cresce una consapevolezza

Cresce una consapevolezza: le scelte politiche non si fanno più nei parlamenti; pur tuttavia la politica è la prima e la sola accusata di questo dato di fatto. Sarebbe come dire che sul banco degli accusati si è scelto di mettere l’ostaggio. Certo, esiste pure una parte di complicità nel legittimare politicamente che la disoccupazione di massa, ad esempio, è affare dei singoli; proprio in ossequio al dogma dell’individualizzazione delle responsabilità: il destino, prima collettivo, oggi lo si vuole far diventare un “affare” personale. È in atto – oltretutto – una feroce disintegrazione della condizione democratica degli stati, determinata con ogni probabilità, dalle quotidiane decisioni economiche del mercantilismo globale. Sì, perché la politica ha le sue colpe, certamente un grado di lentezza congenito, ma il disastro planetario attuale è soprattutto causato da forze che hanno il potere di agire fuori dai banchi dei parlamenti.

Ai popoli si narra tuttavia che la crescente disuguaglianza della nostra società è dovuta a importanti cambiamenti strutturali nell’economia: una delle fonti primarie di questo inarrestabile processo è ovviamente il progresso tecnologico, pure ci vien detto. Inoltre la globalizzazione è un altro degli attori di questo mutamento epocale, si aggiunge astrattamente. Vi sono addetti che hanno perfino sollevato la questione secondo la quale non-si-considera-con-sufficiente-attenzione il modo con il quale la globalizzazione e la tecnologia interagiscono. Interessanti discorsi… accademici.

Sappiamo tuttavia che la pianificazione del futuro avviene nei laboratori economici, nei consigli di amministrazione, dentro le cupole finanziarie: l’economia finanziaria tiene in ostaggio la democrazia. Il cosiddetto “progresso” lascia all’economia il potere decisionale sollevandola dalle responsabilità degli effetti indesiderati, mentre ai governi è assegnato il compito della legittimazione democratica dei disastri. Da qui, probabilmente, quel malcontento nei confronti della politica parlamentare evidenziSchermata 2019-12-19 alle 12.11.43ato anche dall’astensionismo che nasce forse dalla consapevolezza sempre più evidente, che tra il potere affermato dai partiti e il potere dei fatti si è verificata una discrepanza abissale.Siamo calati in una situazione grottesca: il neoliberismo si prende cura dei vincitori mentre i perdenti li abbandona agli agenti dell’antisistema. Ai cosiddetti populisti.

Naturalmente, la miseria dei popoli non è un fatto casuale. È l’espressione di quei momenti storici, in cui i rapporti di forza tra ricchezza azionaria e lavoro sono completamente sbilanciati a favore della prima. Inoltre da quando i costi del lavoro, in alcune parti del mondo, si sono quasi azzerati – e la produzione può avvenire ovunque – i paesi con costi di manodopera decenti possono solo trattenere gli investitori riducendo i salari con contratti di precariato, (mini job, job-on-call e altre tremende etichette create nella neolingua mercantile) oppure più praticamente e cinicamente, sostituendo i lavoratori con manodopera disposta a una retribuzione iniqua, infine come già accade, con tecnologie sostitutive. I robot. I subalterni sono perciò un popolo organico alle finalità mercantili. Non sono quindi le inevitabili vittime delle innovazioni tecnologiche. Se è vero che gli uomini creano la società è anche vero che alcuni uomini creano un tipo di società nella quali altri uomini devono vivere e agire.

Al tempo stesso i contesti più ricchi, che sono centri economici attivi e che detengono un vantaggio comparativo nelle attività finanziarie e nella gestione delle informazioni, vedono le loro ricompense crescere rendendo più floridi i conti di élite ricche, operanti nei centri dirigenziali-cool del cosiddetto “capitalismo globale” che, tra l’altro determina, con un neocolonialismo economico celato ai più, gli importanti flussi di rifugiati. Nessuno sembra accorgersi che uno gli effetti devastanti del capitalismo finanziario ha sfasciato molte realtà economiche locali del continente africano impedendo quella minima autosufficienza necessaria al loro sviluppo innescando- viceversa – una severa crisi migratoria. È probabilmente questa l’emergenza, se non la più pressante, almeno d’identica urgenza a quella ambientale.

Sarà tuttavia difficile convincere all’urgente cambiamento di paradigma economico, con la salvaguardia del pianeta compresa, quella ricchezza che vive già in comunità sicure e protette in enclavi distribuite nei vari continenti e organizzate gerarchicamente secondo una rigida scala redditocratica, che si è già posta al riparo così da evitare il confronto diretto con il disastro sociale e climatico di cui è pure sostanzialmente responsabile. Per cui sarà difficile credere che le politiche parlamentari di destra o di sinistra… o di centro, ci possano indicare – attualmente – alternative credibili per tentare di uscire dall’illusione para-progressista nella quale siamo sprofondati.

«Tuttavia la profezia, secondo cui la società del sapere aprirebbe nuove inesauribili fonti di lavoro e di produttività, non è rimasta inconfutata. Gli scettici controbattono sostenendo che la certezza, secondo cui lo smantellamento della vecchia società della piena occupazione andrebbe di pari passo con la costruzione di una nuova società della piena occupazione basata sul sapere, misconosce l’elemento radicalmente nuovo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, ovvero la possibilità di aumentare la produttività senza lavoro.»
Ulrich Beck, Il lavoro nell’epoca della fine del lavoro