narrazione meritocratica

La meritocrazia non esiste. È una narrazione inventata dalla ricchezza per far credere che la ricchezza sia il risultato di un merito*. Un pericoloso mito ideologico. Molti parrebbero crederci perché in codesta narrazione si contrappone furbescamente, al concetto di merito, la pratica diffusa della raccomandazione. Un confronto mendace. Perché l’uno non esclude l’altra .

Il merito andrebbe in effetti contrapposto ad un’ipotetica condizione iniziale di ogni soggetto.Tuttavia le differenziazioni iniziali tra i soggetti non sono perfettamente misurabili, perché sono composte da più elementi: la condizione economica  e culturale famigliare, le forme di motivazione innescate/inibite dall’ambiente educativo condiviso nell’infanzia, le caratteristiche psicologiche innate, perfino la struttura (Müller/Mazur) e la bellezza fisiche soggettive hanno una rilevanza determinante. Sappiamo da studi specifici, per esempio, che l’aspetto corporeo ha un ruolo importante nella carriera professionale dei singoli. Una sorta di meritocrazia ariana.

In fondo la volontà di selezionare gli umani attraverso strumenti discriminatori ha sempre affascinato chi detiene il potere. Per fortuna, e per evitare fraintendimenti, le discriminazioni per decreto amministrativo come quelle razziali del secolo scorso (leggi razziali fasciste del 1938, l’apartheid sud africana) non hanno avuto scampo, né da un punto di vista giuridico, né da quello storico. Il tragico ricordo degli esperimenti di eugenetica dello scorso secolo hanno gettato un’abominevole macchia su ogni tentativo di voler selezionare la popolazione attraverso criteri precostituiti. Tuttavia l’universo delle delle discriminazioni si aggiorna, rimane… ricco, e come si chiese il saggio: bisogna meritarsi di vivere per avere il diritto di vivere?

Attraverso, per esempio, il contesto abitativo in cui nasci, ecco che dai primi anni della tua vita fino all’adolescenza, interiorizzi un vissuto, quindi un’identità sociale pressoché indelebile sia essa fatta di privilegi acquisiti per diritto ereditario, sia purtroppo dominata da esperienze di esclusione e fragilità sociali. Quando il 2 per cento della popolazione detiene la ricchezza planetaria e molti altri non hanno né lavoro, né alloggio, si può benissimo parlare di linee di classe fondamentalmente discriminatorie. E li s’introduce (voilà) il concetto di merito per dare a queste inique ineguaglianze una parvenza di legittimità.

La discriminazione è l’inaccettabile deriva di ogni tentativo di misurazione che non tenga conto degli esclusi.  Una società si dovrebbe valutare sulla base di quanto valore assegna agli ultimi. Non tanto premiare “esclusivamente” chi, per evidenze biografiche, riesce a salire i gradini sociali. Spesso chi sale i gradini sociali e semplicemente un… arrampicatore sociale.

*merito