meccanismi astuti

Nei paesi occidentali il disastro del duemilaotto ha innescato condizioni di estesa e diversificata precarietà che sono ben lungi da essere superate. La sostanziale perdita di benessere che si è verificata dopo il crac bancario, ha evidenziato quanto un sistema deregolato possa provocare danni incalcolabili.

Ciò non è bastato per imporre un cambiamento di paradigma anche a causa del famigerato too big to fail che necessita l’eterna sopravvivenza di specifici meccanismi finanziari: essi devono comunque essere continuamente salvati perché indispensabili al capitalismo cosmopolita, che esige la crescita costante del reddito che va al capitale. Per contro, diminuisce la quota destinata al lavoro, rafforzando le tendenze all’aumento delle disuguaglianze: il mostro neo-mercantile si nutre della divaricazione economica.

Il neo-liberalismo che sostiene la mondializzazione si è imposto in modo autoritario e illiberale, portando con sé indubbia precarietà, diffusa disoccupazione, evidente sfruttamento di manodopera ad ogni livello di formazione. Inoltre tenta di abbattere ogni tutela culturale, sociale, giuridica e legale. Protegge i forti, cosicché, facilitati nel disporre dei deboli: incentiva un endemico processo di oligarchizzazione della società.

Un neo-mercantilismo che ha sostituito il modello culturale della conciliazione (fatto di compromessi tipici della concertazione democratica) con quello della competizione: immediato, istintivo, unilaterale, brutale: la selezione naturale. Alla diffusione pressoché acritica di queste odierne distorsioni mercantili concorrono le agenzie informative mondializzate, la grande finanza, le holding transnazionali, i governi, la politica e i politici mainstream, la cultura più o meno elitaria. Per usare un termine inflazionato: l’establishment.

In egual misura il mondo digitale ha reso visibile lo stridente confronto sociale così come messo in evidenza un mercantilismo che non riesce (non sa/non vuole) distribuire la ricchezza prodotta. L’umanità democratica occidentale è divisa in chi ha e in chi non ha: minoranza ricca versus maggioranza povera. Ciò non poteva che portare, alla lunga, un disagio che sta sempre meno silenziosamente dilagando con i movimenti anti-sistema. ll malessere popolare è cresciuto in corrispondenza alla evidente diminuzione della sicurezza economica e sociale che le società democratiche precedenti il disastro finanziario d’inizio millennio, sapevano offrire ai cittadini.

Siamo ritornati a una situazione quasi medievale dove la percezione del disagio, dell’ingiustizia, del pericolo, dipende dal luogo nel quale si vive e dalla possibilità di potersi proteggere, in altri termini: dal grado di esposizione al rischio determinata dal proprio status sociale. Chi possiede le chiavi di questo meccanismo vive in un habitat protetto che ha poche interazioni con chi abita in zone esposte: tutto avviene (rapporti umani, lavoro, spostamenti) all’interno di una bolla di privilegio nella quale è “esclusa” l’intrusione di ogni appartenente a status “diverso”: un muro redditocratico.

Da lì il tentativo a volte maldestro delle cosiddette élite di screditare la protesta di chi sta fuori, imputandola di essere antistorica, perfino pericolosa per la democrazia. Sempre più nitida appare la mistificazione secondo la quale i movimenti popolari di protesta sono accusati di avere la nostalgia retrograda di un passato che scompare, di difendere… privilegi arcaici(!), di cercare un’inutile resistenza a un cambiamento inevitabile, di essere contrari al progresso, di negare un futuro radioso alle nuove generazioni.

Chi protesta viene presentato come un nemico la cui immoralità ne autorizza la condanna implicita e la sua eliminazione, piuttosto che un antagonista da combattere sul terreno politico. Il dileggio moralistico e l’istituzione di cordoni sanitari sono le uniche risposte dominanti per contrastare i movimenti antisistema: il congegno escogitato è astuto, poiché permette – con il rigetto moralistico della protesta – di affermare la presunta natura virtuosa del progressismo cosmopolita.

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Cosicché la dirigenza “riformista” ha innescato un tentativo azzardato di ricostruzione di una mentalità partecipativa ai processi di globalizzazione attualmente appannati, tentando di spostare gli interessi di una grande parte della popolazione – soprattutto le giovani generazioni – verso l’obiettivo di una comune tuttavia fallace restaurazione idealistica. Non è un caso che la recente “giovanilista” primavera verde di una… riapparsa sensibilità ecologica ad hoc stia diventando, per esempio, il tema unificante della… political correctness globale, probabilmente nella sola funzione “imbrigliante”. Ciò agendo, si ricompatterebbe il fronte progressista relativamente all’avanzata dei movimenti anti-sistema.

Le finalità “angeliche” dichiarate dal fronte anti-populista ad hoc, in risposta alle legittime proteste saranno oggettivamente impossibili a breve termine da attuare. Ed è probabile che già lo si sappia. Gli interessi in gioco sono giganteschi. Tuttavia questo lasso temporale sarà sufficiente per dare ossigeno allo status quo. Siamo al cospetto di una interpretazione neoliberale dell’identità della moderna democrazia che vede la stessa perfino secondaria alle finalità mercantili. Permetterà comunque il varo di un tentativo di rigida controriforma che tenti di neutralizzare il sempre più evidente malcontento dei popoli occidentali impoveriti. Mio cugino dixit.