rane e bidonville

Tutti noi, in fondo, abbiamo dovuto memorizzare il cinico ritornello dell’imbonimento mercantile: «sostituiamo gli obsoleti muri nazionali di cemento con i più performanti muri di reddito privato». La globalizzazione neomercantile ha già scelto per noi senza troppe pastoie burocratiche. Per cui non posso che chiedermi quotidianamente quando finalmente un qualsivoglia salariato inizi a interrogarsi sulla relazione esistente tra sfruttamento da lavoro, diciamo indigeno (dumping, manodopera sottopagata, disoccupazione camuffata, statistiche manipolate, lavoro sommerso) e sfruttamento economicistico da bidonville globali tout court.

Purtroppo come la famosa rana bollita della storiella, tutti serenamente immersi nell’infotainment eufemistico che, tra le altre mille particolarità, si batte per snaturare dal loro specifico significato i termini usati con sistematica frequenza. Sì, perché anche quelli sono standardizzati e ricorrenti. Chi detiene il potere economico, impone il proprio punto di vista sul/al mondo, già si disse. Magari iniziando da un concetto linguistico e vuotarlo del suo valore per dissimularne il contenuto inquietante.

Povertà, per esempio. Sì certo esiste nelle bidonville: una povertà lontana, da leggere in chiave esotica. Il sistema neo-mercantile non l’abbinerebbe mai con termini quali ingiustizia, oppressione, schiavitù, sfruttamento. Sì, certo ci sono i poveri, ma è anche un po’ colpa loro, in fondo sono andati a cercarsela… nascendo in quei posti da… poveri, insomma. E qui da noi, alle nostre dorate latitudini… certo… c’è chi è rimasto fuori per mille motivi dalla gara per la sognata ricchezza… può succedere… che è comunque sempre a portata di mano, volendo… magari darsi da fare… startup… andare all’estero… ah ecco emigrare. Si spinge a valorizzare le soggettività e l’autonomia ben sapendo che, nella realtà i margini di manovra sono inesistenti.

Una narrazione molto più che alienante (nel senso del rendere estraneo, allontanare), finalizzata per, appunto, separare il destinatario da una concreta presa di coscienza. Lo scopo è quello di modificargli il suo status di pensante autonomo, per renderlo assuefatto alle regole somministrate come inevitabili, inderogabili, fatali. Magari da intendere come Leggi Naturali.  Nessun problema se quello che viene oggi affermato è esattamente il contrario di quello che si sosterrà domani. Il valore intrinseco della parola è in caduta libera. Un narrare manipolatorio, occasioni di abilità retorica. L’importante è assoggettare senza esplicitarlo.

Da qui, la richiesta e il successo di una pubblicistica (successful books) all’attenzione del singolo, che prescrive mirabolanti ricette ritenute inossidabili per ottenere il successo, conquistare l’uditorio, vendersi bene, non lasciarsi dominare dai propri simili (ovvero dominare il rapporto con i propri simili), insomma un’editoria da sopravvivenza, per non essere sopraffatti dalla normalità, dalla (inevitabile-inderogabile-fatale) contesa mercantile, così per poter superare magari senza troppi traumi un opaco licenziamento; pardon, una «ponderata sospensione unilaterale di collaborazione non sottoposta al consenso reciproco»