

L’inganno funziona anche, in gran parte, per l’indeterminatezza dei mandanti. Le nuove tirannie non hanno più il volto severo dei superati sistemi pre-consumistici, né tantomeno (per ora) il volto del despota sanguinario dei totalitarismi del novecento. Il consenso si fonda sulla la sistematica riduzione a somma d’individui più o meno soddisfatti dei propri consumi o schiacciati dal perenne desiderio di poter modificare lo status di precari.

Rompere il velo di impostura sceso sul mondo dei più – abilmente tessuto da chi sta in cima alla piramide – è una delle molteplici missioni impossibili nostre contemporanee . C’è chi si è spinto a paragonare il drammatico periodo socioeconomico attuale, al sacrificio di un intera generazione come avvenuto (con tutti i distinguo di merito) nel corso del primo conflitto mondiale.

Uno studio d’oltreoceano del ’96 evidenziava quanto la fascia di popolazione tra i 18 e 21 anni credesse possibile – per il 65% di loro – poter raggiungere un reddito annuale di 100 mila dollari grazie al proprio impegno attraverso il lavoro. Ora sappiamo che codesto traguardo è stato raggiunto da ca il 7%. Quindi alla base di questo immaginario punto d’arrivo sta probabilmente un enorme errore di (auto)valutazione. La cosiddetta «certezza fantasmatica» delle lotterie. Appunto: quella convinzione “esogena” che è alla base dell’accettazione di una scommessa impossibile.

La volontà di seguire i propri sogni con la prospettiva di poterli realizzare per propri meriti ha assunto il potere di un talismano. In altre parole si sostiene – per esempio – quanto il grado di formazione, di volontà, di preparazione, insomma di «merito» apra le porte al successo. In realtà fatti incontrovertibili dimostrano che anche tra i… «meritevoli» la disoccupazione impera. I working poor pluri-laureati degli stage infiniti e gratuiti ne sono la dimostrazione.

 

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differente

ciò che rimane.

Che cosa in realtà sia stato il «sessantotto» è oggetto di ampio dibattito. Molti lo indicano come la causa scatenante dell’attuale crisi valoriale. Certo il sessantotto non fu lotta contro il capitale inteso come processo economico trainante; fu soprattutto una rivolta contro la borghesia e i suoi valori: l’etica del limite e il concetto di autorità, nel senso più ampio dei termini. In fondo ciò che determinò quel periodo, fu proprio il volersi liberare del vecchio modo di intendere i rapporti sociali, generazionali, economici, superare quegli aspetti limitativi con i quali fino ad allora si era convissuto e che si sapeva di non poter oltrepassare.

Un contesto storico che ha comunque cambiato lo stile di vita di un’intera società, che ha  modificato il diritto di famiglia, consolidato l’emancipazione femminile, che ha segnato il passaggio – non certo verso una società del comunismo – aprendo invece in modo definitivo a quella del consumismo: «dove tutto ti è possibile purché tu sia in grado di comprarlo». Anche se molto studiato, considerato e commentato, il sessantotto, risulta comunque difficile sintetizzarlo in rapide righe riassuntive.

Pochi tuttavia si sono interrogati con uguale zelo e passione relativamente ai cosiddetti «anni ottanta». Si potrebbe – rimanendo in un ambito di sintesi – poter affermare quanto gli anni ottanta si siano presto subordinati al concetto di affermazione individuale, quindi a un individualismo egocentrico, all’attenuazione dell’impegno sociale, al mito del privato. Lo Stato nazionale, un tempo inteso come ambito di sovranità democratica, viene relegato a ingombrante residuato anacronistico. Da qui la crisi del senso civico collettivo e la sempre più forte considerazione dei rapporti di forza, di potere e di successo individuali. Termini quali eguaglianza e solidarietà, odorano ormai di blasfemia. Chi osa pronunciarli viene immediatamente tacciato di cavalcare ideologie decadute. Il sapere viene trasformato in un bene di consumo. La ragione è misurata in termini quantitativi. Il marketing oltrepassa il capitale culturale.

Difficile se non impossibile stabilire cosa esattamente si abbia ereditato del sessantotto e quali siano state, invece, le ricadute ideologiche degli anni ottanta. Tuttavia da lì in poi si afferma il procedere del liberismo duro e puro le cui derive sono oggi dilagate nell’ideologia delle post-ideologie.

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postnotes

governanti e governati

La gestione del processo di integrazione delle eterogeneità culturali presenti in uno specifico territorio è un tema considerato prioritario. Sia per i fautori del concetto di assimilazione “repubblicano” sia pure per i garanti del contemplato arricchimento socio-culturale, quale risultato “della globalizzazione delle eterogeneità”. Si afferma con forza e rigore disciplinare quanto l’eterogeneità culturale territoriale possa essere determinata da una “omogeneità all’interno delle parti” che la compongono in scala minore. Quindi eterogeneità quale riconoscimento della “differenza”, considerata tuttavia in funzione integrativa.

Pur tuttavia esistono studi secondo i quali gli individui liberi e autonomi parrebbero essere portati a scelte identitarie: il grado di reddito, di formazione, di cultura, di credo ideologico, di culto, eccetera, sono presupposto di agglomerazione. Per cui potrebbero essere i gruppi identitari – organizzati su piccola scala – gli unici a determinare un “ideale” tessuto sociale eterogeneo su scala globale. Il grado, i tipi di eterogeneità e il numero degli utenti sono tuttavia elementi non sempre considerati. Come pure il territorio di adozione, nel quale è comunque presente una comunità “nazionale” integrata, spesso e ancora numericamente maggioritaria. Infine l’armonia sociale si fonda su il concetto di Stato democratico considerato come un istituto all’interno del quale si coopera per la ridistribuzione dei rischi.

Sappiamo tuttavia che il sistema economico globalizzato non è interessato a un “territorio nazionale di appartenenza”: cioè identificato da un’ingombrante storia comune: la discussa ⟪Heimat⟫. La dottrina individualista vuole un’economia fatta soprattutto di attori singoli e non è direttamente attenta al concetto identitario, tantomeno a quello nazionale. Il territorio economicamente preferibile dall’economia emergente sarebbe da intendere come un contenitore dentro il quale possano convivere individui con identità plurime, magari organizzati in comunità omogenee al loro interno, non necessariamente comunicanti tra loro. Unico prerequisito: il bagaglio formativo individuale utile al sistema economico.

Da qui il pesante contrasto politico ai movimenti nazionalisti. Sostanzialmente definiti populisti e discriminatori, eticamente da emarginare, ritenuti eretici nei confronti della dottrina mercantile mondializzata. Tanto più che si vuole descrivere la globalizzazione – con il suo reale o supposto multiculturalismo – come una stagione rivoluzionaria progressista.  Un futuro promettente, un svolta storica: da un obsoleto separatismo territoriale sterile e minaccioso, a una fertile unificazione delle intelligenze produttive.  In altre parole al governante non interessa se il governato sia «un popolo» oppure un «insieme di popoli». Non importa se i governati desiderano vivere in comunità multiculturali,  multietniche, più o meno occupate, segregate, enclavizzate, incomunicanti, perché il rapporto assumerà sempre più l’aspetto di un neo-colonialismo economico.

Per contro le differenze economiche, con i conseguenti privilegi culturali da una parte, come pure la segregazione abitativa, la divisione delle tipologie lavorative dall’altra, determinate dalle differenze di status, quindi di collocazione sociale, manifestano già ora una spietata stratificazione verticale della società. Benché ben camuffato da un opaco concetto di meritocrazia, ciò diventa un obiettivo sempre meno sottaciuto. Nella narrazione quotidiana viene data un’enorme importanza all’invecchiamento della popolazione attiva, relativamente minore importanza all’aumento della disoccupazione. Non cogliendo appieno la presenza di un aspetto contradittorio.

Il problema si porrà più in là nella gestione di eventuali possibili contrasti tra gli attori in gioco. Un tema poco affrontato perché aprirebbe la delicata questione delle conseguenze ultime delle differenze, probabilmente inconciliabili, tra le parti, ciò che potrebbe determinare dei  conflitt di appartenenza, di stato sociale, di consuetudini culturali, di grado di benessere acquisito: di esclusione, di inclusione. Per contro il declino, per non dire il fallimento, del potere integrativo degli stati si apre ad alternative prive di risposte certe, comunque tendenti a voler sempre più considerare una probabile  – per alcuni auspicata – fine dello stato-nazione. In altri termini il concetto di condivisione intenzionale di un territorio – sulla base di un progetto condiviso(*) – segna il passo.

C’è chi immagina (prevede) una società a struttura piramidale (polarizzazione verticale) con alla sommità i vincenti del sistema globalizzato, un’élite fautrice di un processo  mondializzato  basato su comunità (tribù) autonome – con il sostegno di un importante processo ideologico condiviso da una supponente intellighenzia – anche per il semplice fatto che la condizione esistenziale dei governati, non avrebbe un peso rilevante. Per cui non è escluso l’emergere di forme di gestione territoriale –  a causa dell’evidente crescita delle disuguaglianze – finalizzate all’attenuazione dei procedimenti democratici, al limite dell’autoritarismo, soprattutto in momenti di crisi.

In ogni caso si porrà sempre più il tema del controllo di una società dalle profonde differenze sociali.  Sappiamo già sin d’ora che tutto si svolgerà probabilmente sotto la tutela di un gruppo dirigente elitario che imporrà politiche intransigenti perché giustificate da esigenze economiche lette come inevitabili. La famosa ⟪Golden Straitjacket⟫: “La vostra economia (magari) cresce e la vostra politica (sicuramente) si restringe.”

(*)

«Democracy is based on the rule of law. Democracy works only within distinct borders and among people who feel themselves to be part of the same nation. A “global community” cannot be a national democracy. And a national democracy cannot command the allegiance of a billion-dollar global hedge fund, with its headquarters in a tax haven and its employees scattered around the world.»

https://www.washingtonpost.com/opinions/what-the-occupy-protests-tell-us-about-the-limits-of-democracy/2011/10/17/gIQAay5YsL_story.html?utm_term=.12c5e9d4a798
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mykanban

indignazione quotidiana

Ebbene sì, siamo qui ancora a disquisire di populismo. Ma se è pur vero, come sembra, ed è già stato scritto che “il populismo si manifesta in quella parte di popolo che non si sente rappresentata”, bisognerebbe allora cominciare a considerare tale fenomeno come un sintomo. Un grido disperato che ci richiama probabilmente a quella infinita lista di obiettivi mancati che le sedicenti élite pigliatutto avevano cinicamente promesso di saper raggiungere in souplesse.

Certo essere populisti potrebbe anche significare l’utopico desiderio di vedere esclusivamente “il popolo” – insomma la gente comune – come un risanatore omogeneo, buono e saggio, magari evitando di ammettere che un colpo di scopa a quella che viene definita partitocrazia potrebbe lasciare un vuoto di potere insidioso. Con l’intento di percorrere la via democratica e il rischio di vuotarla del suo senso più specifico.

Come tuttavia non scorgere nell’imperante sistema, nella cosiddetta governance globalizzata, un apparato speculativo democraticamente opaco fatto di businessman, lobbisti, quindi politici organici a questo meccanismo, applicatori di sistematici interessi circoscritti, noncuranti dei reali conflitti innescati da una politica oramai consapevolmente tesa alla disuguaglianza redditocratica.

Oggi, tuttavia, sembrerebbe invece che il concentrarsi ossessivamente sul sintomo diventi quel classico escamotage per non voler/saper affrontare la causa scatenante. Per cui si assiste allo squallido teatrino impegnato a recitare una quotidiana e ingiustificata indignazione, verso coloro che manifestano il loro disagio con un linguaggio poco adeguato alle consuetudini di chi sta alla sommità della scala sociale. Lo si fa stigmatizzandoli con sermoni prefabbricati che non fanno altro che riaffermare la legittimità di quel risentimento.

 

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postrelativo

ingegnere coi baffi

Come si fa a restare aperti alle imprese e chiusi agli individui? Facile! Prima allarghi il perimetro poi lo chiudi”. Suggeriva una tosta ricercatrice. Questo basta per tenere in piedi un sistema di schiavitù. C’è pure chi nega una sacrosanta autodifesa salariale regionale, tentando di spostare il dibattito su livelli di scala superiori per cercare di nascondere – per poi giustificare – lo sfruttamento innescato da un insaziabile neoliberismo egemonico, cosicché tutti schiavi, nessuno schiavo.

Il problema dei cosiddetti “migliori/adatti/capaci/abili” è vecchio quanto la storia economica. Un lungo discorso che necessiterebbe un post chilometrico. Tuttavia il problema della disoccupazione micro-territoriale d’ognidove mi sembra evidente. Più il bacino di acquisizione di manodopera si allarga territorialmente (circondario, regione, continente) meno possibilità vi sono per i residenti di piccoli contesti di essere – statisticamente – scelti anche a parità di (“migliori”) competenze.

Perché puoi certamente assumere un ingegnere coi baffi pluri-laureato indigeno, ma se allarghi il bacino di ricerca, potresti assumerne uno {che-viene-di-lontano} con le identiche competenze: perfino senza baffi se meglio ti aggrada esteticamente. Certo potresti assumere il primo, volendo. In un contesto allargato, con ogni probabilità opteresti per il secondo, oppure sceglieresti la terza opzione se, putacaso, se ne presentasse uno con i baffi e pure la barba e con poche pretese salariali. E se mancasse una figura femminile al tuo team… vai con un’ingegnera. Anzi, per meglio scegliere, prima ti faresti inviare una fotografia dalle numerose candidate: prassi ormai consolidata nella cosiddetta “gig economy”.

Se vuoi una squadra “migliore” allarghi il contesto. Non ti fermi a quelli che giocano nel campetto sottocasa. Per cui il problema non è la squadra dei “migliori” – dei più utili – che è una cosa relativamente facile da formare. Il quesito è che cosa farne degli esclusi. Perché gli esclusi saranno la maggioranza. Insomma la gara per l’acquisizione di posti di lavoro è matematicamente persa per le comunità periferiche: nel senso che non si hanno numeri sufficienti per controbilanciare la grandiosa concorrenza globale.

In altre parole nel mondo del lavoro è in corso una brutale rivoluzione: c’è lavoro esclusivamente per coloro che sono ritenuti i più adatti alla condizione specifica. Si procede ad una distillazione individualistica per mezzo d’impietosi colloqui di lavoro: si estraggono da uno sconfinato bacino di utenza, le poche unità necessarie: gli altri sono condannati ad una permanente disoccupazione. Anni di battaglie laburiste gettati alle ortiche. Come si regge tutto questo cataclisma? Lo si fa attraverso la manipolazione dell’informazione, nel presentare il processo come inevitabile, attuando lo spostamento degli interessi reali della gente verso obiettivi fasulli.  E non è una novità.

In tal modo viene ricostruita la piramide verticale che tanto mancava alle aristocrazie privilegiate. L’obiettivo ultimo è sempre quello di abolire le restanti difese sociali del “produttore non privilegiato di ricchezza“: il lavoro perde la dimensione di valore, e la società civile si trasforma in un gigantesco bacino di manodopera emergente priva(ta) di una minima cultura del welfare. Dal Welfare al Far West.

Quindi ora sappiamo che una delle tante cose che non ti dicono sul neocapitalismo è proprio questa: la concorrenza, anche profondamente penalizzante tra lavoratori è intrinseca alle leggi capitalistiche. Se accetti il paradigma capitalista devi pure accettare di essere messo fuori gioco anche dalla matematica. Dalla legge dei numeri, intendevo dire. Fine della storia. Proprio come diceva Fukuyama che non era coreano, bensì americano di origini giapponesi.

Ora per gli esclusi del calcetto una soluzione si trova (quasi) sempre. Ma per il mondo reale del lavoro bisognerà ragionarci sopra: un problema assai impegnativo. E che magari, forse, potrebbe anche eventualmente essere risolvibile politicamente… ma che politicamente rischia di mai essere risolvibile. Fine del concetto. C’è voluto un secolo politico per finalmente inquadrare la secolare faccenda. Uno “sconfinato” quesito che potrà essere affrontato (magari risolto) solo dai governi. Migliori.

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overpost

distretti adottivi

Con ogni evidenza si sta affermando un concetto secondo il quale non esisterebbero enormi differenze di principio tra le varie tipologie migratorie: da quelle innescate da conflitti armati in corso, oppure determinate da insostenibili regimi oppressivi, con gli altrettanto imponenti esodi di tipo economico. Siamo in presenza di motivazioni multifattoriali: politiche, economiche, ambientali, demografiche. Insomma, diaspore ormai da leggere come strutturali. Quindi la considerazione di essere di fronte a un processo sistemico.

Il fenomeno migratorio è prodotto da condizioni di partenza specifiche: una guerra in corso, un clima di insicurezza e di violenza spesso derivato da un regime dispotico irremovibile, da una carestia, da un disastro ambientale, oppure da una situazione economica precaria. Siamo tutti consapevoli dell’inumana qualità di vita dalla quale fuggono gran parte degli attuali migranti. Scenari ben noti, dove la maggioranza di loro è senza occupazione, confrontata quotidianamente con la corruzione dilagante e un’endemica violenza urbana. Le ragioni di ogni scelta migratoria individuale* sono ben definibili: lasciare un territorio dove l’esistenza appare, per ovvie ragioni, insostenibile, in molti casi anche semplicemente insoddisfacente, per cercare e forse trovare, un luogo che sappia offrire condizioni accettabili. Una scelta del tutto razionale.

Esiste tuttavia, nel processo migratorio, un secondo presupposto specifico: il territorio adottivo. Caratterizzato, si suppone, da una struttura politica efficiente, con uno status economico saldo e un buon grado di sicurezza interna: vale a dire un ambito che ha potuto/saputo assicurarsi una stabilità di particolare richiamo. Difficile identificare la genesi delle risorse di un territorio. È probabile che la prosperità economica e il grado di sicurezza interna provengano da scelte politiche sviluppatesi e consolidatesi nel tempo. Sicuramente contrassegnate da conflitti anche profondi finalizzati tuttavia all’emancipazione della popolazione residente, così da poter affermare lo stato di diritto nella sua essenza migliore. Un patrimonio che attualmente segna il passo.

È peraltro evidente che la reale fisionomia del contesto ricevente non è omogenea, come spesso s’immagina. Meglio detto: non tutta la popolazione del territorio ospitante gode di una condizione invidiabile. Vi sono anche nelle realtà ospitanti sacche di precarietà inumane, alti tassi di disoccupazione, ghetti abitativi insicuri. Insomma, anche in codesti ambìti àmbiti, vige una crescente segregazione sociale determinata dalle pesanti disuguaglianze di reddito.

In realtà si tratta, appunto, di una questione sociale piuttosto che ideologica. Il numero e la specifica condizione esistenziale delle persone coinvolte nel fenomeno, sono determinanti. Dall’una e dall’altra delle parti in gioco. Difficile, se non impossibile quindi il poter definire il numero di neo-residenti che una qualsivoglia patria adottiva, diciamo così, è in grado di ospitare senza essere confrontata con un’instabilità permanente. L’organizzazione politica degli stati si fonda essenzialmente sulla cosiddetta etica normativa condivisa: cifra essenziale della capacità integrativa dello stato di diritto. Con la perdita di questo delicato equilibrio si corre il rischio di trasformare la realtà del territorio adottivo in una situazione sociale pronta a favorire le ragioni che hanno innescato la fuga migratoria iniziale.

Già sappiamo delle oggettive difficoltà esistenti all’interno delle grandi città occidentali nel far coesistere popolazioni con gradi di reddito dissimili: parrebbe non esistere neppure una semplice coesistenza, si parla per lo più di apartheid. È per altro già dimostrato il preoccupante e negletto problema residenziale organizzato con la logica delle zone abitative condivise tra consimili. Qualcuno ha definito tale tipologia abitativa un passo verso il neo-tribalismo. Ovverosia la frammentazione della popolazione in una illimitata gamma di tribù. Un contesto disgregato in unità tribali separate per gradi di potere, di reddito, cultura, formazione, di credo e di idiomi. E per quanto possa valere la mia opinione, con buona pace dell’etica normativa condivisa.

*

Albert Hirschman, tra le altre cose, scrisse un breve saggio che lo rese famoso: “Exit, Voice and Loyalty”. Tradotto in italiano con il titolo “Lealtà, defezione, protesta”. Di fronte al declino dell’organizzazione partitica, all’inefficienza e ai segnali di disgregazione di uno Stato, il cittadino ha davanti a sé due opzioni: defezione (andarsene) o protestare. La scelta dipende essenzialmente da un terzo fattore: il grado di attaccamento, anche emotivo, verso l’entità di riferimento. Se c’è “lealtà/Loyalty”, il costo della defezione è più elevato: invece di abbandonare il campo, il cittadino sceglie la protesta, nel tentativo (comune) di migliorare le cose.

 

 

 

 

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intramoenia

prestigio territoriale

Seppure immersi in una sconfinata globalizzazione si moltiplicano tuttavia quegli ambigui e impercettibili soft-nazionalismi diffusi, in dosi inquietanti, dai canali informativi nazionali: risultato dell’altrettanto pressante competizione economica e politica tra gli stati, quindi anche propagandistica . Iniziando dai già citati e altalenanti ma sempre incombenti risultati sportivi, anche individuali, assunti sempre più a simbolo – soft – di una reputazione nazionale spendibile; enfatizzati oppure celati, in relazione all’obiettivo che si vuole raggiungere.

Per arrivare infine al sempre più subdolo modo di raccontare, in ambito giornalistico, i livelli – per esempio – d’inquinamento delle città, oppure il tasso di criminalità registrato sul territorio, il determinarsi di sciagure di vario genere, umane e ambientali, il saldo attivo/passivo dei senza lavoro, come pure altre voci statistiche, indici di graduatorie di merito relative alle capacità di gestione del sistema-stato. Informazioni spesso accompagnate da perentori giudizi, utilizzate per mettere in rilievo le proprie competenze, oppure – usate in negativo – per evidenziare le lacune e le inadempienze dell’altro. Parafrasando il poeta si potrebbe affermare che tutto quello che funziona siamo «noi», tutto quello che non funziona sono «loro».

Così facendo viene riconosciuto quanto l’appartenenza a un territorio (stato/paese/nazione/patria) determini poi quell’identificazione simbolica nei confronti dei pregi e dei difetti tipici di una comunità politica e territoriale; in altri termini: una reputazione a carattere nazionalistico. Una traccia interpretativa che parrebbe derivare da una storia e da una cultura condivise, come pure da specifiche qualità intrinseche assimilate, oppure apprese ipso facto, quale elemento identificativo comune della popolazione di quel luogo.

Insomma, anche la voce degli establishment nazionali, non tralascia di ricordarci quanto il sentimento di appartenenza a una comunità specifica – con la sua storia e la sua cultura – sia, tutto sommato, una risorsa propagandistica finalizzata magari alla crescita del prestigio sociale territoriale: “La forza delle nostre radici ci permette di essere accoglienti”. Perfino – eccoci – quando si vuole spiegare l’alto significato etico e civile di una seppur complessa integrazione dei nuovi nativi non si sfugge a un richiamo implicito e diretto di identificazione territoriale, e cito: “Chi nasce e cresce nella nostra società e condivide gli ideali e i valori, parla la stessa lingua, frequenta le stesse scuole, vive le stesse esperienze è parte integrante della nostra comunità quindi della nostra nazione.”

À suivre.

 

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minimodire

liberamente acquisito

Ci si sorprende talvolta – nel leggere documenti redatti da colti accademici – individuare l’espressione di fallaci concetti di libertà come pure il dimenticare, acriticamente oppure per ideologia spicciola, quanto l’esistenza umana sia, ancora oggi, pesantemente contraddistinta da forme di acquisizione di reddito discutibili, da patrimoni incamerati con metodi scandalosi, da inossidabili nepotismi, da privilegi e da privilegiati, da strutture monopolistiche illegittime; perfino da intellettuali chic che dai propri blindati territori recintati, sentono il dovere cool di fustigare tutti gli altri civici confini di contenimento. Il tutto gestito da una potente politica autoreferenziale che fa perno su un cinismo morale/ideologico/esecutivo finalizzato al potere. Quindi quando si parla di libertà sarebbe meglio chiarirsi prima, che cosa esattamente si voglia intendere.

Sui sistemi di acquisizione di ricchezza è ormai tempo di ammettere che, sempre più evidenti, emergono quelli illegittimi, che si basano, in buona sostanza, su condizioni specifiche di privilegio magari ereditate, talvolta sottratte con dolo, tuttavia spesso confuse con un supposto merito. Ciò che permette di avere un notevole vantaggio su tutti gli altri. E mi riferisco anche a molte delle “liberali” iniziative private sempre alla ricerca di una via di fuga erariale. Nelle disparità economiche così instaurate si insinuano, oltre alla evidente e diversa quantità di risorse incamerate, altri subdoli fattori discriminanti: i cosiddetti simboli redditocratici. (*)

Si interpretano e quindi si giudicano i gusti individuali come segni distintivi del gradino sociale di appartenenza: dalla cultura tout court evidenziata, alla padronanza della/e lingue; dalla semantica utilizzata nelle conversazioni, alle letture esibite; dal modo di abbigliarsi, fino alla cura corporea che ci può pure permettere d’intuire lo stile alimentare assunto. Tutto ciò fa parte di un corollario sociale che stabilisce separazioni – discriminazioni – probabilmente determinanti. Mentre il pregiudizio razziale è giustamente e ampiamente condannato, i pregiudizi di classe, in realtà, non godono di alcun interesse. Bourdieu ha ben inquadrato tali recinti negletti con il termine di violenza simbolica.

Anche la «Giustizia» (amministrata – per ora – dagli Stati) che si reputa “uguale per tutti” in realtà sappiamo quanto sia concetto superato. Il povero lestofante preso con la marmellata sottratta al supermercato, magari difeso da un avvocato d’ufficio distratto, si becca più giorni di prigione di un banchiere fraudolento “protetto” da cinque attenti prìncipi del foro liberamente prezzolati: non è difficile oggi incontrare perfino chi ritenga legittima questa “liberale” condizione del «Diritto».

Per farla breve: la società (anche moderna) si regge su situazioni esistenziali di profonda ineguaglianza e da condizioni di privilegio spesso molto opache. Molte di queste ogni tanto discusse perché facili bersagli, altre poco, oppure affatto considerate perché ritenute fatalmente imposte dai rapporti di forza, che oggi ci si ostina a ritenere condizioni di merito. Già tentare di dirimere codesto guaio è impresa ardua. Oltretutto perché ci si avvia a considerare sempre più politicamente corretta questa inderogabile condizione di privilegi liberamente acquisiti.

(*)

Parrebbe che la popolarità dei Suv nasca, oltre al desiderio di “marcare” il proprio status economico*, anche da una crescente diffidenza verso il prossimo e dalla necessità anche solo presunta di doversi proteggere “dall’altro”. Nel saggio Driven to extremes, Josh Lauer si è chiesto come mai, per esempio, la durezza rigida dello styling – tipica di molti suv – sia oggi più apprezzata dell’eleganza fluida suggerita dalle gallerie del vento; la sua conclusione è che questa tendenza rispecchia l’atteggiamento di molti utenti teso a dichiarare apertamente il proprio ruvido individualismo: codeste grandi automobili nascono probabilmente da uno spirito stradale… “aposematico”. Un car-designer specializzato individua nell’aspetto corazzato del suv l’intenzione simbolica di voler mettere il più possibile in soggezione potenziali avversari, insomma: sono vetture per la “giungla urbana”, dai nomi espliciti: outlander/pathfinder/cherokee/wrangler/trooper/defender/raider) dove l’altro è ormai visto quasi esclusivamente come minaccia alla propria incolumità.
* (nel Regno Unito portano l’appellativo di “Trattori di Chelsea”. Chelsea è ovviamente uno dei quartieri più ricchi di Londra)
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scambi felici

I confini tracciati sulle carte resteranno con ogni probabilità l’ultimo ostacolo da abbattere per poter infine assecondare l’utopia di un’umanità globalizzata. Il che, nei pronostici di parte, prevede un futuro fatto di felici scambi di merci, denaro e genti; questo in contrapposizione a una infelice chiusura politicamente scorretta, sinonimo di attentato alla libertà: ignobile regressione invece di meravigliosa modernità. La marginalizzazione degli stati è necessità inderogabile affinché il progetto prenda forma. Con buona pace di coloro che hanno lottato secoli per costruire territori sociali dignitosi.

Infatti le realtà economiche superstiti perché determinate dalle frontiere, sono da considerare d’ora in avanti e a tutti gli effetti come un’imposizione arbitraria. Un obsoleto cattivo proposito di un “arginare” ormai superato: idea che, nell’opinione cool, deve indurre alla cattiva coscienza. Così, senza confini, muri e barriere – si dice – sarà cancellato anche il concetto di «dentro» e di «fuori», di inclusione e di esclusione. Tutti sulla stessa barca. Forse. Perché se è pur vero che i confini geografici e politici sono precari e provvisori, perfino quando sono definiti dal cemento, gli altri – quelli economici e sociali – sono blindati, inespugnabili e ben difesi. Per cui eterni.

Tutto questo sostenuto da un’imponente lobby (anche) informativa, mediatrice di questo non detto dominante: mai tirato in ballo, invisibile. Indiscutibile. Ogni ragionamento divergente è bollato con la scomunica. Certificato con la definizione di antiprogressista. Quindi retrogrado e pericoloso. Per contro si fa larga concessione a repliche di schierati agenti “normalizzatori” finalizzate a ridurre il già minimo impatto degli scettici superstiti.

Così ci troviamo con una parte dell’elettorato, quella che sostiene tout court il sistema economico turbomercantile, secondo cui si dovrebbero accelerare i tempi per poter realizzare quella tanto attesa e irrinunciabile rivincita sullo statalismo socialdemocratico: la vittoria del merito macroeconomico sul burocratismo nepotista microeconomico. Mentre l’altra parte dell’elettorato vota per una socialdemocrazia ormai sconfitta che si affida ancòra all’illusione del riformismo chiacchierato, ad astratti proclami relativi ai princìpi etici d’impresa, ad un’altrettanto improbabile imprenditoria individuale da start up, e via discorrendo.

Per cui nascono coalizioni consapevoli di un economicismo potente e globalizzato con il quale bisogna scendere a patti, come si fa con ogni regime totalitario. L’ingranaggio liberista spinge i governi a “tutto prestare” al mercatismo perché li costringe all’idea di una crescita “astratta”: unica dispensatrice di benessere. E così vedi consessi politici offrire sgravi, sovvenzioni, facilitazioni, territori, servizi, senza nulla chiedere in cambio. Senza garanzie. Obbligati alla “buona via” mercantile. Da qui l’omogeneizzante appiattimento politico delle “grandi coalizioni”.

Come se questo bastasse ad ottenere una reale trasformazione sociale. In realtà la valorizzazione del capitale già si manifesta con la perdita di valore del lavoro e l’avanzamento della schiavitù. Personalmente mi sembra che tutto sia già avvenuto. In ogni caso più in là verranno tempi durissimi e non siamo ancora preparati ad affrontarli.

 

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affari del secolo

La discussione sul mantenimento o meno del monopolio pubblico/statale radiotelevisivo ricalca schemi già noti. Ovviamente aspramente criticato dalle destre più o meno popolari. Niente di nuovo sul fronte informativo… classico discorso sulla libertà d’impresa e sulla indispensabile diversificazione creativa. Distribuito laddove sia necessario farlo. In nome della causa neomercantile. In questo caso si tratta, né più né meno, della disputa per l’acquisizione del monopolio dell’informazione: intesa/o in un senso ampio del termine.

Si propugnano ad nauseam politiche deregolamentative a tutto vantaggio della costituzione di nuovi… monopoli privati, attraverso la svendita del monopolio dello Stato. Meccanismo già rivelatosi il vero “affare del secolo” in molti contesti economici. Col pretesto della concorrenza si spiana la strada a grandi gruppi dalle enormi risorse finanziarie. Ma poi, una volta superato/abbattuto trionfalmente il monopolio statale eccoci confrontati con le mega-fusioni strategiche. Con i “vecchi” cartelli. Il mercato planetario gestito da tre o quattro colossi d’azionariato. Déjà vu.

Inoltre la proclamata ampiezza della libertà ottenuta con i monopoli privati implica una plateale smentita circa il significato di libertà naturale e indifferenziata: i monopoli privati non sono altro che dispotismi priva(n)ti: ovverosia grandi organizzazioni centralizzate che si prendono tutta la “libertà” di diventare unici fornitori di servizi: i cosiddetti price maker. Sicuramente illiberali. Fortemente in crescita e (oggi) molto più “ingombranti” degli stati.

Il libero mercato e le privatizzazioni hanno portato a una spartizione mercantile tra pochi attori: le prime 30 catene di commercio al dettaglio, tanto per buttar lì un esempio, gestiscono 1/3 delle vendite mondiali di beni di largo consumo. Il monopolio di Stato è certamente a carico dei contribuenti, ma il monopolio privato lo pagano i consumatori: a giochi irrimediabilmente fatti e soprattutto a caro prezzo. “On croit qu’on se bat pour la liberté, mais en réalité, on se bat pour des monopoles”.

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