affreschi di stampa

La nostra conoscenza del mondo trascorso è probabilmente la somma di narrazioni filtrate dalla tradizione orale, o giunta a noi attraverso i caratteri da stampa, oppure fruita direttamente grazie al patrimonio iconico: gli affascinanti affreschi che oggi ritroviamo in molti edifici storici – chiese e palazzi – non sono altro che episodi illustrati, indizi di un racconto nato e cresciuto per spiegare il mondo ai molti cSchermata 2020-01-27 alle 13.43.51he non avevano, si dice, l’opportunità di poter leggere la parola scritta.

È pur vero che esiste ancora oggi un’importante parte d’informazione che si nutre – come allora – di immagini, (le contemporanee “tele” televisive) diffuse con quotidiana e implacabile determinazione; tuttavia, volendo e sapendo leggere, si possono affinare codesti dati visivi – spesso perfino subiti – affidandosi anche ad altre fonti come la cosiddetta carta stampata.

Probabilmente la differenza tra l’acquisizione del mondo attuale e quella per mezzo degli “affreschi” di storica narrazione, sta nella natura dei committenti. I grandi artisti che hanno prodotto queste meravigliose tracce ricevevano e accettavano – consapevolmente – il mandato da un mecenatismo ricco, colto e potente: sapevano – soprattutto – di dover ubbidire a determinati umori. Oggi probabilmente le cose… non sono diverse.

Considerando l’imponente ed “esclusiva” informazione assemblata dalle maggiori agenzie con il mandato di una narrazione quotidiana globalmente diffusa, ebbene si ha il sospetto che i mandanti siano ancora i soliti… ricchi, (un po’ meno colti, parrebbe) tuttavia molto potenti. Proprio (quasi) come allora. E… allora non resta altro che doversi fidare degli “attori” preposti all’informazione: i giornalisti.

Molti degli addetti considerano infatti il loro lavoro con estrema serietà perché sono consapevoli che codesta narrazione (…immaginifica oppure verbale) debba essere prodotta valutando i fatti, rispettosa di una verità imparziale basata su considerazioni oggettive e verificate, si sentono i «guardiani» di un’informazione democratica: così come molti di loro ci tengono ad autodefinirsi. C’è chi ha realmente il sentimento di appartenere a una categoria importante e privilegiata incaricata di “illustrare” (affrescare) i fatti così come sono e, come si presume, apprendano sui banchi delle numerose scuole di giornalismo.

Ma come i “narratori” di allora non possono evitare di doversi misurare coi desideri del committente. E i desideri del committente sono, con ogni probabilità, gli interessi della ricchezza (magari colta) sicuramente potente: proprio (quasi) come un tempo.

Così come risulta ovvio che in un contesto democratico il controllo dei media possa diventare una questione politica cruciale, ecco che, d’altra parte, la difesa degli interessi dei “controllori” dell’informazione e il fondamentale ossequio di determinate “verità”, potrebbero collidere. Insomma, la questione di fondo è, e rimane, quella a sapere come raccontare i fatti nel rispetto della “missione” che il giornalismo ama raccontare di sé, e – soprattutto – senza tradire le aspettative democratiche di equidistanza che il lettore si attende.

Se il… “quadro” mentale spinto dalla committenza fosse, per esempio, quello relativo alla diffusione sempre e comunque positiva di una “governance globalist friendly”, (più che ovvio, considerando gli interessi planetari della ricchezza {colta} e potente) ecco che il guaio per i “preposti diffusori” è quello di essere obbligati a condividere gli stessi principi: insomma la stessa ideologia, pena il tormento oppure l’autoesclusione.

La pratica si manifesta nel dover confezionare quotidiani articoli improntati a una “friendly governance”, oppure aprire le proverbiali porte già aperte e lasciar ben chiuse quelle che potrebbero nascondere insostenibili insidie, infine acconsentire che la penna o/e le telecamere qua e là evitino, celino, oppure calchino la mano su inderogabili ordini di scuderia. Oltre a ciò c’è la ben più lacerante certezza di dover affrontare il ”compito” con la prospettiva di una immanente autocensura. È anche pur vero che tutto un sistema informativo basato sugli introiti pubblicitari tende marginalizzare la voce diffidente degli “alternativi”: da una… prospettiva democratica una catastrofe.

Non si può nemmeno pretendere di riassestare tale rovina con l’eroismo individuale: mostrare scetticismo verso i capisaldi dell’ideologia dominante significa farsi mettere all’indice, per poi essere evitati e sfuggiti. Mantenere una linea critica fuori da un paesaggio democratico occupato dai media di tendenza, come molti auspicano e alcuni fanno, si arrischia di essere immediatamente associati ad un astratto radicalismo ideologizzato e avere già posato un piede nell’oltraggiosa area definita come «populista», se non in aree perfino più infamanti.

Non è nemmeno sufficiente schierarsi per una battaglia in nome della parità di genere, gridare alla parificazione dei salari tra uomo e donna, scrivere ogni bene sui congedi parentali. Queste sono appunto quelle battaglie di facciata che la governance non può non incentivare nel tentativo di ridare dignità a quella fantomatica voce democratica d’opposizione ormai sparita, invece, dai temi essenziali: oggetto magari di qualche timida o disordinata lamentela popolare. C’è chi comincia a sospettare che tutto ciò sia perfino diventato controproducente alla causa democratica, perché l’insistere su questi temi di superficie permetterebbe, si dice, di evitare di esporre il lettore a tematiche ben più sostanziali.

Certo in alternativa a tale disastro informativo ci vengono spesso ricordate le famigerate idiozie da social. Nulla da eccepire. Ma come tutti sappiamo sorge inevitabile un altro poderoso dubbio secondo il quale questo mondo di >haters, di leoni da tastiera, di stolti dall’offesa facile e beceri produttori di insulti gratuiti< non faccia altro che alimentare il comodo alibi; insomma: quel prezioso e «utile idiota”, indiretto sostegno allo zeitgeist esatto (da… esigere) dai ricchi (forse un po’ meno colti) tuttavia molto potenti e sempre imperanti; perfino imperativi.