pros”elitismo”

 

Dal momento in cui  la sinistra ha abbracciato la cosiddetta “terza via”, si è condannata all’obbligo di dover trovare gli argomenti che la potesse distinguere dalla destra neoliberale. Immediatamente pronta, sul cammino della sua metamorfosi liberal, una ricetta scontata: la volontà di ostentare, con malcelato moralismo, un sostegno generico alla causa dei diritti umani, a dispiegare proclami in difesa di un individualismo di genere, di pelle, di credo, di orientamento sessuale. In altre parole, per evitare di essere totalmente associata all’imperante neoliberismo, la sinistra ha scelto di dedicarsi, ad oltranza, alla difesa di particolari diversità generiche.

La povertà ha così assunto, anche a sinistra, un’identità di carattere specifico: una configurazione tribale, semmai considerata, come tante altre, nella sua condizione di “diversità”, un dato di fatto, una condizione fatale: abbandonata evidentemente l’ortodossia storica con il prioritario processo dell’emancipazione proletaria, il “progressismo” va ad abbracciare, ancora più radicalmente, una prospettiva culturalista.

Questa «nuova» sinistra, più o meno implicitamente, rivendica una sua posizione elitaria, e lo fa insistendo sui temi relativi alle attuali oppure future irrinunciabili conquiste tecnocratiche, spinge per una visione, se non proprio astratta tuttavia singolare, comunque particolare dei diritti civili, interpreta la globalizzazione come inevitabile, integrativa e serena. Insomma partecipa da “sinistra” a una narrazione ottimistica del processo neoliberista in corso. La terza via – leggevo – ha ridotto sostanzialmente le scelte politiche cosiddette progressiste tra chi viaggia in… business if not first class. Quindi il meccanismo economico non si tocca.

Viceversa s’invitano i progressisti a voler dimenticare le conquiste laburiste, la critica all’accumulazione oligarchia del capitale, lo sfruttamento delle classi popolari e la relativa depauperizzazione, così come l’industrialismo predatorio. Insomma un “dolce” abbandono delle battaglie sociali in favore di una unilaterale lotta contro una ben circoscritta categoria di discriminazioni e una radicale difesa di una altrettanta specifica serie di diritti alternativi. Il totem economicistico imperante, che riduce il lavoro i salari e quant’altro, diventa una condizione oggettiva, celato da un tabù ideologico implicito che lo considera un dispositivo incontestabile: il permanente richiamo a presunti diritti civili nasconde, in sostanza, l’inevitabile rimozione di quelli sociali e la “sottomissione” sottintesa alle regole della famigerata golden straightjacket mercantile.

Anche il tema dei diritti umani proclamato dalla cosiddetta new left necessiterebbe di infinite precisazioni affinché non si riduca a un astratto universalismo di facciata. È basato su un radicalismo teoretico che potrebbe perfino maldestramente essere travisato. Fa perno sulla vecchia litania liberale secondo la quale la società umana debba essere concepita come una semplice sommatoria di individui. In altri termini: il fulcro di ogni trasformazione è/dovrebbe essere un “agire” individuale. Quindi neglette tutte quelle fondamentali relazioni politiche e sociali che strutturano il tessuto della civica convivenza.

Così… dimenticando si misconoscono tutte quelle forze collettive che sono state e che sono tuttora il motore principale delle rappresentanze democratiche: coesistere in virtù di un progetto comune fondato secondo i princìpi condivisi, sulle delle regole del diritto, e infine su di una corretta ridistribuzione della ricchezza prodotta. Insistere comunque sul valore assoluto dell’individualità significa anche negare il dispiegarsi dei processi condivisi che stanno alla base del nostro vivere comune. I diritti del cittadino perdono consistenza davanti a proclamati diritti del singolo.

Nell’attuale periodo storico – mi sembra di aver letto da qualche parte – perfino la Dichiarazione universale dei diritti umani parrebbe essere comunque confinata come l’elenco di un’utopica raccolta di Buone Intenzioni. Già il primo articolo, a mio parere, ti pone davanti a una mirabolante menzogna: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti“. À suivre.