progetti condivisi

Dacché mondo è mondo si è sempre speculato sulla capacità di rendere apparentemente soft i cambiamenti sociali fondamentali. O perlomeno si è sempre voluto possedere i dispositivi ideologici, propagandistici e dialettici, tali da innescare il processo negandone l’evidenza: strumenti assai potenti, tuttora ben presenti e oggi finalizzati a una strategica frammentazione delle disuguaglianze e alla cosiddetta “denazionalizzazione silenziosa”.Schermata 2019-06-10 alle 10.32.31

Si sentono discorsi pericolosi in questi ultimi tempi, tra i quali la diffusione del mai dimenticato principio della filantropia borghese che vedeva la povertà come condizione degna di compassione tuttavia esclusa da ogni progetto di emancipazione: insomma il compito dei poveri era quello di dover stare al posto loro assegnato per poter ricevere una caritatevole elemosina.

La condizione di subdola negatività della mondializzazione in atto, non risiede tanto nei fatti macroscopici spesso segnalati da un sano spirito critico, d’altronde subito contestati, perfino negati, dai ferventi mondialisti. La sua negatività latente risiede soprattutto nei suoi processi quasi impercettibili. Un linguaggio lambiccato che parla di innovazione continua, di messa in sinergia, di contesti partecipativi, di progetti condivisi, di scambi costruttivi, di lotta alle discriminazioni.

Il tutto condito da una visione aulica del mercatismo planetario e contrassegnata da slogan ormai stantii tipo: il libero gioco degli interessi e della concorrenza porterà la prosperità sull’intero pianeta. Ora non si tratta di essere stolti avversari della globalizzazione mercantile, si tratta infine di riflettere sui presunti “valori”  che codesto mercatismo su scala planetaria vuole diffondere come verità incontestabili. Il fatto è che esiste un veto quasi religioso che impedisce ogni critica. Coloro che osano infrangere il tabù di una passiva accettazione sono immancabilmente definiti come estremisti.

Inoltre in tale ambito è venuta a crearsi un’ambigua alleanza tra cinici fautori della libera circolazione dei capitali che esigono il popolare rispetto di un seppur astratto umanesimo che, sappiamo, non è propriamente tipico degli interessi mercantili  e che viene indicato come nuova frontiera di una mondializzazione inarrestabile. Una visione illusoria che affascina, altrettanto fanaticamente, coloro convinti di una umanitaria, totale e salvifica libera circolazione delle genti, con relativo abbattimento di ogni concetto territoriale, senza avanzare nessuna nota critica relativamente ai disastri  sociali già innescati dai loro attuali alleati.

Questo liberale ottimismo accademico e mediatico somministrato alle popolazioni in dosi sempre più abbondanti, sembra non vedere (probabilmente nascondere) una realtà segnata viceversa da una contesa fratricida tra differenziali economici profondamente disomogenei anche relativamente alle modalità d’ingaggio della forza lavoro. Nell’ambito del libero mercato sognato nostalgicamente dai nipoti di Adam Smith, c’è tuttavia sempre un intermediario, un grossista, un importatore, un distributore, più in là un gruppo, una holding, infine un oligopolio che diventa monopolio planetario.

E da qui il dogma della mobilità geografica perenne di capitali uomini e cose, che è diventato il valore “esclusivo”: che… esclude la grande maggioranza stanziale favorendo invece una nuova forma di schiavitù, così come una categoria minoritaria con formazioni molto specifiche e libera il mercato da impegni territoriali. Inoltre permette di rappresentare lo sradicamento come il destino prestabilito dell’uomo moderno così come l’abbattimento di ogni trascorso storico. Una pesante, totalmente  indiscussa, forma di alienazione.