tribù globali

Qualcuno dovrà pur spiegare, prima o poi ai… popoli, che il “Disegno Globalista” prevede alcuni step assai… impopolari. Per esempio abdicare al concetto stesso di popolo. Da tempo l’infotainment mediatico tenta di associare – subdolamente – il concetto di “nazionalismo” perfino davanti a una moderna e emancipata comunità di stato-nazione come si incontrano – per esempio – nel nord europeo.

In realtà lo scopo recondito della propaganda mercantile neoliberale dominante, relativamente al drammatico problema della migrazione, è viziato dalla volontà di introdurre il superamento tout court del concetto di territorio-nazione. Per cui si afferma l’idea non tanto remota, per esempio, che la Francia non appartenga al popolo francese, la Germania non appartenga al popolo tedesco, così come la Svizzera non debba appartenere al popolo* svizzero: il territorio lo si dovrà intendere come un contenitore senza Storia, occupato da comunità assai omogenee al loro interno per provenienza, per cultura, per formazione, per credo religioso e naturalmente… per reddito. Con ogni probabilità, profondamente disomogenee tra loro.

Quindi ci si dovrà abituare all’accettazione di un neo-tribalismo tutto da scoprire. C’è chi sostiene che la diversità tribale sia da considerare come un optional arricchente. Siccome le differenze culturali ed economiche tra comunità assai diverse tra loro non saranno degli optional, prima o poi si dovrà pur immaginare una robusta contesa per assicurarsi l’egemonia decisionale. Perché, come ben sappiamo, le democrazie si reggono sulle maggioranze. Cancellato dal vocabolario mediatico il termine “popolo” ecco che viene egregiamente sostituito con quello di popolazione, intesa, quest’ultima, come tutti coloro che in quel momento lavorano e in parte vivono in un determinato territorio. Punto.

Purtroppo nessuno dà per scontato il fatto che tutte le comunità presenti in un determinato territorio siano favorevoli, per esempio, allo stato di diritto così come all’eguaglianza giuridica dei soggetti, eccetera). I fautori dello stato di diritto saranno probabilmente una tribù tra le diverse tribù e nessuno ci assicura che possano essere la comunità più numerosa. Inoltre non è nemmeno certo che ci si trovi tutti d’accordo sulla volontà di cooperare alla costruzione di quel capitale sociale necessario alle minime regole della vita associata.

Anche l’uso del termine “xenofobo” è un capolavoro di astuzia semantica. Mi sembra evidente che nessuno ha paura dello straniero: infatti nessuno, mi pare, ha paura del turista giapponese, di un professore inglese, oppure di uno sportivo australiano. Per cui la cosiddetta xenofobia non è altro che di quelle tante trappole concettuali finalizzate all’annullamento ogni dibattito relativo al nuovo assetto sociale che s’intende instaurare per mezzo di un irenico, seppur teoretico, progetto accomunante. Per ora ci si accontenta (si fa per dire) di creare situazioni atte a finalizzare il più celermente possibile il disegno globalista così da rendere il processo irreversibile: si tenta la strada dell’imposizione.

Non è più così negletto il fatto che si stia correndo sempre più verso un rapporto tra governanti e governati di tipo… coloniale. Quindi il fenomeno migratorio, anzi il ricambio/rimpiazzo migratorio (Replacement Migration) diventa funzionale al successo economico di uno specifico territorio. Gli abitanti di un determinato territorio diventano semplice popolazione che produce reddito da gestire in funzione del successo economico ottenuto. Il collante sarà la crescita economica. Non evidentemente quello di un’astratta appartenenza… civica.

Già oggi le grandi metropoli calamitano le migliori forze, i migliori talenti che si organizzano come nuove unità comunitarie (taluni le definiscono tribali) relativamente alla loro provenienza, al loro orientamento ideologico, al loro credo religioso, alla loro condizione sociale. Si sussurra che giovani ben formati ad alto reddito, oltre non sentire la necessità di un senso di appartenenza civica al territorio che li ospita, pare non abbiano nemmeno timori particolari relativamente ad un possibile avvento di una “governance “ tecnocratica con ridotte finalità democratiche. Spesso è lì che vi sono i convinti simpatizzanti della mondializzazione. Proprio perché quando la disuguaglianza è alta, i privilegiati temono il popolo degli esclusi, e insinuano discorsi sulla liceità del suffragio universale.

Già per gli antichi filosofi i ricchi, in fondo, rappresentavano la categoria più insidiosa perché tendevano ad “escludere” ed aggrapparsi ai propri privilegi. Sappiamo pure che codesto assetto neo-coloniale è monopolizzato, oggi, da una ristretta minoranza. Una tribù di super ricchi a capo di un ordine sociale multi-tribale finalizzato all’impianto mercantile dei… non esclusi. Da qui ne discende un ulteriore décalage, cioè quello di una rivalutazione, direi, antistorica delle classi, delle caste, insomma delle gerarchie erroneamente ritenute superate, ponendo la ricchezza quale segno distintivo fondamentale: la ricchezza quale sinonimo di merito. Se hai il “merito” di essere ricco assumi il privilegio di avere più possibilità di chi non lo è: eugenetica in salsa economica.

Consoliamoci: i poveri oggi non vengono, per ora, emarginati con un atto violento bensì messi nella condizione economica di non potersi permettere di vivere in un contesto privilegiato. Semplicemente esclusi.

*popolo

“Il popolo è l’insieme dei cittadini, ossia delle persone legate allo Stato dal rapporto di cittadinanza. La cittadinanza è lo status ( stato giuridico soggettivo che contraddistingue una persona come appartenente a una determinata categoria, caratterizzata da una particolare sfera di diritti e doveri) da cui deriva la titolarità dei diritti e dei doveri propri dei cittadini.”