negare il dibattito

Due articoli recenti e relativi a questioni «socioeconomiche» in ottica mercantile.

Il primo, dove l’autore racconta, in un lungo e circostanziato dire, i pregi della globalizzazione affermando che, al contrario dei soliti profeti di sventura, nel nostro Paese “stiamo acquisendo notevoli vantaggi”.

Quel «notevoli» potrebbe essere tradotto in: basta con i lamenti… antiglobalizzanti, la mondializzazione, per chi non lo sapesse, ci arricchisce.

Più o meno lo stesso giorno invece, casco su un articolo finalizzato a voler dimostrare l’inattuabilità della cosiddetta avs-plus; ecco che un’altra voce, grosso modo, afferma : ”il problema è che di quella storica onda di abbondanza [pre globalizzazione], oggi, non resta più molto… i tempi sono tremendamente cambiati”, riferendosi evidentemente alla condizione economica nazionale attuale, se confrontata con il “famoso” trentennio ’45/’75.

Quel «tremendamente» ha tutta l’aria di dirti: accidenti, oggi siamo messi così male finanziariamente, per cui non è il caso di affrontare ulteriori uscite.

Talvolta incrociare le coordinate di una (presunta) stessa categoria di pensiero (mercantile) si colgono le contraddizioni più evidenti.

Passiamo oltre.

Non sono in grado di di affermare se esistano discorsi più irritanti e paradossali di quelli pronunciati sull’Europa e sulla globalizzazione; nell’ufficialità la questione deve apparire come scontata, inevitabile e irreversibile: intoccabile. Quindi indiscutibile.

Tutti sappiamo che nella forma attuale dell’organizzazione economica europea, come pure in quella cosiddetta globalizzata vi sono particolari nicchie che traggono importanti benefici. Esistono studi recenti che ci indicano quali sono e dove stanno codesti fruitori. Beneficiari di un particolare ordine economico e sociale sono sempre esistiti. I già definiti “happy few”.

Perfino in organizzazioni politiche totalitarie vi sono coloro che godono di privilegi invidiabili. Non credo quindi sia il caso di dichiarare il successo di un sistema economico solo perché vi è un segmento destinatario di vantaggi. Tuttavia oggi si “ragiona” così.

Inoltre la pressione sul management mediatico impone la costruzione di quel famoso immaginario collettivo adattato alle circostanze imperanti. Così viene totalmente snaturata la condizione socio-economica reale delle maggioranze, presentando i successi settoriali come gli unici indicatori validi, celando o minimizzando, per contro, le dannose ricadute.

Tutte quelle categorie di pensiero, nessuna esclusa, che non si sentono di condividere alcuni dei princìpi “globalizzanti”, oppure rivelano un semplice scetticismo nei confronti codesta scontata “governance professionistica” sono giudicate, come minimo, pericolosamente illiberali. Chi cerca di contrastare politicamente questa evidente irreversibilità  ideologica è indistintamente accusato di voler cavalcare una minacciosa strategia neo-populista .

Che esistano estremismi e radicalismi beceri di destra e di sinistra, etnici, religiosi e quant’altro non è certo una novità storica. Certo, niente impedisce a dei convinti antidemocratici di utilizzare, per esempio, le elezioni libere per istallarsi legittimamente nel sistema democratico e vuotarlo del suo significato intrinseco. Si tratta di un astuto gioco -già conosciuto nel passato- che bisogna individuare e rendere inefficace.

Ma, credo, siano stati soprattutto gli anni di scriteriati errori di dirigenza che hanno vieppiù alimentano quella onnipresente demagogia di reazione della quale si lamentano anche coloro che l’hanno indirettamente favorita. Tuttavia non può essere sempre ostentata la paura degli estremismi per non dover riconoscere anche le critiche circostanziate: per negare il dibattito.

Inoltre se ci mettessimo a riproporre le opinioni anche più moderate, espresse da semplici addetti, relative ai due processi considerati, ne verrebbe fuori un imponente elenco altrettanto allarmante. Sul tema Europa è sempre più evidente il fatto che anche nelle file dei favorevoli al  progetto originario aumenta lo sconcerto relativo ad alcuni fondamentali temi mai affrontati, non risolti, controproducenti, soprattutto deboli democraticamente

Sappiamo che a livello accademico la globalizzazione, per esempio, rimane un tema particolarmente controverso. Notevoli critiche sono state espresse sul piano economico, sociale e perfino culturale. Per di più la globalizzazione economica non ci permette più di considerare un «dentro» e un «fuori»; nei mercati integrati siamo tutti «dentro» in un vero e proprio collettivismo mercantile. In altri termini, la società mercantile vuole sopprimere la distanza geografica per trasformarla in distanza di reddito. A conti fatti si potrebbe tranquillamente affermare che la ricchezza reddito-cratica (gerarchia di potere basata sul reddito) è il nuovo volto del totalitarismo.

Probabilmente sarebbe il momento di iniziare a riflettere sulle fratture che ne conseguono e, soprattutto, su un necessario patto tra le parti che si stanno distanziando in forme e in misura preoccupanti. La tanto dichiarata «stabilità democratica» è un concetto ormai vuoto di significato.