registro emozionale

Il fenomeno è quotidiano e ben oliato: si attiva quando un avvenimento di particolare sofferenza scuote il magma informativo. Esaurita la trilogia basica in risposta alle tre scontate questioni: “chi?”, “cosa?”, “dove?”… scatta il registro emotivo. Si potrebbe almeno tentare di aggiungere alla trilogia di cui sopra, il binomio di un “come” e di un “perché”, ma le emozioni pagano meglio. E il cerchio si chiude. O si apre.

Si apre con un taglio “informativo” d’aggancio al quale viene spudoratamente aggiunta, in macro quantitativi, la cosiddetta strategia del turbamento. Minima analisi oggettiva dei fatti, stucchevole sintesi emozionale. La logora domanda dell’inviato di turno, davanti a una palese condizione di disagio, suona suppergiù così: “Cosa si sente di dire a chi ci ascolta?” E la risposta non fa che rivelarci la desolata evidenza della circostanza: un’informazione superflua compensata dal cinismo… politicamente corretto. Uno sterile appello ai sentimenti con recitato candore condito con l’evocazione posticcia di affetti astratti. Una commedia artificiosa alla ricerca di un’immediata empatia compassionevole che prende il posto lasciato libero dalla ragione ormai sfuggita di mano.

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La tirannia dell’emozione viene spalmata ad angolo giro: applicata d’ufficio a condizioni sociali squallide, usata per commentare guerre, migrazioni, carestie, crimini, disastri naturali, incidenti, stragi.  Fuori dalle frequenti e scontate manipolazioni politiche, siamo davanti a un fenomeno sociologico importante, pesante, totalizzante.

Strumento di dominio delle regole sociali: l’esca affettiva viene usata soprattutto per condizionare lo spettatore alla rassegnazione. I sentimenti sollecitati vanno a proporre una chiave di lettura unilaterale che non ammette altri modi di indagine: banditi il ragionamento, la riflessione e l’indagine oggettiva: parole e immagini finalizzate a all’esclusiva passività. Insomma un invito alla fatale accettazione delle remote cause scatenanti.

Non si tratta di fare il processo alle emozioni, si tratta di considerare quanto il ruolo e la misura del registro emozionale abbiano assunto nell’ambito informativo. Il taglio narrativo, il vocabolario utilizzato, le immagini allusive, il tutto finalizzato a rivendicare il monopolio del cuore. Si cerca il consenso/dissenso emozionale per assegnare all’accaduto il codice dell’inevitabilità. Una strategia mediatica che invita a sottomettersi alla fatalità della sopravvivenza. Pur sapendo che il compito dell’informazione dovrebbe essere quello di rendere percettibili e aiutare a comprendere le… verità nascoste.