strati di inutilità

C’è una stampa che parla d’altro, evita il tema, lo sorvola. Dà le cose per scontate. A fatti avvenuti. Poi c’è quella che racconta solo quel poco che gli interessa dire: fa da tramite, diffonde per dovere di ruolo. Oppure parla per procura. Commenta ciò che accade assecondando ciò che impone l’ingombrante linea editoriale: esprime valutazioni di parte. Come il giornalismo del non detto, si arrende al prerequisito del consenso.

Un’informazione – diceva un saggista – che orienta la propria dialettica sempre nella direzione del vento: insegue e segue l’air du temps. Non c’è prosa più stucchevole dell’aria fritta unidirezionale, si potrebbe aggiungere. Si è quotidianamente contaminati da articoli la cui utilità di dibattito è simile a uno sciroppo per la tosse usato per curare una micosi ungueale.

Mi è capitato di addentrarmi, (per una sorta di malsana curiosità, lo ammetto) tra i capoversi di un editoriale a firma… «progressista» che, tra le soverchie citazioni “dotte” {democrazia: alias… demos/kratos, insomma… robe del genere}, insisteva ad nauseam sulle ovvie incongruenze di un’osteggiata tendenza politica attuale, definita sempre e comunque con un’insidiosa etichetta dispregiativa, affrontando il tema con un “taglio” che voler definire banale, sarebbe come umiliare il senso comune che si dà al termine banalità: la scoperta dell’acqua calda; tuttavia presentata come dato di fatto, ciò che a tutti gli effetti è semplice opinione.

Una narrazione disseminata di informazioni generiche tese a descrivere gli elementi in discussione con l’equidistanza… dell’imponente soggettività, citando pareri ritenuti probanti, collocati con tutta ovvietà sul versante della pura astrazione, così come lo sterile elenco d’informazioni perfino smentite dai fatti, soggiacenti ai luoghi comuni della rappresentazione egemonica, ponendo questioni così tanto retoriche da evitarci perfino lo sforzo di affrontarne il senso.

Strati di inutilità di uno spessore altrettanto microscopico finalizzati ad assecondare – probabilmente – una macroscopica esigenza declamatoria di dozzinale ideologia: negazione di ogni dibattito in nome di un principio dominante indiscutibile. Insomma: il delirio di quell’informazione ufficiale intimidatoria(*), che vuole porsi quale unico argine alle… detestate-fake-news-da-social. Contraria a parole alla democrazia emotiva, nei fatti subdolamente complice.

(*) Nel linguaggio mediatico vi è un esempio che ben illustra il percorso intimidatorio nei confronti del dissenso, ciò che si condensa in due termini molto usati nel discorso europeo: euro-scetticismo e euro-fobia. Diciamo subito che (probabilmente) non tutti gli euroscettici sono stolti-anti-europei: mostrano ovviamente una certa qual riserva nei confronti dell’UE, così come strutturata nella sua forma politica attuale, ma non vi è alcun rifiuto dell’Europa quale continente di appartenenza. Tuttavia l’europeismo burocratico si è accorto quanto la carica inibitoria del termine (euroscettico) fosse ormai inadeguata per incidere sulla squalifica moralistica: essere scettici vuol dire, infatti, attendersi conferme che permettano di superare eventuali riserve, senza necessariamente rifiutare il concetto fondativo: quindi una posizione legittima. Per incidere maggiormente sull’effetto censorio si è dovuto premere sull’acceleratore semantico, introducendo un nuovo termine: euro-fobia. Parola che rimanda invece a una paura, a un’angoscia, quindi a un rifiuto irrazionale di qualcuno o di qualcosa. In altri termini: un disturbo della personalità. La fobia anti-EU è un’alterazione che va guarita. L’«eurofobico/a» non ha altra scelta che farsi curare. Democraticamente of course!