sobrietà obsolete

Mi chiedo perché stiamo ancora parlando di Stati sobri e di Stati insolventi. Di debito pubblico e di contingentamenti. Proprio quando sappiamo che gli stati sono un concetto largamente superato dai rapporti economici neoliberisti.

Il primo protagonista della nostra storiella cresce in uno Stato sobrio, contenuto, organizzato, probo. Lavora nella comunità nativa e percepisce uno stipendio decente, in sintonia con la sua formazione e con il costo della vita indigeno, paga le tasse dovute e dispone di servizi adeguati. S’identifica così tanto con tali concetti che è portato a credere che tutte le comunità planetarie agiscano di conseguenza.

L’altro elemento della nostra storiella cresce invece in una delle diverse comunità che non riescono a realizzare uno Stato conforme agli standard di cui sopra, dove la corruzione, l’intrallazzo, il culto della furbizia affossano ogni idea di giustizia sociale. Di redistribuzione dignitosa. Non paga volentieri le tasse che ritiene (lecitamente) eccessive, proprio perché una buona parte di suoi consimili le evade per abitudine culturale. Lo Stato di cui è cittadino è prossimo all’insolvenza. Egli è un ottimo elemento, competente nel suo lavoro, ha studiato anche in scuole estere ed è sufficientemente astuto da sapersi inserire in ogni contesto planetario con successo. Un vero individualista di tatcheriana aspirazione. È consapevole del fatto che all’interno della sua comunità d’origine non troverà mai un lavoro adeguato alle sue competenze.

Il terzo uomo è poco formato, disoccupato endemico perché nel suo contesto non ci sono possibilità lavorative, nessuna industria, nessuna struttura, alto tasso di criminalità endogena, egli è fermamente deciso a costruirsi un futuro forzatamente lontano dal paese di nascita affrontando una fuga disperata.

Si potrebbe tentare una conclusione. Che lascio al lettore. Personalmente sono convinto quanto sia comunque evidente che delle personalità “raccontate” solo un paio possano interessare alla grande ricchezza, al grande capitale, al grande azionista, ai tycoon della finanza, alle élites dei manufacturing contest. All’industria delle delocalizzazioni.

Il primo caso (e il primo Stato) con ogni probabilità non riscuoterà grande successo nelle aspettative dell’azionariato imperante. Se non come suolo da occupare per l’interessante organizzazione sociale. Appare sempre più come una fotografia ingiallita di un contesto sopravvissuto al cataclisma in atto, un gioiello costoso e obsoleto.

Il secondo e il terzo caso (su due piani ben differenziati e distanti) invece godranno delle simpatie capitalistiche perché proprio in sintonia con le “peculiari” caratteristiche economicistiche della lotta sociale. Ricordate Jobs?: “Siate affamati, siate folli! E lady Thatcher, molto, molto prima: “Esistono solo individui e solo relazioni di mercato”. E noi siamo ancora qui a parlare di Stati sobri, di Stati insolventi e di debito pubblico.