parole come… pietre.

Penso debba essere assai “scomodo” – per molti redattori accreditati presso testate di prestigio e di grande diffusione – dover utilizzare alcuni termini molto in uso nel linguaggio corrente per descrivere i fatti in quella difficile, se non impossibile, ricerca di correttezza informativa sempre più effimera.

Ci sarà pure qualcuno di loro, rèduce da una minima lettura saggistica specifica, che lo abbia perfino reso attento alla pericolosa ambiguità insita, per esempio, nello sguainare senza particolari ripensamenti termini pericolosamente ambivalenti come quelli di “violenza/odio/discriminazione”.

Ci saranno pure, suvvia, redattori muniti di un profondo senso democratico, probabilmente infastiditi dalla pesante tendenza contemporanea a non saper riconoscere, quindi non poter evidenziare quanto di “violento” di “odioso” e di “discriminatorio” vi siano in molti dei fenomeni attuali normalmente supposti come corretti.

Infine ci sarà pure qualcuno, si osa sperare, impaziente di poter superare quella nefasta unidirezionalità terminologica che vuole identificare solamente nell’altro, gli stessi torti, provocazioni e limiti non avvertiti, perfino tollerati, se manifestati dalla propria posizione ideologica.

Infine sappiamo perfino della presenza di prontuari auto-redatti contenenti regole deontologiche basilari. «Una certa maggiore imparzialità è richiesta ai media che agiscono in situazioni di monopolio, almeno regionale. Riferendo su temi controversi essi devono riflettere opinioni diverse, anche se non a tutte è dovuto lo stesso spazio. La legge impone ai servizi giornalistici dei media elettronici (radio e televisione) una concezione più rigorosa dell’imparzialità

Ciò vale, a mio parere anche quando si parla di «discriminazione» e ben sappiamo che codesto termine non lo si usa per descrivere, ovviamente, quei territori dove la compresenza tra estrema ricchezza e estrema povertà è la regola; scenario in attesa di esportazione planetaria. Territori dove la ricchezza la si blinda in distretti protetti (veri e propri muri, «muro»Schermata 2018-07-22 alle 13.53.39 ecco un altro termine assai ideologizzato) da qualificate guardie armate  mentre fuori – nella società della maggioranza – cresce fatale, l’inquietudine e la violenza. Perché lì fuori, la “sana” competizione economica ha già ottenuto e consolidato la sua «discriminante» stratificazione sociale.

Quando si parla di violenza si trascura di parlare, per esempio, di quella esercitata allorquando un intera comunità viene privata del lavoro a causa di un’avida delocalizzazione finalizzata alla sostituzione di una manodopera attiva e capace (e giustamente retribuita), con quella “sostitutiva” assunta in un regime di schiavitù per incrementare l’iperprofitto. Manifestazione del potere del grande capitale «segregazionista» che diventa violento nei confronti di gruppi subordinati con la complicità di una politica spesso “di centro” che convalida, tuttavia, un’economia degli estremi. Per cui aggiungerei senza troppi giri di parole anche il termine «centro» nel contenitore delle parole che meriterebbero una necessaria riflessione in tal senso.

E così quando la protesta delle vittime supera qua e là il gradino della contestazione pacifica per scivolare in qualche episodio di violenza agita, spesso agita da… altri, scatta la condanna, l’indignazione, il richiamo alla legge. Il ricatto moralistico del così non si fa, l’invito all’ubbidienza civile, alla ragionevolezza. Entra in azione quel discorso intimidatorio funzionale a circoscrivere la protesta nella cosiddetta zona dell’accettabilità dei fatti, ritenuti insindacabili dalle irrevocabili leggi del mercatismo. Pena l’immancabile accusa di passare nel campo degli estremisti.

Ci dicono che ci si dovrà tuttavia abituare alle stratificazioni sociali: ovvero alla separazione netta tra comunità di privilegiati e ghetti residuali di povertà edificati nel medesimo territorio… civico: insomma accettare l’idea di vivere in tribù di reddito e di altro ancora molto differenziate e tanto differenzianti. Mentre il pregiudizio razziale è giustamente condannato i pregiudizi di classe benché simili, sono invece menzionati solo di rado. Gli intellettuali “progressisti” hanno dirottato i loro interessi dall’emancipazione proletaria per consacrarsi all’emancipazione dei costumi e la «cura» del linguaggio. Insomma: le grandi ingiustizie di oggi sono, per molti, semplicemente diventate la condizione di normalità.

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