effetto domino

Di fronte a una situazione mondiale incombente, i difensori del liberismo hanno perso la loro sicurezza, anche se ci teorizzano la dottrina del “male minore”. Ma difendere “il male” contro “il peggio” non può essere una risposta soddisfacente.

Altri addirittura arrivano ad affermare che le élites finanziarie non sfuggono alla tentazione di voler imprimere un’accelerazione, approfittando della confusione procedurale, per radicalizzare l’agenda neoliberista.

Questa esperienza, lo si ammetta finalmente (!), è crollata in modo spettacolare con la crisi dell’ultimo decennio, ma la tesi centrale dell’economia finanziaria integrata ha subito pochissimi mutamenti. Il “principio” è ancora propagandato come si trattasse di un mercato in “presunte” condizioni di concorrenza perfetta. Anche se si discute molto (si parla, più che altro) dei problemi  che sono impliciti alla conduzione di un’economia sana.

Come lo sforzo di evitare il cosiddetto “effetto domino” per mezzo di un “aggiornato” regime di scambio per riequilibrare le bilance commerciali; oppure si accenna “all’avversata” tassazione sulle transazioni, oppure ancora si prospettano regole “severe” nei confronti degli istituti di credito arroganti, così da escludere il “comodo” automatismo privatizzazione dei benefici e statalizzazione del debito. Infine si arriva a suggerire un “interessante” piano europeo di riconversione ecologica per rilanciare il lavoro, senza escludere una “seria” riflessione sulle evidenti disparità salariali.

Ma di concreto parrebbe esistere solo una “liber(ist)a opposizione” affinché nulla di tutto questo avvenga