in un battito di ciglia

Purtroppo come nella famosa storiella della rana bollita , tutti serenamente immersi nell’infotainment dominante che, tra le altre mille particolarità, si batte anche per denaturare, nel loro specifico significato, i termini usati con sistematica frequenza. Chi detiene il potere economico impone il proprio linguaggio al mondo, già disse il filosofo.

Un discorso approfondito sul ruolo dell’informazione è difficile da affrontare anche perché il tema è vastissimo. Non credo sia una problema esclusivamente… regionale, così come spesso si legge nelle frequenti lettere di una parte di pubblico sempre più scontenta dell’informazione quotidiana. Si potrà astrattamente dissentire, ma concretamente sarà assai difficile ottenere grossi cambiamenti, perché il consenso di massa alla civiltà dei consumi non è in discussione.

L’unidimensionalità mercantile mediatizzata ha come mandato, probabilmente, una… “necessaria” standardizzazione ideologica: far accettare un processo che nessuno può/vuole/sa padroneggiare, sottolineandone il carattere della sua implacabilità.

Con ogni probabilità il tutto prende avvio dall’esigenza di dover/voler confezionare un clima favorevole all’ideologia che si vuol rendere operativa a scapito di altre, per impedire che prendano consistenza. Certo, l’informazione ufficiale sostenuta dai contribuenti con il cànone, dovrebbe assumersi un codice di comportamento di assoluta equidistanza, anche per soddisfare ciò che determina il contratto. Sappiamo tuttavia che gli spazi interpretativi all’interno di codesto codice sono molto ampi, spesso la soggettività dei giudizi prende il sopravvento sui fatti. Sappiamo pure che i fatti… non sono sempre tali. Ciò che passa l’informazione ufficiale ha un’influenza determinante nel pensiero del comune cittadino. Gestire l’informazione, è decidere i temi da affrontare, è stabilire una gerarchia, definire ciò che va evidenziato e ciò che va celato. Questo avviene senza che sia dichiarato, esplicitato. Avviene, possiamo dire, in via subliminale.

Inoltre dietro a un’astratta rivendicazione di obiettività giornalistica vi è il rischio di dimenticare le realistiche trappole di una subordinata soggettività determinata dallo spirito dei tempi: un capitale culturale, che scivola spesso in un monologo elogiativo, offerto ai milieu egemoni. Già nella scelta dei contenuti e della loro tempistica si giocano le differenze sostanziali: i fatti li puoi enfatizzare oppure li puoi attenuare. Li puoi raccontare in modo estensivo oppure in modo riduttivo. Li puoi far commentare da un inviato parzialmente coinvolto, oppure da un altro totalmente neutrale: insomma, vi sono delle sfumature impercettibilmente… percettibili che determinano infineCopia di Schermata 2019-04-04 alle 15.57.18 pesanti differenze di giudizio poi ritrasmesse al pubblico.

La logica mediatica rimanda pure a una particolare teatralizzazione implicita nel mezzo televisivo: il già citato infotainment. I telegiornali appaiono sempre più come show ben recitati: ciò è già stato ammesso con serenità da chi ha avuto modo di frequentare i salotti informativi. Ritengo fondamentalmente vero quanto il/la giornalista televisivo/a possa (anche) indicare con l’espressione corporea, con la mimica facciale, una partecipazione positiva oppure negativa relativamente al fatto commentato. Basta poco: un sorriso, una smorfia, un lungo/corto battito di palpebre. Piccoli/grandi messaggi difficili da documentare, seppur inevitabilmente avvertiti. La presenza, appunto, di questi dettagli espressivi potrebbe essere involontaria oppure ben consapevole: la linea di demarcazione non sarà mai verificabile.