perimetri esclusivi

C’è, tuttavia, un conflitto rappresentativo che le cosiddette “élite-della-terza-via” non voglio perdere. Anche se i progressisti oggi scoprono che vi sono fabbriche lager nel sudest asiatico generatrici di disoccupazione in Occidente. S’accorgono pure dell’aumento di conflittualità sociale innescata da un meccanismo perverso cioè quello di costringere la manodopera (anche clandestina) a dover produrre a un costo inferiore ad ogni logica sindacale; direi umana: la lotta all’immigrazione clandestina rimane pur sempre una retorica astratta.

In realtà tutta la sinistra è consapevole che codesta manodopera venga “usata” anche per innescare la competitività dell’intero comparto produttivo cosicché le imprese possono ulteriormente ridurre i costi facilitando il proprio adattamento ai famigerati processi congiunturali. E la dottrina della sinistra neoliberale… annuisce. Arriverai pure se ci riesci, con un precario gommone, nel paradiso del mercato libero, ma poi ti mettono in un sottoscala. Ci sarà pure anche (per la gioia della dottrina neocapitalista) chi sfonda, ma l’implacabile statistica dimostrerà a quelli attenti, che le percentuali di riuscita sono altrettanto miserrime. Uno su mille ce la fa, dice la canzone. A parere del mio vicino, che è un uomo di mondo, la canzone è ottimistica. “Come si fa a restare aperti alle imprese e chiusi agli individui? Facile! Prima allarghi il perimetro poi lo chiudi. Suggeriva una tosta ricercatrice. Questo basta per tenere in piedi un sistema di schiavitù.”

C’è pure chi recentemente ha stigmatizzato perfino una sacrosanta autodifesa salariale regionale, tentando di spingere il dibattito su livelli di scala superiori per probabilmente  nascondere – per poi giustificare – lo sfruttamento innescato da un insaziabile neoliberismo egemonico. In altre parole: l’apologia di una libertà che opprime e la relativa detrazione di regole e leggi che proteggono. Ovverosia: abbandonare consapevolmente i salariati  ad un rapporto di forza che non possono controllare: cosicché tutti schiavi, nessuno schiavo.

In aggiunta ci metterei del nuovo, e cioè: parlerei dei “nuovi” recinti, quelle «esclusioni» contemporanee che non sono «esclusivamente» relative al colore della pelle, alla provenienza, al genere, ma altrettanto «esclusivamente» relativi allo status economico. Mai sentito parlare di attico «esclusivo», di villa «esclusiva», oppure di quartiere «esclusivo» oppure ancora: mai sentito parlare dei “minuti” «skybox»? Prima si apre il perimetro e poi “zip/s” lo chiudi. Et voilà.