il discorso dell’amigdala

… Il quotidiano dibattere sul fenomeno migratorio meriterebbe una maggiore attenzione qualitativa, sia nei contenuti sia pure nella forma…

Bisogna pur dire che il discorso ha subìto, nel corso degli anni, un inversamente proporzionale décalage entropico: prima pareva non esistere il fenomeno nella sua ampiezza rilevante, tutto avveniva nelle pieghe di un normale divenire della cosiddetta globalizzazione in corso. Poi si identificò il processo con le migliaia di migranti disperati, fuggenti da guerre o dittature sanguinarie: il lasciare per sempre le risapute, endemiche e violente povertà planetarie.

Poi si iniziò ad ammettere che il neomercantilismo favoriva, tutto sommato, una migrazione essenzialmente economica: braccia e menti costrette ad abbandonare la propria terra d’origine perché carente di opportunità lavorative. Un patrimonio di manodopera in fuga verso una promessa di riscatto individuale. Fino a considerare, al momento, la presenza di motivazioni multifattoriali: politiche, economiche, ambientali, demografiche. Insomma, esodi ormai da leggere come strutturali. Quindi la considerazione ultima di una certa inevitabilità epocale.

All’interno di codesto affresco motivazionale, si aprono quegli scenari relativi alle reazioni che tale mutamento sociale ha prodotto e produce. Quindi un dibattere duplice: il primo sulle particolari incidenze – o meno – delle singole motivazioni accennate, e il secondo quello sulla legittimità – o meno – delle contrastanti reazioni provocate dal procedere stesso degli avvenimenti, come per esempio l’assillante questione relativa all’irrazionale paura dell’estraneo. Sintomo pesante la xenofobia, intriso di significati laterali: probabilmente generati da un vero – oppure presunto – radicale timore d’essere contaminati, fino ad attivare l’allarmante timore di una sostituzione tout court delle abitudini culturali indigene degli ospitanti, con quelle dell’ospitato.

Si dovrebbe infine aggiungere la differente incidenza che tali timori contaminanti hanno avuto in relazione allo status economico dei soggetti considerati; per farla breve: un conto è abitare in un quartiere popolare, altro conto è vivere in un quartiere “esclusivo”. Insomma la questione dei ghetti: siano essi bastioni di evidente ricchezza, siano essi sedimenti di squallida povertà. Le cosiddette disuguaglianze di reddito – e di potere – ereditate da una lacerante destabilizzazione sociale, possono incidere considerevolmente sul tipo di lettura e di risposte relative agli sconvolgimenti in atto.

In realtà una ponderata riflessione meriterebbe, appunto, il poter considerare approfonditamente i vari piani del dibattere. Analizzare i vari aspetti nella loro specificità. Non dico separatamente, cioè in compartimenti impermeabili, tuttavia evitare di saltabeccare da un piano all’altro annullando ogni possibile e oggettiva analisi. Certo, si potrebbe sgombrare il campo da ogni aspetto razionale affrontando il fenomeno migratorio esclusivamente da una prospettiva di tipo affettivo. Il cosiddetto discorso dell’amigdala che difficilmente e purtroppo, riuscirebbe a considerare quanto la posizione antagonista possa perfino contenere delle verità inoppugnabili.

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