perifrasi trend

Ci sarà pure chi ha un particolare interesse per i dibattiti politici televisivi e si sarà magari accorto, con un certo disappunto, che le amenità imperano e – si sarebbe detto tempo fa – tracimano: “si spreca la propria saliva in discussioni sterili” già diceva il poeta tranciando brutalmente ogni discorso. Molti intrattenitori ser(i)ali ti danno la netta impressione che l’astuzia dialettica debba sostituirsi all’amministrazione pubblica.

Ci si potrebbe chiedere se esista, infine, la consapevolezza di come questi vani rituali catodici ci indichino spesso rimedi già ritenuti inattuabili, chiedano decisioni il cui significato sfugge al popolo degli elettori, anche perché non esiste nemmeno più un «Principe», insomma una “Istituzione Identificabile” a cui inviare le proprie legittime rimostranze e richiedere eventuali impossibili sanzioni.

La regolazione economica, quindi ideologica del mondo, avviene lontano – in senso lato – confezionata da attori anonimi la cui responsabilità è priva di una identità rintracciabile e la sua manifestazione politica, quindi sociale che ricade poi sulle comunità nazionali  è soprattutto quella di far accettare all’elettore norme che i primi fabbricano nei laboratori della finanza. Molti parlano di una politica regionale… liberale, minuta, circostanziale, da usare quale rimedio decisionale. Ma come tutti sanno se la struttura globale esige… anche il piccolo si dovrà pur piegare. Un saggio politico d’altri tempi ebbe a dire che, per quanto ci riguarda, “il grado di servitù attuale è tale da far perdere di vista la condizione stessa di servitù”.

Si potrebbe trovare assai noioso, addirittura scorretto, sentir ripetere con insistenza da papaveri rampanti , quanto il sistema mercantile neoliberista abbia comunque permesso di sollevare dalla povertà alcune popolazioni storicamente penalizzate. Ci mancherebbe. Tuttavia la quasi totalità di coloro che non si sono fermati a considerare esclusivamente il minimo dato positivo ci ha pure reso edotti sugli aspetti perversi innescati da codesta pratica transitiva.

Si sussurra appunto che l’intenzione iniziale – il movente – non fosse affatto quella/o di emancipare volontariamente le popolazioni mirate, ma era più cinicamente quella/o di delocalizzare il lavoro per ridurre immediatamente i costi di produzione relativi a una manodopera “troppo sindacalizzata” e retribuita giustamente: oggi rimasta in larga misura precaria se non addirittura senza lavoro. Infine l’altra conseguenza considerevole: ogni rapporto diretto con la comunità dei lavoratori e il territorio nel quale si produce (e si produceva) è stato sostituito gradualmente da una “governance” gestionale apolide e volutamente anonima. Addio alla tanto declamata – nei salotti televisivi – responsabilità d’impresa.

Tanto più quando poi si esibisce il trito mito della democrazia parlamentare, usato senza pudore, mentre sappiamo che il cambiamento di scala degli scambi economici e la corsa alla rendita immediata, estraniano gli Stati dal gioco democratico per il semplice motivo che la loro autonomia scivola sempre più verso una vera e propria sottomissione, proprio perché i territori sono messi in concorrenza l’uno contro l’altro (… the winners takes it all) nel perverso gioco dei capitali mobili.

Chiedere meno imposte sul capitale, rivendicare una fiscalità attrattiva per le grandi imprese, così come accettare la flessibilità salariale non è altro che cedere agli imperativi economici che le comunità nazionali offrono per contribuire al rinforzo del modello dominante. Nessun parlamento potrà mai prendersi la responsabilità di procedere diversamente. Ogni riforma che si fa, la si fa per togliere ciò che si era faticosamente ottenuto. Politiche appiattite da rapporti di forza che tendono a far percepire come naturali le leggi del meccanismo neomercantile: “adattare i nostri strumenti politici in conformità al nuovo ordine economico”. Questa è perifrasi del momento.

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