l’arte di arrangiarsi

Eh sì, … il New Deal. Non tutti l’hanno apprezzato. C’è chi col senno di poi l’ha perfino criticato. È stato pur sempre una sofferta risposta, con i classici limiti intrinseci, dovuta e necessaria a causa dei disastri economici speculativi precedenti poi sfociati nel famigerato giovedì nero, seguito dal martedì (della settimana dopo) altrettanto nero. Da lì a poco giunse il mercato nero del proibizionismo, poi il nero dei fascismi, perfino il lavoro in nero, infine eccoci arrivati al cigno nero delle pandemie. Su quest’ultimo non tutti sono d’accordo.

Così come il – se non proprio taciuto, diciamo opacizzato – disastro economico occidentale attuale che era nell’aria, anzi non è solo nell’aria, ora si è posato perfino sulle coscienze di (quasi) ognuno di noi, con le stesse modalità di quello del ventinove. Per quest’ultima nostra (anzi penultima) sciagura, tutto parrebbe risalire mentre correva l’anno duemilaotto. Una data astutamente rimossa. La si è voluta chiamare “crisi”. Un termine di comodo. È costata milioni di milioni di milioni. In denaro e in posti di lavoro persi. In questi grami tempi si solleva il coperchio su quello che si è sempre saputo, se non proprio taciuto, diciamo opacizzato: il coraggio di denunciare? No grazie.

Ed eccoci alla pandemia: l’imputato-facile, il colpevole ideale, l’alibi di comodo di un sistema che, da più di trent’anni, ha trascinato i popoli alla precarietà, all’arte di arrangiarsi – la corte dei miracoli – incentrata sul perentorio “there is no alternative”: uno slogan autoritario e antiliberale. Un lapsus mercantile mai commentato perché mai percepito.

Ciò ha scatenato anche il nomadismo esistenziale perpetuo: un dato di fatto ormai acquisito; un trend neoliberisita mondializzato al quale purtroppo si fa affidamento (anche) per esportare (meglio detto: spostare sul singolo ogni responsabilità) il fenomeno sociale della disoccupazione. Viene venduto come una risorsa per nascondere la realtà: il famoso “ciò che non si vede” economicistico. L’essere costretti ad avere sempre pronta una valigia diventa un …maturare esperienze …individuali. Per emanciparsi. Il fuggire dalle povertà diventa lo spostare la povertà, spalmare le povertà. Lo si fa, nel nostro piccolo, anche al sud delle alpi con i “laureati delle uni della svizzera interna”. Che restano lì. There’s no alternative.

Sulla “selezione” economica (che brutto termine “selezione” dovrebbe essere bandito dal vocabolario, da wikipedia e dalla treccani online), comunque per questa “cosa” e per il fatto che non si debba sponsorizzare ogni iniziativa economica soprattutto se “scellerata” siamo tutti d’accordo. Sarà assai difficile trovare un accordo nel definire quale sia la scelleratezza economica da …abbandonare immediatamente. Sugli approfittatori di sussidi e di aiuti finanziari e via discorrendo vale quanto detto sopra. Difficile stabilire una graduatoria di lestofanti in una “grande-truanderie”. Come pure stabilire quale modello economico incentivi o meno il dispendio volontario di risorse.

Termino con la famosa storiella della finestra rotta di “bastià” (Frédéric Bastiat) fiore all’occhiello della letteratura neo-economicistica , tradotta, con altri intendimenti, nello splendido “monello” cinematografico di Charlie Chaplin. Meccanismo, quello dei continui vetri rotti, che inciderebbe – tuttavia positivamente – sul “famoso” e liberalmente tanto difeso Pil. Che sia segno di sventura già lo disse Bob (fratello di John) nel lontano ’68 con il poderoso discorso all’Uni del Kansas.

Il famigerato Pil, appunto, si nutre di tutto: è un fagocitatore onnivoro, andrebbe superato. Magari con un “indicatore del progresso autentico” (Genuine Progress Indicator). E ovviamente con una “sana” economia. Mi dicono che è una “chimera”? Eh sì, …un’utopia. There is always an alternative. Speriamo.