liberamente acquisito

Ci si sorprende talvolta – nel leggere documenti redatti da colti accademici – individuare l’espressione di fallaci concetti di libertà come pure il dimenticare, acriticamente oppure per ideologia spicciola, quanto l’esistenza umana sia, ancora oggi, pesantemente contraddistinta da forme di acquisizione di reddito discutibili, da patrimoni incamerati con metodi scandalosi, da inossidabili nepotismi, da privilegi e da privilegiati, da strutture monopolistiche illegittime; perfino da intellettuali chic che dai propri blindati territori recintati, sentono il dovere cool di fustigare tutti gli altri civici confini di contenimento. Il tutto gestito da una potente politica autoreferenziale che fa perno su un cinismo morale/ideologico/esecutivo finalizzato al potere. Quindi quando si parla di libertà sarebbe meglio chiarirsi prima, che cosa esattamente si voglia intendere.

Sui sistemi di acquisizione di ricchezza è ormai tempo di ammettere che, sempre più evidenti, emergono quelli illegittimi, che si basano, in buona sostanza, su condizioni specifiche di privilegio magari ereditate, talvolta sottratte con dolo, tuttavia spesso confuse con un supposto merito. Ciò che permette di avere un notevole vantaggio su tutti gli altri. E mi riferisco anche a molte delle “liberali” iniziative private sempre alla ricerca di una via di fuga erariale. Nelle disparità economiche così instaurate si insinuano, oltre alla evidente e diversa quantità di risorse incamerate, altri subdoli fattori discriminanti: i cosiddetti simboli redditocratici.

Si interpretano e quindi si giudicano i gusti individuali come segni distintivi del gradino sociale di appartenenza: dalla cultura tout court evidenziata, alla padronanza della/e lingue; dalla semantica utilizzata nelle conversazioni, alle letture esibite; dal modo di abbigliarsi, fino alla cura corporea che ci può pure permettere d’intuire lo stile alimentare assunto. Tutto ciò fa parte di un corollario sociale che stabilisce separazioni – discriminazioni – probabilmente determinanti. Mentre il pregiudizio razziale è giustamente e ampiamente condannato, i pregiudizi di classe, in realtà, non godono di alcun interesse. Bourdieu ha ben inquadrato tali recinti negletti con il termine di violenza simbolica.

Anche la «Giustizia» (amministrata – per ora – dagli Stati) che si reputa “uguale per tutti” in realtà sappiamo quanto sia concetto superato. Il povero lestofante preso con la marmellata sottratta al supermercato, magari difeso da un avvocato d’ufficio distratto, si becca più giorni di prigione di un banchiere fraudolento “protetto” da cinque attenti prìncipi del foro liberamente prezzolati: non è difficile oggi incontrare perfino chi ritenga legittima questa “liberale” condizione del «Diritto».

Per farla breve: la società (anche moderna) si regge su situazioni esistenziali di profonda ineguaglianza e da condizioni di privilegio spesso molto opache. Molte di queste ogni tanto discusse perché facili bersagli, altre poco, oppure affatto considerate perché ritenute fatalmente imposte dai rapporti di forza, che oggi ci si ostina a ritenere condizioni di merito. Già tentare di dirimere codesto guaio è impresa ardua. Oltretutto perché ci si avvia a considerare sempre più politicamente corretta questa inderogabile condizione di privilegi liberamente acquisiti.