la violenza del contrappunto

Mi capita di sfogliare, talvolta leggere, o viceversa, settimanali e/o mensili che trattano di attualità politica, di economia e di cultura. Almeno così si identificano nel vasto mondo dell’editoria giornalistica.

Non mi soffermo con particolare attenzione sulle immagini di copertina sovente inquietanti: visi emaciati, corpi magrissimi, oppure primi piani di discutibili e discussi personaggi dall’aria truce, oppure ancora corpi feriti, cadaveri pietosamente composti. Spesso le immagini sono in bianco/nero così da probabilmente sottolinearne la drammaticità del loro significato. Gli anglosassoni lo chiamano Eyecatcher.

Anche la sostanza degli articoli interni corre nella stessa direzione: politici indagati, disastri annunciati, cronache di povertà endemiche, drammi delle migrazioni, dittatori corrotti e sanguinari, ghetti abbandonati alla delinquenza, guerre dimenticate.

Tanto per dire che se non ci fossero – almeno – le pubblicità di fiammanti decappottabili, oppure il glamour di modelle/li testimonial di seducenti profumi, come pure panorami mozzafiato proposti quali mete di viaggi esotici, che fanno da… sospirato contrappunto a tante miserie umane narrate negli articoli redazionali, insomma: non si potrebbe nemmeno reggere a tanta sofferenza. Anzi, perfino alla violenza del contrappunto.