comunità privanti

Una delle derive pressoché immediate di quell’omogeneizzante anonimato innescato dalla globalizzazione economica è quella di rifugiarsi nel comunitarismo. Che cosa sia in definitiva il comunitarismo è argomento aperto. Diverse sono le sue accezioni quando si tenta di affrontare una sua definizione precisa. Tocca molti settori della vita sociale: le relazioni economiche, l’accesso all’alloggio, le configurazioni territoriali, il grado d’influenza politica desiderato/ottenuto, gli aspetti etici, religiosi, pedagogici, perfino le peculiari finalità della giustizia subite/rivendicate.

In alternativa a codesto modello di comunità, sopravvive – sporadicamente – ciò che viene definito modello repubblicano (soprattutto francese), che è una derivazione diretta del vecchio concetto di assimilazione, il quale necessita – da parte dei nuovi aggregati – di un continuo e faticoso adeguamento ai costumi di chi riceve.

Quest’ultimo è un modello che esige un tipo di integrazione attualmente impensabile – ormai superato dai fatti – perché vuole l’abbandono, di poca o tanta parte, della propria identità originaria. Inoltre il discorso è tardivo, perché in molte metropoli occidentali il modello repubblicano è già stato cancellato da tempo dalla realtà quotidiana per lasciar spazio una forma definita “banalmente multiculturale” perché strutturata in gruppi omogenei, tra loro estranei.

Ciò parrebbe essere la risultante di quella «gentrificazione» abitativa che è un altro classico esempio dei famigerati percorsi urbanistici postmoderni tendenti a confondere i termini della questione redditocratico-abitativa: “i muri di reddito sono la versione elegante degli orrendi muri di reticolato.

La cosiddetta mixite sociale, così come oggi si presenta nei fatti, è un’altrettanto ulteriore forma di competizione per l’acquisizione dell’accesso alle risorse urbane che la gentrificazione mette all’asta, offre al miglior offerente. In effetti è una forma di controllo e di stratificazione delle classi di reddito.

Nei quartieri gentrificati si pone la questione degli spazi assegnati, del ruolo e del divenire delle classi popolari all’interno degli agglomerati urbani.  Infine la mixité come principio organizzatore delle città non è in grado di riassorbire le inegualità relative alle condizioni culturali ed economiche dei suoi abitanti.

Resta il fatto che l’abbandono – oppure il rifiuto – dell’idea “repubblicana” di comunità nazionale, proprio perché la sua difesa viene sovrapposta all’opaco concetto di nazionalismo, non elimina la volontà di identificarsi tra i pari, di condividere – per esempio – un’identità di tipo sociale e culturale. Semplicemente trasferisce in un’altra scala il bisogno che determina questa volontà di sentirsi tra i simili: non lo si elimina, lo si sposta.

Il comunitarismo è in fondo una forma di integrazione ristretta e delimitata; può prendere l’aspetto di un quartiere per soli ricchi, quindi coniugare il concetto di discriminazione con quello di privilegio. Oppure diventare un quartiere per un popolo relegato in una dimensione economica debilitata. In questo caso la discriminazione diventa l’esclusione dai privilegi.

Se è pur vero che i recinti non hanno mai risolto i problemi dell’umanità, come ci viene propinato – per altri scopi – e quotidianamente con insostenibile intensità, possiamo (poco tranquillamente) constatare che i muri di reddito, di censo come pure quelli di…classe – oltreché diventare sempre più impermeabili, invalicabili, tollerati e soprattutto… assenti dal dibattito – hanno perennemente complicato i problemi all’intera umanità. Insomma: una società discriminatoria è una società che genera gerarchie di trattamento. Qualcuno usa definire il fenomeno come l’intramontabile impero del potere privante.

 

Postilla

L’uomo è un essere sostanzialmente sociale: non sopporta altresì di sentirsi permanentemente precario, inascoltato, abbandonato. La rivendicazione identitaria/nazionalista è una delle derive reattive prodotte dal poderoso tentativo di uniformare il pianeta sotto quell’idea – vera o presunta – di universalità affratellante, proprio nel momento in cui tutti sappiamo che il principio sul quale tale concetto di “fratellanza” si regge, sia essenzialmente di tipo utilitaristico. Quindi si tende ad associarsi, si desidera ritrovarsi in una comunità tra simili. Da una parte si organizzano quartieri chiusi, blindati, tra colti e benestanti proprio per evitare la promiscuità sociale. D’altra parte le persone socialmente ed economicamente marginalizzate, cercano di aggregarsi attorno a una forma identitaria di tipo culturale, etnico e/o religioso. Si assiste a un fenomeno aggregativo che si basa sulla ricerca di similitudini all’interno di una comunità che coltiva aspirazioni e interessi condivisi, ciò che dà l’impressione di possedere la migliore protezione verso chi si considera diverso. Viene ricostituita una forma aggiornata di tribù. Si va verso un settarismo di ripiego. Questi opposti fronti sempre più tra loro alieni, non faranno altro che incentivare quel fenomeno crescente di comunitarsimo radicale, sintomo del fallimento di “città aperta e plurale”, purtroppo distrattamente considerato dal cosiddetto relativismo liberal e “dall’universalismo facile”, sottovalutato nei suoi aspetti più evidenti, apre la strada a un deleterio oscurantismo di ritorno dalle conseguenze imprevedibili.