beyond Tell

Su un intercity diretto a Zurigo, seduto di fronte sta un ragazzo sulla ventina. Armeggia da tempo con il portatile e lo smartphone. Poi, probabilmente stanco del suo daffare, mi interroga in modo affabile e gentile sulle ragioni del mio viaggio. A domanda, rispondo.

Pian piano il discorso scivola sugli studi intrapresi, sui traguardi professionali auspicati, passando per qualche amena confidenza relativa alla sua vita privata. Infine mi accenna di una sua interessante attività, per così dire, laterale. Egli è membro di un gruppo giovanile, informale e apartitico (gli preme sottolinearlo) che si occupa di… “internazionalizzazione”. Al che mi viene spontaneo interloquire che uno dei tanti significati dell’idea di “internazionalismo” passa anche attraverso… Marx. Lo faccio con aria interrogativa. Subisco una replica siderale: carlomarx non c’entra.

Si tratta, mi spiega, di considerare l’internazionalità come il poter/voler superare l’idea di un qualsivoglia certificato di appartenenza a una nazione specifica: rendere il passaporto nazionale inutile. Ora il concetto mi sembra più chiaro. «Sono convinto – afferma con vigore il mio compagno di viaggio – che la decostruzione delle comunità nazionali è destinata a procedere speditamente, che lo si voglia o meno. L’idea assai romantica di perpetuare un “far parte della una comunità originaria” che per qualcuno sembra essere un concetto intoccabile – aggiunge – può diventare, infine, un legame assai nocivo. L’emancipazione individuale avviene solo allontanandosi dalle proprie radici» – conclude.

Mi rivela di essere in possesso di tre passaporti: uno grazie alla nazionalità della mamma, l’altro per quella del padre e il terzo per il suo luogo di nascita. Si sente un privilegiato: usa uno, o l’altro, dei documenti a dipendenza delle diverse necessità. Un’opportunità che sa di non poter condividere con molti della sua cerchia di amici. Proprio per il fatto di sentirsi un privilegiato egli è profondamente convinto che la condizione migliore sia quella di non averne affatto di passaporti. Meglio: non averne la necessità. Insomma togliere di mezzo, una volta per tutte, questo obsoleto certificato a carattere nazionale.

Mentre il giovane dottorando dipanava il suo discorso su una “internazionalizzazione senza passaporti” mi stavo chiedendo quale fosse, in realtà, la mia posizione relativamente a questo delicato tema. Difficile risposta. Si potrebbe idealmente pensare che, tutto sommato, possa essere assai bello potersi sbarazzare di ogni condizionamento giuridico/territoriale e poter vivere sotto un’unica bandiera geopolitica planetaria.

Ma poi, la solita voce dello scetticismo insito nell’umano pensare mi ha presto fatto dubitare di un’idea così tanto idealistica. Insomma non è per puro egoismo o interesse personale che non riesca ad immaginare qui e adesso un’umanità che rinunci ad identificarsi in piccoli o grandi gruppi di appartenenza, proprio perché la quotidianità tende a dimostrarmi il contrario.

Si potrebbe redigere un lista quasi infinita di metodi, modi e necessità del volersi associare. Del bisogno, insomma, di potersi identificare in un gruppo di simili. Club, associazioni politiche, religiose, culturali, sportive e quant’altro si sprecano sotto il cielo del pianeta. Ognuno alla ricerca di una propria “tribù” dentro la quale potersi incontrare e condividere magari un ideale esistenziale, perfino, semplicemente, per sentirsi protetti. Probabilmente il problema sta negli ordini di grandezza. Oppure nella forma di appartenenza. Così come nelle modalità di adesione, nelle finalità del progetto condiviso e, ovviamente, i criteri di esclusione.

Un patriziato, sappiamo, richiede condizioni specifiche per poter usufruire dei suoi beni d’uso comuni, così come un golf club pretende una certa disponibilità finanziaria, alcuni noti club di beneficenza, presumo, richiedano il possesso di requisiti assai precisi per potersi affiliare. Insomma la possibilità di appartenenza diventa spesso vincolata a particolari condizioni: diventa relativamente esclusiva. Così come diventa esclusivo il poter vivere in determinate zone di una città, proprio pubblicizzate come “quartieri esclusivi”, che sono, tra l’altro, assai ben recintati e difesi da guardie private. Contesti che rimandano alle… lontane proprietà feudali.

Attualmente e in molti casi, per poter accedere a un determinato contesto, si chiede comunque di essere in possesso di un certificato, di un lasciapassare, di un badge, oppure di uno status. In assenza di codesta certificazione di appartenenza l’accesso ti è negato. In altre parole: il concetto di appartenenza richiama spesso al concetto di esclusione.

Nondimeno si potà far scomparire il permesso di transito a carattere nazionale, come si augura il mio interlocutore, ciò non toglie che la denazionalizzazione del pianeta non sarà in grado di eliminare una grande quantità di altre esclusioni, verosimilmente ancor più pesanti; ed è molto probabile che siano esclusivamente basate sulle proprie possibilità economiche, certamente molto più esclusive e difese di quelle legate ad un sobrio, democratico passaporto territoriale che, si suppone, possa essere acquisito per semplice decreto amministrativo.

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