return on equity

Una delle strategie divisive della narrazione mercantile contemporanea, è quella di far credere che esista un’opposizione tra chi detiene la verità economica – che si vuole paragonata alla verità scientifica – contrapposta a una non verità ideologica militante espressa da tutti coloro che tentano di opporsi al pensiero unico econo-mistico.

Sarebbe come definire scientifiche le previsioni positive di tutto l’establishment economico mainstream alla vigilia del crac dei subprime nel 2008, quando alcuni economisti eretici, quindi… “militanti ideologici”, avevano segnalato il pericolo imminente senza riuscire a superare il muro di omertà imperante.

In realtà gli inventori dell’idea di una economia  “scientifica” contrapposta a coloro che vengono definiti orribili militanti, non fa che confermare il piano ideologico in cui si collocano i sedicenti anti-ideologici, che oggi sono… ideologicamente schierati per la soppressione di ogni voce dissidente. Nel corso degli ultimi trent’anni il sistema mercantile ha imposto con successo, facendolo assumere come un ordine “naturale” (dalla salute all’educazione) il fatto che tutto sia da gestire con logiche competitive.

L’ubriacatura liberista ha affascinato una gran parte dei governi che hanno così dato il via incondizionato ad un’indiscriminata privatizzazione delle imprese pubbliche e a considerare i meccanismi di mercato liberalizzati come esempio per un’economia pubblica vincente. A quel punto tutto il sistema ha reso centrale il ruolo delle grandi fortune determinate dalla mobilità dei capitali. Mobilità del capitale è un astuto eufemismo per descrivere la fuga degli investimenti da ogni responsabilità territoriale. In realtà i cosiddetti “Shareholder” hanno assunto un ruolo determinante e tutto il resto dovrà muoversi per assecondare il famigerato “return on equity”: investimenti… in high-frequency trading , job-on-call, delocalizzazioni e/o migrazionismo salariale. Quest’ultimo diventa la variabile “consumistica” da coniugare in termini cinicamente umanitari.

Quando il meccanismo sarà totalmente diffuso sarà anche troppo tardi per un ripensamento: la tanto negata, tuttavia intramontabile, divisione sociale per classi di reddito sarà cosa fatta. Non è casuale la richiesta del ritorno a una terza classe… ferroviaria. Un fenomeno regressivo da tempo innescato in ogni ambito sociale. Mi chiedo spesso perché mai insistere nel predicare la difesa di un ormai tramontato welfare, invece di iniziare a spiegare efficacemente quanto il funzionamento del meccanismo perverso della privatizzazione mondializzata stia stritolando la classe dei salariati, metà dei quali beatamente illusi di poter migliorare la propria condizione personale.

Inutile a questo punto chiedersi  quanti siano più o meno consapevoli della crescita di insostenibili ineguaglianze, oppure se le stesse  siano dovute a modalità economiche specifiche, inutile perché è stata capillarmente infusa l’idea che esse abbiano un’origine naturale , quindi inevitabili: l’ideologia mercantile si fonda su dei meccanismi invisibili, si diffonde per infiltrazione e si impossessa del pensiero dominante. (*)

Mi capita di seguire dibattiti nei quali si predica – in astratto – la difesa di una corretta fiscalità, di un altrettanto corretto uso della socialità, della lotta all’evasione tributaria, alla cosiddetta responsabilità d’impresa. Purtroppo si tralascia di spiegare che questo teatro delle buone intenzioni è semplice propaganda, mentre il futuro è già in atto ed è propriamente quello dello smantellamento, prima ideologico, poi reale, del sistema che ha garantito un minimo benessere a una grossa fetta di popolazione occidentale, paradossalmente inconsapevole della qualità e del valore dei meccanismi ora in liquidazione con il beneplacito di tutti quanti. Personalmente penso che la silente società civile sia comunque responsabile di una percentuale significativa di quello che sta irrimediabilmente perdendo.

(*) “Il lavoro è stato così ben fatto che oggi qualunque espressione di tipo popolare è malvista. Lo scetticismo degli operai sul modello globalizzato e sulla costruzione europea viene letto come il risultato della mancanza di istruzione, la richiesta di regolamentazione come segno di chiusura identitaria, la rabbia dei sindaci rurali come la nascita di un nuovo nazionalismo. E gli intellettuali che si avventurassero nell’impresa di far luce su questa realtà in modo più approfondito sono immediatamente additati come sospetti”. (La società non esiste, Christophe Guilluy).
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