sorry we missed you

Il primo dovere degli intellettuali – diceva un… noto intellettuale – sarebbe quello di insegnare alle persone a non ascoltare le mostruosità linguistiche dei potenti e dei loro divulgatori prezzolati. In altre parole è (sarebbe) quello di rintuzzare tutte le menzogne che attraversano la musica mediatica mainstream e che innondano e che soffocano ogni pensiero divergente.

Mentre oggi – aggiungeva il noto intellettuale – troppi di loro accettano sostanzialmente la dottrina dei sovrani mostrando invece disprezzo per le vittime che ne sono irretite, perfino accusandole di essere degli stolti. Mentre gridano alla “grande ignoranza”, stigmatizzano “la prevalenza del cretino” e accusano i”social” di ogni nefandezza, essi (gli “intellettuali”) non sono affatto scandalizzati dalla mostruosità della neolingua di chi possiede le chiavi dei grandi mezzi di diffusione. E concludeva: chi accetta una trasformazione – imposta dai potenti – che è regresso e degradazione sociale, vuol dire che non sta dalla parte di chi subisce tale avvilente alienazione. Chiaro come l’acqua cristallina o/e come un film di Ken Loach.

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Mi sorprende il fatto che ci sia perfino qualcuno – sui media ufficiali – che si indigni per le discriminazioni sociali. I meno distratti già avevano registrato, da tempo immemore, che la ricchezza privata/privante si blinda in comunità sicure e protette, in enclavi distribuite sul pianeta e organizzate gerarchicamente secondo una rigida scala redditocratica.Beninteso non è che chi gode di una posizione di privilegio rinunci ad ogni contatto con le classi subalterne: infatti la loro colf, il loro giardiniere, il loro tassista di fiducia – con i quali si vantano di intrattenere ottimi rapporti – vengono accettati nel loro specifico status: il classismo è una forma di violenza che ha quale scopo la costruzione dell’altrui inferiorità, ho letto da qualche parte. Concetti che andrebbero ricordati prima delle frequenti e unilaterali richieste di esotiche solidarietà.

Ai giorni nostri c’è perfino una narrazione “liberale” che ci inculca la necessità (o la rassegnazione) di dover accettare le (giuste{!}, così si narra) stratificazioni sociali (classi) basate sul… “merito”: ovvero la lode ideologica di una separazione netta tra comunità di benestanti (perché… meritevoli, formati, colti e capaci, ci vien ricordato col quotidiano… make bla bla bla great again) e gli inevitabili ghetti residuali di povertà, edificati dalla e nella medesima società… civile: insomma accettare l’idea di vivere in ormai legittimate e riconosciute tribù meritocratiche – meglio se tra loro impermeabili – finalizzate… alla (circoscritta) crescita economica. Certamente il “pensiero unico” attuale utilizza metodi all’apparenza soft, pur tuttavia ha un impatto devastante perché gli antagonisti sono considerati come eretici. Un vero e proprio sistema ideologico che diffonde la buona novella del libero mercato, agito in centri produttivi “eterogenetici” situati in apolidi megalopoli e gestiti da truppe instabili eternamente mobili. Un’ideologia che è stata in grado di contagiare ogni aspetto dell’umano senza sollevare veri dissensi. (Leggersi il premio Pulitzer 2017 “Evicted”).

Quello che non è dato a sapere è l’ordine di grandezza considerato, da qui parte (evidentemente) il discorso di àmbito territoriale: i vituperati sovranismi/indipendentismi/separatismi/comunitarismi  che si presentano tuttavia in diverse scale di grandezza. Bene, abbattiamo i muri/frontiere/limiti e confini che dividono il mondo! Si potrebbe iniziare, poniamo, con annullare le segregazioni residenziali di cui sopra. Ammesso di potercela fare. Perché sembra ormai assodato che la popolazione mondiale globalizzata, tende ad… “aggregarsi in territori specifici (ecco che ci risiamo) sulla base di riferimenti socio-economici e culturali affini”; cioè identitari: cioè con la volontà di essere tra simili. Ci sono quelli che scelgono una dolce vita nella misura dei quartieri esclusivi, negli arrondissement chic, nelle zips a pigioni identitarie, e altri che si affidano ai (superabili e superati) confini statali.

In realtà i gruppi più potenti e quindi più selettivi preferiscono risparmiarsi la brutalità di misure discriminatorie, prediligono il diffondersi della mancanza di criteri, proclamano la dottrina illusoria della scelta individuale perché sanno già di possedere gli strumenti adatti per sottrarsi ai conflitti appunto creati dall’anomia sociale indotta.

Tranquilli, la gerarchia delle libertà personali soggiace al tanto osannato e “liberale” grado di ricchezza individuale: quindi si assisterà prima o poi al definitivo accantonamento degli obsoleti confini nazionali e l’innalzamento di performanti/moderni/efficaci muri di topografica segregazione redditocratica delle gated community: brillanti esempi di liberale politica residenziale. La mondializzazione che vuole essere unificatrice a parole, evita di ammettere che nello stesso tempo risulterà essere sempre più divisiva nei fatti. C’è chi l’ha già definita come la balcanizzazione redditocratica del pianeta.