come sappiamo

C’è stata una generazione, si narra, dove il destino dei figli sembrava naturalmente poter essere più felice di quella di genitori. Ma poi le cose sono andate diversamente. Come sappiamo. In realtà siamo stati fagocitati da una dimensione economica, quindi politica, che ha finito per determinare tutta la nostra esistenza. Un culto irrazionale del mercato che ha preteso una cieca fede, perfino ermetica ad ogni eventuale dubbio. Il neoliberismo si fonda infatti sull’intoccabile postulato secondo il quale la società plasmata a sua immagine, dovrà essere inevitabilmente prospera e felice.

Ed è così sorto il mito dell’innovazione perpetua, di quell’avvenire “radioso”, di quella “distruzione creatrice” puramente mercantile, senza alcuna utilità sociale se non quella dell’ostentazione dei consumi: fatta, in definitiva, per produrre sprechi. Sappiamo anche che un’esigua minoranza approfitta oltraggiosamente di questa dinamica auto-distruttrice, senza che una qualsivoglia forza politica possa/sappia emergere per almeno indicare un’alternativa convincente.

Il tema parrebbe dividere anche le coscienze distratte perché c’è chi, ciò malgrado, crede ancora e vuole difendere quella società definita «democratica» regolata da leggi di minima solidarietà. Per contro non resta che constatare il continuo progresso di quelle sciagurate truppe nei cui ranghi aumenta il numero di una irresponsabile categoria di militanti, brutale di modi e avida di ogni ricchezza.

Intanto il dibattito retorico ha invaso un’informazione che quotidianamente si dispiega per farci accettare tutto ciò come atto di fede, cioè il dover astrattamente credere in un futuro prossimo pronto ad adattare i ritmi e le richieste della competizione alle nostre esigenze, mentre osserviamo quanto, invece – nella realtà concreta – siano le esigenze della competizione che hanno ormai preso il sopravvento.

Esclusa d’ufficio ogni analisi dei formidabili strumenti a disposizione del cosiddetto mercato, usati per modellare “lo spirito del tempo”. Inoltre resta pur sempre da considerare una certa qual propensione al lasciarsi pigramente colonizzare da quella categoria di pensatori e divulgatori, pronti a cavalcare qualsiasi strategia manipolatoria purché sia da mainstream. Anche se è pur vero, che sugli scaffali di tante rinomate – si dice anche poco frequentate – librerie, s’incontrano abbastanza facilmente testi rigorosamente critici nei confronti di codesto “zeitgeist”.

Ciononostante esso, lo spirito dei tempi, impera – malgrado i pertinenti dubbi sulla sua legittimità – perché probabilmente possiede e foraggia i divulgatori più ascoltati: un’onnipresente schiera di seducenti attivisti del populismo elitario. Agli scettici non rimane che assumere la saggia e autentica idea che la «mercatocrazia neoliberista», come tutti culti ideologici, non sia altro che un’ipotesi che potrebbe benissimo, presto o tardi, essere sconfitta dalla storia. Volendo.

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