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Con la testa china sul giornale, uno di quelli – scelto a caso – che vanno per la maggiore, ti accorgi che in questi mesi, la narrazione appare come diversa. Ti sembra infatti che il mondo dell’informazione, insomma l’universo di tutti coloro che firmano articoli sui quotidiani a grande tiratura, si sia accorto che esistono popoli dimenticati perché reclusi nelle periferie del reddito negato. Si ammette pure che la società procede a forti velocità differenziate, che ci sono molti, troppi disoccupati e che tra gli occupati vi sono molti, troppi poveri: proprio perché costretti a un salario da fame.

L’informazione quotidiana ci comunica con malcelata sobrietà che le regole del gioco mercantile parrebbero ammettere ogni regola: anche regole molto sregolate che portano direttamente alla schiavitù, per cui la globalizzazione stia pian piano rivelando quegli aspetti molto, troppo liberali, che hanno mutuato accidentalmente la predazione. Infine – si dice – che le norme, seppur esibite, sono magari rispettate, non sulla base di principi etici, bensì eventualmente, in relazione al grado di conseguenze alle quali la predazione va incontro.

Soprattutto, sembra perfino accorgersi – la grande informazione – che il cosiddetto establishment diventa sempre più ricco e vada poi ad occupare ambiti protetti; lo fa, si dice, per restare lontano dai guai che esso stesso crea agli altri che restano, per forza di cose, esclusi dai recinti del privilegio. Così da poter restare in pace su un pianeta stipato fino al limite delle sue possibilità di accoglienza. Una rivolta delle élite che ha portato al ritorno delle caste.

Ci dicono che ci si dovrà tuttavia abituare alle stratificazioni sociali: ovvero alla separazione netta tra comunità di privilegiati e ghetti residuali di povertà edificati nel medesimo territorio… civico: insomma accettare l’idea di vivere in tribù di reddito e di altro ancora molto differenziate e tanto differenzianti. Mentre il pregiudizio razziale è giustamente condannato i pregiudizi di classe benché simili, sono invece menzionati solo di rado. Gli intellettuali progressisti hanno dirottato i loro interessi dall’emancipazione delle masse per consacrarsi all’emancipazione dei costumi. Insomma: le grandi ingiustizie di oggi sono, per molti, semplicemente la condizione di normalità.

Più in là si può inoltre leggere che comunque l’occidente continuerà imperterrito a fare loschi affari con gli stati “emergenti” dai quali emerge – con tutta ovvietà – una feroce miseria che obbliga i nativi a migrare. E che quest’ultimi si assumono dei rischi, in viaggi terrificanti, per andare nei paesi ritenuti ricchi per essere costretti, poi arrivati, lottare con i poveri… considerati ricchi. Quindi, si dice, bisognerebbe meglio “gestire” questi flussi di miseria che vanno ad aumentare quella già presente nei luoghi dove risiedono gli sventurati che li hanno preceduti. E qui iniziano le litanie tautologiche espresse dalla “governance” stessa con annessa solita lista dei pii desideri quali… si sarebbe dovuto instaurare un’opportuna regolamentazione… ma non si è potuto farSchermata 2019-07-08 alle 13.19.08e.

C’è perfino chi s’azzarda a tirar fuori la teoria secondo la quale i partiti, che a loro tempo – senza che nessuno, peraltro, glielo avesse chiesto – si erano auto incaricati di difendere i poveri delle periferie, si siano decisi poi, in un preciso momento di dimenticarli per dedicarsi a minoranze più rappresentative. Gli stessi che, dopo alcune maldestre ammissioni, ora vogliono ri-trovarsi, ri-pigliarsi, ri-nascere sotto una re/staurata bandiera repubblicana. Insomma il secolo del politicamente corretto e… dell’igiene verbale si rivela essere il secolo delle giravolte autoreferenziali.

Tranquilli, fintanto che i “d(e/é)plorables” potranno essere distratti dalla loro precaria condizione grazie agli imperativi dell’infotainment, i vertici delle governance blindate non avranno nulla da temere.