correlazioni antropiche

Da qualche parte, tempo fa, lessi un articolo interessante. L’articolista sosteneva che l’acutezza analitica e la raffinatezza di concetti espresse nei blog sportivi, per esempio, è la prova evidente della saggezza riservata a tali interessi. Si rammaricava -l’articolista- dell’assenza della stessa lucidità concettuale in altri ambiti come quelli economici, politici o ambientali. Concludeva -l’articolista- sostenendo l’ipotesi che sia stato (probabilmente) il pesante condizionamento culturale dominante (“tu pensa a divertirti, che alle cause nobili ci pensiamo noi”; oppure “perché tormentarsi, tanto le cose non cambiano”; oppure ancora “volare basso e lavorare!“) che ha, gradualmente e inesorabilmente, “sterilizzato” ogni facoltà intellettiva riservata ai problemi cosiddetti importanti. Quindi la capacità potrebbe anche esserci, ma la motivazione resta imbrigliata… negli strumenti di distrazione di massa. Cosicché tutto scivola via senza una riconsiderazione degna del suo significato più schietto.

Ora, ad esempio, siamo confrontati, (è d’attualità, trendy insomma), con un incipiente “negazionismo ambientale”, {così definito con un termine magari eccessivo, usato tuttavia in un senso qui specifico*}. Si tratta della teoria secondo la quale non esisterebbe una correlazione scientifica tra le temperature impazzite, i ghiacciai in ritirata, i violenti tifoni fuori stagione e/con il riscaldamento globale “antropogenico”.Schermata 2019-06-22 alle 17.25.26 Bisogna pur mettere in conto che ci possano essere persone predisposte – per mille motivi – a negare il cambiamento climatico in atto, perlomeno il ruolo antropico di questo fenomeno.

Lo si fa con lo spargere dubbi ed incertezze circa gli oggettivi saperi scientifici fin qui assunti. Il negazionismo riscuote qua e là qualche successo popolare ma poi tutto si ferma lì. Lo scopo principale è tuttavia quello di disseminare dubbi e incertezze per evitare che si crei una condivisa consapevolezza circa la necessità di una efficace azione collettiva. Siamo tutti d’accordo che un’azione in tal senso imporrebbe un cambio di paradigma economico che scuoterebbe le basi dei meccanismi stessi del sistema. Per cui il “sistema” si difende.

Negare che il problema esista/ negare che noi ne siamo la causa/ negare che sia l’unico problema/ negare che si possa risolverlo e considerare infine che sia ormai troppo tardi per agire, sono i cinque capisaldi con i quali si tenta di ingabbiare la tematica: il cosiddetto negazionismo vuole/vorrebbe dimostrare l’inesistenza (o la “naturalità”) dei fenomeni climatici estremi. Certo è che esistono degli scettici ufficiali relativamente alle possibilità umane di riduzione del riscaldamento climatico e che gridano ai quattro venti il loro rifiuto ad iniziative risanatorie. Ovvio pure che le incitazioni pressanti a un serio ripensamento delle logiche produttive abbiano una certa efficacia per orientare alcune scelte dei consumatori, ma si rivelano chiaramente insufficienti per ricalibrare il paradigma economico attuale.

Concretamente un piano efficace per una vera difesa del pianeta dovrebbe perfino partire da alcuni minimi presupposti come lo sviluppo intensivo delle energie rinnovabili, la ristrutturazione radicale di interi quartieri, una massiccia riduzione dei rifiuti urbani e un diversificato riciclaggio , l’incentivazione del consumo locale ( quindi l’abbandono di molti degli inutili scambi planetari) infine un covinto sviluppo di una economia circolare. Tuttavia parrebbe che il pericolo maggiore stia nelle parole – e soprattutto negli atti – di quelli che si presentano come i difensori del pianeta ma non agiscono di conseguenza: ciò che viene descritto come… “make bla bla bla great again.”, tradotto con un termine politicamente corretto si potrebbe definire ipocrisia climatica .

Tuttavia esistono altre preoccupazioni che dovrebbero farci riflettere sul fenomeno in atto. Mi riferisco allo sfruttamento massivo del suolo, all’eccessivo consumo idrico, all’uso bulimico, predatorio, di materie prime – una delle cause delle migrazioni in corso – e di tutto quanto la natura dispone in misura limitata all’interno del sistema terraqueo. Siamo su un’astronave chiusa quindi “costretti” in un’atmosfera vitale dentro la quale si deve (dovrebbe) considerare una gestione intelligente di quello che offre la cambusa.

Negli anni settanta l’Overshoot Day cadeva alla fine di settembre, ora all’inizio di agosto. L’overshoot day è considerato il giorno nel quale si sono consumate più risorse “naturali”  di quanto la natura stessa possa rigenerarne sulla base di un anno civile. Quindi non si tratta esclusivamente di porre la nostra attenzione relativamente ai fenomeni climatici estremi, ma della possibilità di poter sopravvivere e garantire il famoso tozzo di pane agli oltre 7 miliardi di persone che attualmente vivono sul pianeta, così come ai dieci miliardi previsti nei prossimi 3 decenni (altra discutibile “assunzione” degli… adulti pasticcioni) e raggiungere entrambi gli obiettivi in maniera sostenibile sotto il profilo dei consumi. Il suo esito determinerà la sopravvivenza degli… umani. A meno che non si trovi un espediente spettacolare. E l’espediente spettacolare lo si è fatto arrivare dalla… Svezia. Vedremo se la… “civiltà degli adulti pasticcioni” saprà vincere la sfida.

 

(*) Una società magari definita schizofrenica ha lo stesso valore figurato, non direttamente rimandabile al grave disturbo psichico da cui deriva il termine.