scambi felici

I confini tracciati sulle carte resteranno con ogni probabilità l’ultimo ostacolo da abbattere per poter infine assecondare l’utopia di un’umanità globalizzata. Il che, nei pronostici di parte, prevede un futuro fatto di felici scambi di merci, denaro e genti; questo in contrapposizione a una infelice chiusura politicamente scorretta, sinonimo di attentato alla libertà: ignobile regressione invece di meravigliosa modernità. La marginalizzazione degli stati è necessità inderogabile affinché il progetto prenda forma. Con buona pace di coloro che hanno lottato secoli per costruire territori sociali dignitosi.

Infatti le realtà economiche superstiti perché determinate dalle frontiere, sono da considerare d’ora in avanti e a tutti gli effetti come un’imposizione arbitraria. Un obsoleto cattivo proposito di un “arginare” ormai superato: idea che, nell’opinione cool, deve indurre alla cattiva coscienza. Così, senza confini, muri e barriere – si dice – sarà cancellato anche il concetto di «dentro» e di «fuori», di inclusione e di esclusione. Tutti sulla stessa barca. Forse. Perché se è pur vero che i confini geografici e politici sono precari e provvisori, perfino quando sono definiti dal cemento, gli altri – quelli economici e sociali – sono blindati, inespugnabili e ben difesi. Per cui eterni.

Tutto questo sostenuto da un’imponente lobby (anche) informativa, mediatrice di questo non detto dominante: mai tirato in ballo, invisibile. Indiscutibile. Ogni ragionamento divergente è bollato con la scomunica. Certificato con la definizione di antiprogressista. Quindi retrogrado e pericoloso. Per contro si fa larga concessione a repliche di schierati agenti “normalizzatori” finalizzate a ridurre il già minimo impatto degli scettici superstiti.

Così ci troviamo con una parte dell’elettorato, quella che sostiene tout court il sistema economico turbomercantile, secondo cui si dovrebbero accelerare i tempi per poter realizzare quella tanto attesa e irrinunciabile rivincita sullo statalismo socialdemocratico: la vittoria del merito macroeconomico sul burocratismo nepotista microeconomico. Mentre l’altra parte dell’elettorato vota per una socialdemocrazia ormai sconfitta che si affida ancòra all’illusione del riformismo chiacchierato, ad astratti proclami relativi ai princìpi etici d’impresa, ad un’altrettanto improbabile imprenditoria individuale da start up, e via discorrendo.

Per cui nascono coalizioni consapevoli di un economicismo potente e globalizzato con il quale bisogna scendere a patti, come si fa con ogni regime totalitario. L’ingranaggio liberista spinge i governi a “tutto prestare” al mercatismo perché li costringe all’idea di una crescita “astratta”: unica dispensatrice di benessere. E così vedi consessi politici offrire sgravi, sovvenzioni, facilitazioni, territori, servizi, senza nulla chiedere in cambio. Senza garanzie. Obbligati alla “buona via” mercantile. Da qui l’omogeneizzante appiattimento politico delle “grandi coalizioni”.

Come se questo bastasse ad ottenere una reale trasformazione sociale. In realtà la valorizzazione del capitale già si manifesta con la perdita di valore del lavoro e l’avanzamento della schiavitù. Personalmente mi sembra che tutto sia già avvenuto. In ogni caso più in là verranno tempi durissimi e non siamo ancora preparati ad affrontarli.