scomode verità

Anche se volessero, un gruppetto di divulgatori di verità scomode e circoscritte, nulla potrebbero (*) contro un giornalismo da grande tiratura – retribuito per far loro da ostacolo – e che ha, per mille ragioni, accettato/deciso di sottomettersi/sostenere le regole del gioco imposte dalle egemonie redditocratiche . Parafrasando una celebre battuta di Sinclair… è ben difficile far dire una certa cosa a una persona che riceve uno stipendio proprio per non doverla dire. La grande informazione ha spesso agito in tal senso. Proprio perché sa che il grande pubblico sta con l’egemone. Fintantoché crede di vivere in quel mondo narrato come… apparentemente meno peggiore. Il compito delle news contemporanee non ha niente a che vedere con la realtà dei fatti. Buona parte dell’informazione attuale pubblicizza il consenso. Quasi condividendo Chomsky: “la propaganda sta alla società democratica come il manganello sta alle dittature.

Tuttavia l’informazione ufficiale non ci evita quotidianamente di ricordarci quanto sia necessaria all’edificio della democrazia. Il mito resiste; il pubblico nutrito per molti anni di codesta ambiguità ideologica parrebbe ancora essere convinto della capacità dei massmedia di contribuire in misura determinante al genuino pensiero democratico, fallacia in perfetta linea con il fenomeno delle fake news.

Per contro l’esperienza mostra il contrario, soprattutto quando l’informazione tace e sceglie la via dell’autocensura piuttosto di toccare temi scomodi agli interessi editoriali. Lo si vede nei grandi fatti strategici, nelle crisi internazionali, nei temi economici, allorché i mezzi a grande tiratura cavalcano (e riescono a istillare) acriticamente le tesi decise nelle coulisse egemoniche, evitando il contraddittorio autorevole. Sì alle sanzioni; sì all’intervento… di pace; sì alle deregolamentazioni redditocratiche; sì alle cooperazioni… antagoniste; sì alle delocalizzazioni… accessorie, sì alle privatizzazioni… pubbliche; sì alle meritocrazie intellettuali; sì alle fiscalità compiacenti;  sì al consumismo narcisistico; insomma: sì al mainstream che ci ha preso in ostaggio. Poche le voci, solitamente di nicchia, che osano opporsi.

Inoltre con la rivoluzione neoliberista e il passaggio alla “postdemocrazia” ha preso piede una nuova forma di frode politica: le menzogne degli esperti, ovvero le fake news elitarie. Come non ricordare i famigerati arsenali chimici, il fasullo trickle down, oppure l’estensione a mito “scientifico” di controverse teorie fiscali.

Perlopiù il pubblico non è mai stato esposto a un discorso che illustri quanto l’informazione sia, in buona parte, sottomessa alle risorse finanziarie che sostengono i costi di pubblicazione. Iniziando da molti editori, che nelle società occidentali, sono spesso proprietari di diverse altre attività imprenditoriali direttamente legate agli umori e agli intrecci delle scelte politiche determinanti. Quindi parte in causa. Lo stesso vale per il budget pubblicitario che tende logicamente a trascurare le voci scomode. Di fatto la pubblicità è un potente meccanismo di marginalizzazione del pensiero divergente. La possibilità di concedere oppure di revocare il sostegno pubblicitario determina l’esistenza dei mezzi informativi.

Ciononostante i cosiddetti “populismi” attuali potrebbero perfino indicarci quanto l’ideologia mercantile egemonica non riesca più totalmente a “fabbricare il consenso”. Non riesca più a distribuirlo capillarmente. In una battuta sociologica: la distanza tra “gente comune” e “l’informazione elitaria” sta scuotendo la condizione democratica.

(*)

{… «Un giorno come tanti, in una foresta africana, scoppia all’improvviso un incendio. E tutti gli abitanti, terrorizzati, leone in testa, si danno subito alla fuga, pur di non correre il rischio di morire arrostiti tra le fiamme. L’unico a non fuggire è un piccolo colibrì che in volo, con una goccia d’acqua nel suo becco, non solo non si allontana ma penetra all’interno della fitta vegetazione con l’intento di riuscire, se ce la fa, a spegnere il fuoco che divampa. Il leone allora che, di lontano, intanto osserva la scena, si rivolge con sarcasmo baldanzoso all’uccello e gli dice : “Ma cosa credi di fare? Non vedi che la foresta sta bruciando ?”. E il colibrì timidamente risponde:”Faccio la mia parte”. »}