la società dei simili

Appaiono con sempre maggiore frequenza prese di posizione intese a considerare, rivalutare, rispolverare la posizione del liberalismo in seno alle democrazie occidentali. Quasi un accanimento reattivo a interessanti e documentati studi di spessore, che ben descrivono un possibile tramonto della formula che ha fatto la fortuna del recente capitalismo. Un discorso “liberale” sui massimi sistemi? Salviamo il salvabile sembra (invece) la formula… vincente alle nostre ristrette latitudini periferiche. E lì bisogna subito intendersi. Non credo si possa sempre e comunque attingere a somme teorie relative al pensiero liberale accademico depurato da ogni effetto collaterale, inclusa la neo-schiavitù documentata e crescente, cercando di inquadrare, perfino giustificare, un presente che sembrerebbe smentire le lezioni dei “padri”

Si narra che, oltreoceano, il venti percento degli abitanti di quella invidiata democrazia, possiedano il 93% di tutti gli averi finanziari in circolazione. Cose da far sussultare un concetto ribadito, pare da Tocqueville, secondo il quale la democrazia è (dovrebbe essere) la società dei simili. Certo è che novanta sui cento interrogati in una recente ricerca considerano come necessaria la riduzione del divario tre privilegiati e nullatenenti. Proprio perché si sta assistendo alla affermazione di due popoli tra loro estranei, che non hanno nulla in comune da condividere: come se vivessero su due pianeti diversi. E questo parrebbe dipendere dal merito (nella versione mitico-liberale), mentre nella realtà dei fatti… più semplicemente dal letto nel quale sono stati concepiti.

Tuttavia il 57% degli interrogati considerano le disuguaglianze come inevitabili perché bisogna pur tener conto dei meriti individuali. E qui il discorso si apre a un famoso paradosso secondo il quale gli uomini deplorano in astratto, ciò che accettano in concreto. Questa, è probabilmente la contraddizione sulla quale si reggono le democrazie liberali attuali. Il problema tuttavia resta a sapere come stabilire il merito.

Si è pure confrontati d’altronde con una profonda crisi dell’idea di uguaglianza, termine che, preso così, sembrerebbe un concetto estremo, bolscevico. In realtà come si accetta in astratto che la legge debba essere uguale per tutti, in concreto riteniamo inevitabili le differenze di giudizio in un processo, relativamente alla “condizione” degli accusati. Per cui, come la legge non è sempre distribuita in termini di perfetta equità , anche il merito non è sempre… meritato. Spesso le sue basi sono viziate da condizioni di partenza assai… prestabilite. Si cerca tuttavia di rendere secondaria la banale constatazione secondo cui il capitale culturale ed educativo ereditati (quindi ottenuti senza alcun merito) siano essenziali all’acquisizione di quelle competenze necessarie alla scalata sociale. In concreto tuttavia, chi sale la scala sociale viene comunque ritenuto l’unico meritevole e beneficiario.

Così come l’esplosione delle remunerazioni delle superstar mediatiche spesso criticate con l’istintività del disappunto, sempre però giustificate da una presunta e ambigua legge di mercato. In realtà si potrebbe benissimo dedurre che questa economia dello show-business segua quelle logiche di promozione del culto dei “vincenti “ finalizzata alla diffusione di quello spirito d’emulazione necessario all’idea di competizione sociale ed economica proposta dalle società liberali. Uno su mille ce la fa, nella lotteria della vita, ciò basta a giustificare il fatto che tanti ci provino. E parrebbe funzionare, anche se poi si richiama la politica – nella critica quotidiana e con insistenza – a star più vicina alle necessità della… gente comune

“La competizione c’è semprc stata, è una delle molle dell’esistenza, una delle componenti dell’umana natura. Ma la novità di oggi è che essa ha sottomesso tutte le altre componenti, ha soggiogato le istituzioni, il pensiero, la tecnologia, il costume e perfino i sentimenti e gli affetti. Ha ridotto gli uomini a puri animali da combattimento, dediti al più assoluto egoismo per poter sopravvivere, avere successo e sconfiggere i concorrenti.”
(R.Dahrendorf).