l’estremo centro

Basterebbe una brevissima sintesi – ridotta all’essenziale – per poter definire con buona approssimazione i pesanti effetti collaterali neo-mercantili con i quali le nostre generazioni sono forzatamente confrontate: una concorrenza predatoria tra uomini e tra contesti politici, una latente forma di darwinismo sociale, la destabilizzazione economica di intere aree geo-politiche (con tanto di sostegno a dittature sanguinarie per trarne l’ovvio profitto) con conseguente, inevitabile e tuttora ingestibile emigrazione di massa, il consumo sfrenato delle risorse, la pauperizzazione di uomini e cose resi inadatti alle nuove strategie liberiste, condizioni spesso funzionali al lavoro nero, alla manodopera gratuita, in un bricolage di schiavitù pronta all’uso; inoltre siamo esposti a sempre più evidenti tentativi di corruzione (della/nella) politica degli Stati, la stessa forma parlamentare ormai interamente determinata da organismi economici oligarchici indirizzati a un’evidente perdita di sovranità del cittadino. (… «affronti il tema ambientale, riduca notevolmente l’impatto negativo, disinquini i mari dalle “isole” di plastica, riduca drasticamente le emissioni di CO2, incrementi le energie alternative al fossile, e/o almeno ponga rimedio ai disastri ambientali con interventi sul territorio, elimini l’abusivismo, interrompa le estrazione predatorie di materie prime, così come l’eccessivo uso di idrocarburi, anche per evitare di lasciare i nostri eredi a secco»). Tanto basta per giungere alla conclusione che il neoliberismo contemporaneo è, nella sua essenza più organica, politicamente… scorretto.

Per proprietà transitiva e con altrettanta insolente determinazione si potrebbe quindi affermare che: approvando per principio il capitalismo contemporaneo, sarà poi difficile potersi definire, appunto, politicamente corretti. Il discrimine tra chi può fregiarsi del titolo di essere PC (Politicamente Corretto) e chi meno, si manifesta soprattutto nel grado di accettazione dei postulati connaturati all’economia capitalista contemporanea e non tanto in un’astratta, sterile, retorica predicazione quotidiana di libertà e di umanità.

Ritorniamo all’elettorato e, chiudendo queste minime considerazioni, alle democratiche elezioni regionali. Ora si discute di centro. Il tema è di tendenza ed è orientato a sapere come occupare politicamente l’area di centro. Un dibattito fumoso. Direi perfino irritante, proprio perché qualche politico/a in carriera è nervosamente sensibile ad ogni critica sulla liceità di un – permettetemi – obsoleto discorso da… centro. Schermata 2019-08-01 alle 10.57.05

È opinione comune che il centro sia determinabile, semmai, nelle scienze esatte, perché quello ideologico, ovviamente, ognuno poi lo pretende indicato arbitrariamente, e la sua collocazione precisa diventa un fatto squisitamente soggettivo: quindi operazione assurda la centratura del… centro politico. Infine mi chiedo cosa poi possa significare trovarsi al «centro» del disastro neoliberista contemporaneo che, come sappiamo, risulta essere perfino… politicamente scorretto.

Personalmente ritengo che la collocazione “ideologica” di ogni elettore sia piuttosto definita attualmente dalle risposte “politiche” a quelle poche ma essenziali domande relative al nostro presente e al modo con il quale si prospetta il futuro in quella parte di mondo che si usa definire col termine di Occidente, oggi offuscata dai paradossali effetti collaterali neo-mercantili e a una nefasta sottomissione al denaro.

Tanto basta per giungere alla conclusione che il dibattito sul “centro” non sia altro che un’invenzione mediatica di facciata, proprio perché il trovarsi al “centro” del neoliberismo contemporaneo è, nella sua essenza più organica, una collocazione già di per sé estrema.

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