il senso del lusso

Mi è ricapitato tra le mani un vecchio libretto, tradotto nel 1999, apparso in lingua originale due anni prima, dal titolo assai minimo, probabilmente riduttivo, tuttavia perfino azzeccato. Titolo brevissimo per un condensato di tosti problemi.

Ma non è dell’intero libro che voglio discutere. Ammetto di non essere in grado nemmeno di farne un riassunto né un commento serioso: di ben altre doti bisognerebbe disporre. Voglio tuttavia, in questo periodo di confronti ideologici su libertà, ricchezza, progresso, lavoro, ambiente e salute far mie alcune considerazioni trovate verso la fine del saggio, dove H.M. Enzensberger si interroga su cosa possano essere (lo scrive, appunto, nel ‘97) le libertà essenziali per un’occidentale …esistenza degna di essere vissuta. Lo fa ponendosi una domanda a sapere se il lusso privato possa ancora avere un senso e quale forma possa assumere in futuro.

E qui, a mio parere, arriva l’interessante. Perché sorgerebbe spontaneo il richiamarsi al lusso dell’abbondanza, il contornarsi del superfluo, il fregiarsi di un tratto distintivo fatto di oggetti di prestigio, di ricchezza ben esposta, di sgargiante kitsch estetico. Ebbene no. Non si va da quelle parti. Certo si potrebbe anche integrare codesta condizione di luccicanti privilegi fatta di oggetti da sogno ma, probabilmente e in questo caso, essa è considerata dall’autore, subalterna a sei altri aspetti di …vitale ricchezza.

Il primo aspetto è il tempo. Inteso come il liberarsi dalla schiavitù del tempo organizzato dagli altri. Avere il lusso di poterselo organizzare in proprio. Fare ciò che ti interessa esattamente quando decidi di farlo. Sembra facile. Tuttavia è facoltà di una ristrettissima cerchia di assai fortunati.

Il secondo è ricevere attenzione. Insomma essere ascoltati e considerati. Nel frastuono generale generato da relazioni competitive e assordanti tra simili affamati di ascolto, chi può disporre del privilegio di essere ascoltato, soddisfa anche la propria componente egocentrica e la propria autostima, oltre a poter assumere perfino il ruolo di influente decisore. Ciò che fa bene alla salute, non solo mentale.

Quale terzo lusso Enzensberger ci indica lo spazio. Non certo quello delle conquiste interplanetarie a bordo di fragili navicelle alla ricerca di pianeti da conquistare. No, qui si tratta di uno spazio assai terrestre. Spazio inteso quale opposto dell’ingorgo. Spazio come antitesi della folla. Spazio esistenziale aperto a scenari lontani da presenze e rumori indesiderati. Via dalla pazza folla che limita la tua libertà di movimento, di pace e di contemplazione.

E dagli spazi di libertà ecco discendere le tre altre caratteristiche del lusso futuro: la tranquillità,  cioè la conferma di potersi riparare dallo schiamazzo imperante, proteggersi dal rumore della strada, dalla musica ad alto volume, dai vicini al telefono, dal tosaerba domenicale. Quindi la qualità del tuo ambiente vitale, anche inteso quale purezza di respiro, di sana nutrizione, di percorsi  protetti, di oasi naturali, di acque limpide, di cieli azzurri.

Il tutto ci richiama, probabilmente, all’ultimo lusso, che sta in ultimo non perché sia l’ultimo da considerare: la sicurezza. Che l’autore si sbilancia a definire un lusso dei più precari. Considerando (e stiamo parlando del ’97) la crescente incapacità degli Stati di saperla mantenere e gestire. Ciò che sta trasformando la coesistenza sociale più complessa da interpretare, più difficile da sostenere,  più faticosa da sopportare. Per cui la scorciatoia più probabile, la soluzione più istintiva, potrebbe diventare il segregazionismo a scopo protettivo. Non a caso un sempre maggior numero di benestanti tende ad organizzarsi una sicurezza fai da te. Cioè il rinchiudersi in agglomerati, quartieri, zone urbane blindate e vegliate da guardie private. Le famose, per altri punti di vista famigerate, gated community. Ecco, questo sarà il lusso (per chi potrà usufruirne) del prossimo futuro. Inutile dire che oggi, nel nostro secolo, ciò è già da considerare ormai una realtà per molti possessori di fortune economiche consistenti.

Ora si pone un problema, che Enzensberger probabilmente non desidera esporci. Per non infierire. Ma nel mio piccolo mi permetto di rilevare, senza l’intenzione di infierire. Se questo è il lusso del futuro, come il saggista tedesco lascia intendere, significa che per il resto dell’umanità, diciamo la maggioranza (poco) silenziosa, tutto ciò non potrà esistere. Semmai in misura assai marginale. Probabilmente è proprio qui che il concetto di libertà diventa potente strumento retorico indispensabile al mantenimento del placido inganno.

In conclusione: se questo mondo di sopra già prevede la propria secessione da una normalità ripudiata, tuttavia incentivata (probabilmente fabbricata) per “gli altri”, allora non capisco – sempre nel mio piccolo – perché codesti fuggiaschi dell’altrui normalità richiamino spesso e sovente i popoli (con una musica mediatica assai complice) a una tollerante, rassegnata, quasi naturale accettazione proprio di quelle condizioni esistenziali ritenute indegne di essere condivise. Una flagrante discriminazione di classe, oppure la formula-trucco per ben separare l’uguaglianza formale da quella …sostanziale?

 

dispositivi preventivi

La contrapposizione salute pubblica/sistema economico ha tutta l’aria di essere un criterio cinico per tentare di contrapporre due realtà non contrapponibili.

Inoltre la si carica di un presunto e indotto confronto tra giovani generazioni e anziani. Non è escluso che lo si faccia per fuorviare il discorso sulle carenze di prevenzione della salute pubblica riscontrate a più livelli inserendo, subdolamente, un aspetto di chiaro carattere divisivo: un approccio ipocrita e intollerabile. Barbaro capolavoro di guerriglia sociale. Strategie che si rivelano anche davanti a uno sciopero legittimo dei trasporti dove viene subito messo in risalto, con la complicità degli operatori mediatici, l’inevitabile disagio degli utenti e valutato esclusivamente con punti di crescita persi. Dividere per regnare.

Una prima considerazione specifica sulla pandemia, peraltro già espressa da alcuni osservatori attendibili, si riassume nel fatto che il cosiddetto lockdown è stato un rimedio istintivo, necessario e lodevole tuttavia probabilmente antiquato, forse perfino evitabile se fossero esistite quelle puntuali pre-condizioni spesso sfoggiate dalla narrazione contemporanea.

In altre parole: la classica rincorsa all’immediato ha estromesso da tempo ogni anticipazione – su scale temporali più ampie – utile a organizzare un solido sistema preventivo di gestione degli inevitabili e ormai frequenti incidenti globali: ambientali, epidemici, energetici, come pure quelli crescenti, seppur prevedibili, di ordine sociale.

Una seconda osservazione evidenzia quanto la quarantena obbligatoria abbia penalizzato una specifica tuttavia crescente parte dell’economia: l’economia del precariato. Una fragile ragnatela di schiavitù che prende il nome di lavoro interinale fatto di flexibility at work, crowd-employment, stage workshop, smart working, mini job, working with vouchers, job sharing, on-call job e altre tremende etichette create dalla neolingua della gig economy per nascondere l’ampio sfruttamento di chi lavora per produrre ricchezza poi trasferita nella finanza, con la subdola promessa-cappello di poter tutti diventare milionari, già sapendo che i rischi sistemici – oltre a un brutale tasso di disoccupazione – vanno a ricadere sulle frange più deboli del dispositivo economico così predisposto.

In una recente intervista, un ricercatore universitario ha parlato di una civiltà poco incline alla prevenzione per principio ideologico soggiacente alla competizione. Personalmente aggiungerei che il carattere ideologico lo si conferma anche con la profonda avversione del sistema economico attuale per dispositivi preventivi che “odorano” di …“protezionismo”: termine bandito dal vocabolario economicistico. Cioè: la dottrina dell’Ordine Mercantile esclude a priori il dover investire una parte dei profitti per varare un efficace strumento globale a sostegno del lavoro e relativo alle variabili negative che l’economia globale incontra a scadenze più o meno ricorrenti.

Pure qui manca il proposito politico di saper convincere l’integralismo economico della necessità di assumere quelle necessarie garanzie di auto-sopravvivenza e di sostegno ai danneggiati delle ricorrenti crisi. Il mercatismo è, paradossalmente, una dottrina che riesce perfino a penalizzare i suoi fedeli più convinti. Inoltre la colpevole tolleranza politica dei governi, tende a nascondere le evidenti precarietà del contesto economico imperante, così come la sua consueta tendenza a superare ogni regola. Ciò porterà ad altri probabili collassi e all’immancabile assunzione dei contraccolpi sociali da parte degli stati e delle istituzioni territoriali sempre e comunque costretti all’obbligo di correre in soccorso e di conseguenza dover aumentare il debito pubblico. Pure qui un meccanismo preventivo non è mai stato preso in considerazione per scelte di avida convenienza ideologica.

Ciò nonostante si dà per acquisito che, sulla base dell’esperienza ora sperimentata, quindi …“preventiva”, un’eventuale futura pandemia possa essere gestita, si dice, con mezzi migliori: il mercato ama dichiarare, ogni tanto, di sapersi rinnovare davanti a critiche puntuali. Dato per scontato, quindi, che il prossimo accidente non sia di altra natura, ciò che ci costringerà a dover (re)inventare immediati e nuovi altri metodi di contrasto che presenteranno altre nuove implicite lacune.

(Tra parentesi (ma non troppo) gli allarmanti contagi avvenuti Germania nei luoghi di produzione di carne (in assai abitati dormitori/mense comuni) che hanno imposto un nuovo confinamento regionale (ri)penalizzando gli indigeni (ignari?) e i loro commerci. Oggi leggo di casi analoghi in Campania. Forse ricordo male …ma l’Europa non era (anche) per rigidissimi protocolli di “preventive” norme sul lavoro da far rispettare in …estremo oriente?).

Chiudo con una nota di …involontario pessimismo. Le nostre società impiegheranno, tuttavia, tutte le risorse necessarie non tanto per porre rimedio alle insufficienze riscontrate, bensì per tentare di perpetuare il proprio modello “ideologico” di sviluppo.

quartieri assegnati

Che sia in atto una regressione della crescita civile occidentale, come sostiene quotidianamente il progressismo mediatico, mi sembra evidente. Si potrebbero elencare i contesti nei quali questa decrescita civile si è già manifestata in tutta la sua crudeltà. Un esempio tra i tanti: tollerare – senza batter ciglio – e per converso, la crescita, invece, di ghetti di povertà distribuiti in tutte le attuali città occidentali.

Risultato di una politica economica condivisa, si dice, anche dalla terza via socialdemocratica. Se poi volessimo parlare di famigerati muri, ritengo sia troppo facile, direi puerile, esporre alla critica sociale quelli “recenti” della cosiddetta Europa centrale. Oppure quelli meno recenti, anzi assai datati, tra il sud e il nord americani.

Personalmente mi inquietano maggiormente quelli vicini. Muri negletti (quindi… assai lontani) dimenticati, nascosti, per cui molto tollerati, eretti dalla ”durezza” redditocratica (i “duri”, i powerful che possiedono… i codici) per tener ben separati i quartieri esclusivi dal resto del tessuto urbano; simboli dell’endogamia da reddito: stare tra benestanti. Muri eretti con il caro immobiliare per evitare di (con)fondersi con gli “altri”. Tenere gli estranei («i beceri, i deplorables, les sans dents»)  e ovviamente i migranti nullatenenti, lontano dalla “esclusiva” condizione di privilegio.

Mi sembra di aver letto, tempo fa una calzante paragone… politologico: la politica socialdemocratica attuale sta al neocapitalismo come il missionario stava ai colonizzatori; gli cammina dietro a rispettosa distanza tentando di riparare i disastri della predazione e, senza volerlo, li omologa.

Oggi le frontiere invalicabili sono i muri di ricchezza che tengono separati le realtà delle esotiche enclaves résidentielles, dei country club, dei quartieri “escludenti” (le fortezze della ricchezza privante) dai ghetti di… insolente povertà. Contesti presenti in ogni grande città europea, creati da una brutale (tollerata pure da una sinistra sconfitta ) sedimentazione economica. Recinti – per chi non lo sapesse – spesso controllati da guardie armate. Zone off limits. Esclusive. Impenetrabili.

Ai governanti dei business-planetari-ben-globalizzati non importa se i governati (popolo) si organizzino poi in comunità multiculturali, multietniche, più o meno omogenee, perfino incomunicanti, oppure litigiose, anche perché le popolazioni ghettizzate e discriminate alla fine riscoprono i tratti identitari ancestrali, riflesso di autoconservazione, fierezza e difesa. Un termostato tribale di appartenenza. L’ansietà di diventare minoranza è una realtà universale.  Tuttavia basti che stiano tra loro nei quartieri loro assegnati, perché i rapporti (dis)umani assumeranno sempre più l’identità di un neo-colonialismo economico, con le relative gerarchie urbanistiche da reddito acquisito da preservare.

Ora definire la nostra società “divisiva” non credo sia una scoperta né recente, né acuta, tuttavia quando si parla di drastica involuzione civile, sì sono d’accordo, alla condizione che non ci si fermi alla superficie emotiva dettata dalla drammatica cronaca recente. In un sistema economico liberato dal dispositivo etico, risulta poi inutile richiamarci a quello morale quando si manifestano gli inevitabili effetti nefasti; questa è la ragione per la quale non ho mai creduto ai dispositivi morali… e ai sistemi economici esonerati dai dispositivi etici.

 

 

il fantasma della libertà

Un gigantesco concetto alieno si aggira per le nostre contrade: il fantasama della libertà! Che sia esso inteso come liberty or freedom, oppure proposto nel significato di libertà di scelta, di parola oppure di azione, la libertà insomma “è reclamata da chi sa di avere i mezzi per potersela godere”, diceva un ottimista di parte. “La libertà è schiavitù”, invece ci avvertiva George Orwell anticipando la società del futuro. La domanda non é chi me lo lascia fare, la vera questione è chi me lo possa impedire, rivendicava, più o meno arrogantemente, Howard Roark protagonista del libro cult “La fonte meravigliosa” di Ayn Rand. Una dichiarazione che potrebbe essere perfino traslata nei presupposti dell’attuale mercato globale.

Sembrerebbe, tuttavia, che questa incessante e velleitaria sete di “libertà” abbia fatto il suo tempo, abbia ormai esaurito la sua disastrosa forza propagandistica: resiste per il mediatizzato fascino retorico di una eventuale e futura, magari improbabile “ società progressista, prospera e felice”. Quindi coniugata al futuro. Ma come sappiamo di doman non c’è certezza.

Tutto sommato anche l’idea di libertà non sfugge a un ingombrante paradosso. Quanto più crescono le costrizioni, le discriminazioni, le disuguaglianze economiche, insomma le povertà sociali, diventa perfino impossibile immaginarsi di tracciare un concreto profilo del significato di quella libertà viceversa astrattamente narrata. Quanto più ci viene evocata e ricordata, sempre più suo continuo richiamo arrischia di apparirci come pura demagogia. La mancanza totale delle pre-condizioni necessarie fa sì che tutto questo parlare di libertà acquisite abbia solo l’amaro sapore della beffa.

Certo bisognerebbe intendersi sullo spessore del suo implicito concetto. Il fatto è che si è interiorizzata una sua immagine distorta che si appoggia alle sole libertà popolari minute offerte più che altro dal clima consumistico. In realtà, sappiamo, il libero mercato non produce sempre e solo gli esaltanti risultati vaticinati dalla narrazione . Soprattutto nelle evidenti distorsioni del suo significato idealistico, ormai declinato unicamente in una egomania generalizzata e sfoggiata con l’hybris tipica del sorpasso azzardato. Al punto di dover sottoscrivere l’idea – peraltro ampiamente accettata – che la libera scelta tra i prodotti, così come il loro uso e consumo imposto dalla totalizzante propaganda mercantile – sia un atto di pura libertà.

Non è mai accaduto, infatti, che il progetto liberal/liberista realizzato, si sia poi tradotto in una maggiore libertà per tutti i cittadini. Ne è la prova la povertà intesa come non libertà, ergo: libertà strettamente condizionata dal reddito. Meglio o… peggio: maggior reddito uguale maggiori libertà che si attivano alla costruzione di uno spirito del tempo definito da valori consumistici, apparentemente anti autoritari e che presenta, tuttavia, i tipici sintomi della tirannia perché non lascia intravvedere alternative praticabili. Ovverosia “How Markets Infantilize Adults, and Swallow Citizens Whole”. Titolo di un testo che ha fatto… testo.

Insomma: dietro la garanzia di un’apparente libertà assoluta si annida una volontà totalizzante e subdola di un’omologazione redditocratica che non ha precedenti nella storia moderna. La caratteristica fondamentale della libertà contemporanea non è mai esplicitata dalla politica e dai media proprio perché in realtà è un’esperienza che è limitata a una categoria privilegiata di persone. La libertà non è un concetto omogeneo, il suo valore è ripartito su diversi livelli tra le varie categorie sociali, anzi è l’essenza stessa con il quale è organizzato il nostro sistema economico.

Risultato evidente: la stura a una rozza competizione tra gli individui sostenuta da uno sterile (e perdente) individualismo che si risolve in inaccettabili accelerazioni delle disuguaglianze sociali, anche perché il rispetto della libertà (mia e altrui) diventa uno slogan vuoto di significato, se non è sorretto – inoltre – da un equo e condiviso ordinamento giuridico.

Tuttavia ben sappiamo che pure la giustizia “non è uguale per tutti”. Anche la «Legge» amministrata (per ora) dagli Stati che si reputa “giusta”, in realtà sappiamo quanto sia concetto superato. Un avvocato d’ufficio “bravino” non potrà mai competere con una squadra di prìncipi del foro liberalmente prezzolati. Per cui c’è anche chi ritiene… smisurata questa “liberale” condizione del «Diritto». A fronte di tutto questo si è tentati perfino di concludere che la retorica demagogica sul mito della libertà sia una sapiente maschera. C’è chi inizia a sospettare che la promessa di libertà, di autonomia e, soprattutto di merito, voglia probabilmente nascondere il vero obiettivo della ricchezza: il potere assoluto.

 

 

Tuttavia:

Scelgo la libertà. Perché anche se la giustizia non è compiuta, la libertà mantiene un potere di protesta contro l’ingiustizia e mantiene aperta la possibilità di esprimersi”.

Albert Camus “L’uomo in rivolta”

ora lo sappiamo

C’è un dettaglio che mi secca in codesto drammatico periodo. È l’accanimento con il quale tuttora si condanna il Dragone. Si va dal presunto imbroglio sui dati effettivi relativi alla pandemia, passando per le persecuzioni etniche interne, attraversando poi la famigerata piazza teatro di quel sanguinoso tentativo di ribellione del giugno dell’ottantanove. Per arrivare, infine e ovviamente, a dipingere in toni apocalittici il comunismo asiatico come una schiavistica dittatura liberticida. E lì, si presume, vi sia il clou, il punto centrale: cioè il suggerito e “perfido” confronto con un (astratto) liberalismo occidentale promotore (invece) di un benessere diffuso e di efficienti e democratiche libertà.

Cominciamo col dire che il continente asiatico non ci ha mai chiesto espressamente di trasformare le sue contrade nella fabbrica dell’Occidente, con relativa quotidiana unilaterale importazione di merci che ha determinato infine la nostra micidiale dipendenza. Quando si sono volute aprire le frontiere tra “Noi” e “loro”, si è pensato soprattutto a una riserva di manodopera utilizzabile a costi stracciati. Non certo spinti dal desiderio di emancipare la popolazione asiatica. Si applicò esclusivamente il classico ragionamento del profitto a breve termine.

I hear people say we have to stop and debate globalisation. You might as well debate whether autumn should follow summer.” Così parlò un primo ministro britannico perfino anni dopo la Lady di ferro.

Risultato: impoverimento delle democrazie liberali (promotrici di un (superato) benessere diffuso) e, viceversa, incremento scandaloso di ricchezza dell’azionariato cosmopolita così come di un prevedibile aumento di potere …dell’emisfero asiatico. Totalmente assente (allora) ogni osservazione critica sul nostro …economico partner. Si riteneva il livello tecnologico occidentale oltremodo irraggiungibile da una concorrenza assai sottovalutata.

Un peccato di arroganza occidentale che ha permesso alle economie del sud-est asiatico di poter reinvestire massicciamente il surplus incamerato a beneficio della sua grande industria, della sua finanza e della sua ricerca.  L’Europa si è così trasformata in una fabbrica di disoccupati e le manifatture orientali emergenti, per contro, sono diventate l’Officina del mondo. Una dimostrazione di quanto l’agire esclusivamente sull’immediato profitto (Let’s Make Money!) spesso innesca meccanismi imprevedibili, soprattutto snobbando la legge dei grandi numeri.

Ci si chiederà come mai non si è fatto tesoro delle riflessioni espresse in tempi non sospetti da chi osava anticipare il disastro. Dov’erano allora i paladini delle talora ubiquitarie istanze democratiche almeno quando – per esempio – le delocalizzazioni stavano spolpando le conquiste sociali indigene? Dov’era quel “ceto” assai sensibile ad ogni peculiare discriminazione sociale (sempre per altri motivi riversato nelle “avenues” occidentali) mentre si stavano conducendo i salariati occidentali (i …white trash) alla stretta obbedienza del pensiero egemone e molti altri a subire la ricomparsa delle classi del novecento?

Spesso mi ritrovo a dover ammettere di non trovare le ragioni per le quali si continui (anche) a nascondere che sarebbe bastato consigliare una semplice visita in una delle diverse librerie cittadine per poter constatare che, ad ogni singolo saggio disposto sugli scaffali per vantare ideologicamente il sistema mercantile planetario, vicino vi erano allineati altrettanti cento che presentavano e che ancora propongono inconfutabili dati fattuali concretamente critici. Ma già allora il pesante ….soft power ideologico impose il silenzio informativo sulle limitate voci resistenti. Scarsi, quindi, i toni dissidenti negli “approfondimenti” salottieri, inesistente la seppur minima voce contraria da parte di dottorandi chiamati a riferire “expertise” accademiche a senso unico. Feroce, per contro, la condanna delle minime proteste popolari, sempre e comunque …populiste.

Di solito i totalitarismi si riassumono con l’impossibilità di un’alternativa. Ebbene ricordate il «There is no alternative» predicato da Margaret Thatcher negli anni in cui spopolava in Occidente? Un piano B non era previsto. Ora lo sappiamo.

placido inganno

Probabilmente puntano alle …“next generations” i quotidiani richiami al Progressismo, al Multiculturalismo, al Liberoscambismo proposti con la “maiuscola”. Forniti tuttavia sempre e comunque senza le classiche istruzioni d’uso.  Con il rischio di diventare puri prodotti della Demagogia (maiuscola) usata soprattutto per nascondere il Placido Inganno – pure maiuscolo – che il mondo “di sopra” opera nei confronti di una popolazione troppo impegnata a campare. E di questo si approfitta.

Il rispetto delle minoranze è una scelta comune decisa (anche) da una maggioranza e implica un riconoscimento umano, sociale e giuridico. Diventa norma. Vale per tutti. Senza esclusioni. Sulla base delle attuali conoscenze vi sono atteggiamenti umani che non possono sfuggire tuttavia alle leggi della sociologia e della psicologia. Così come dai numeri, dagli studi intrapresi e dall’esperienza concreta. Inoltre considerare le classi sociali come equivalenti è un mezzo efficace per evitare di prendere atto della presenza di ineguaglianze economiche inaccettabili.

Mentre il resto dell’umanità sarà invitato al riconoscimento del valore multiculturale antisegregazionista, principio legittimo, viceversa con la necessità di un dovuto riconoscimento delle minoranze c’è il concreto rischio di assecondare il cosiddetto «comunitarismo» per altro già esistente in interi quartieri di grandi agglomerati urbani.

Come pure vi sarà chi si sentirà legittimato a ritagliarsi la sua privatissima libertà di evadere dal mondo dei tanti: i segregazionisti delle gated community, con aspirazioni autarchiche. “Il multiculturalismo è l’ officina di identità per proprietà autorealizzatrici”, già qualcuno disse.

Tutto ciò potrebbe trasformarsi in un laboratorio di …conflitti, con la concreta eventualità di una richiesta sempre più intensa di rivendicazioni minoritarie che potrebbe anche non essere in sintonia con con l’idea di un’umanità dal destino condiviso Bensì pretesto per una rincorsa alla prevalenza.

Bisogna anche dire che la legittima lotta contro ogni discriminazione ha in parte annullato il necessario contrasto alle eccessive ineguaglianze economiche, alla discriminazione da reddito: il classismo cetuale. Se si applicasse, ad esempio, una discriminazione positiva per l’ammissione di studenti a facoltà universitarie, a numero chiuso, di alto prestigio mondiale – per favorire studenti provenienti da ceti medio bassi, che sono tuttora una evidente minoranza (4%) – vi sarebbe il rischio di dover respingere molti allievi provenienti da ceti medio alti, che sono da sempre  la larga maggioranza.

La società umana è una scacchiera, o un campo di battaglia, di interessi spesso opposti legati al proprio vissuto, al proprio credo, alle propri aspettative, alla propria cultura. Ciò pone alla società, sempre e comunque,  una serie di dilemmi relativi al riconoscimento o meno di particolari richieste che potrebbero addirittura scontrarsi con i principi costitutivi del gruppo culturale di riferimento. È anche per questa ragione che il sostantivo “cultura” viene considerato come un termine scomodo. Risulta tuttavia difficile concepire un multiculturalismo senza …culture.

Certo non sarà lo choc delle civiltà narrato da Huntington, ma sicuramente l’avvio di un permanente nervosismo metropolitano. Non sarà nemmeno l’indolore incontro di tradizioni gastronomiche, musicali e linguistiche, come la narrazione corrente vorrebbe vendere quale icona di superficie. Sarà molto probabilmente anche e purtroppo il confronto su temi assai pesanti: le configurazioni territoriali, le relazioni economiche, il retroterra storico, il senso delle norme condivise, le priorità educative, i sistemi legali, la giustizia. Prodromo di ardue contese. Da una supposta diversità felice a una multiconflittuale realtà permanente.

Certo si potrebbe semplicemente opporre al concetto di discriminazione quello di privilegio. Ovvero la discriminazione intesa come l’esclusione dai privilegi. E allora bisognerebbe elencare cosa e quali siano i privilegi e chi ne trae i maggiori benefici.

Per ora, sappiamo, il privilegio è direttamente proporzionale alla condizione economica: poco discussa perché ritenuta …indiscutibile. In realtà è la discriminazione per eccellenza. Sotto le sue ali protettrici si annida la perfida segregazione sociale: il Placido Inganno.

“L’idea di un’umanità dal destino condiviso, quali siano le disparità economiche o culturali, produrrà dei cambiamenti di scala nel concetto di identificazione con “l’altro”. In una società sempre più complessa, la capacità di identificazione con l’esperienza altrui aumenta: più essa si rinforza, più il nostro spazio di referenze si amplia. Ne deriva che a livello individuale ci si ritrovi con un minor attaccamento all’idea di frontiera, al concetto di chiusura e, invece, s’instauri una maggiore attenzione ai problemi globali, una maggiore sensibilità verso i grandi problemi planetari. In un mondo percorso da continue crisi di ogni genere, la distinzione tra nazionale e internazionale, tra “noi” e gli “altri”, perde la sua validità, e il comsmopolitismo diventa, da una parte una condizione e, dall’altra, un ideale interiore.”

Questa delicata visione planetaria appartiene a un residente di un quartiere… “esclusivo”.       (esclusivo= che tende a escludere o ha forza di escludere)

concetto di proporzione

Che il dibattito pubblico – oltre alle impetuose chiacchiere obnubilanti – sia dominato dalla pericolosa tendenza al ridirsi le stesse cose su fronti avversi, mi sembra un dato di fatto. Difficile, se non impossibile, poter leggere qualcuno o qualcosa che sappia allontanarsi dai consunti cliché, abbondantemente distribuiti dalle parti contendenti.

Càpita di dover rileggere i commenti informativi dei quotidiani fatti salienti per rendersi subito conto di essere confrontati con schieramenti inossidabili nelle loro stentoree, seppur supposte verità. Ciò può avvenire in modo esplicito per mezzo di dichiarazioni  talvolta arroganti, delle proprie posizioni acquisite,  oppure – e questo è in netto progresso – si assiste a un indottrinamento di sponda che si compiace nell’utilizzare i poderosi strumenti di convincimento, subdoli e indefinibili, ben finalizzati tuttavia alla costruzione di un senso comune egemone.

Molto si parla di biodiversità. Un tema ridondante e tuttavia parziale. Inascoltato e negletto ogni pensiero che venga a situarsi al di fuori dello schema di una biodiversità intesa nei termini prescritti dal sistema accademico e/o mediatico che si collocano principalmente sul crinale flora/fauna: tutti d’accordo nel proteggere macaoni, cedronelle e vanesse.

Leggo or ora anche l’aggiunta, nella lista dei “rischianti” l’estinzione, degli idiomi nazionali che parrebbero correre il serio pericolo di doversi sottomettere all’inglese imperante. Probabilmente tutti o quasi consenzienti nel salvaguardare la biodiversità di coscienza elvetica. Un’apertura coraggiosa che potrebbe imprudentemente aprire il discorso sulle pesanti asimmetrie culturali dettate dalla legge dei numeri, alla quale risulta assai difficile sfuggire. Proprio perché ogni altro angolo di valutazione (umano) che non ricalchi gli schemi imposti dal mainstream unidirezionale (flora/fauna), dovrà per forza di cose essere ricollocato all’interno della logica imposta, pena la sua disapprovazione.

Inoltre se non si parla di farfalle si rischia di andare a incunearsi in argomenti scottanti, a pescare nel torbido, sprofondare nell’abisso. Cosicché il concetto di biodiversità relativamente alla demografia culturale rimane un argomento blindato… bannato: tabù. Al massimo si propongono studi demografici in relazione agli eccessivi consumi delle popolazioni occidentali ora presenti sul pianeta. Nulla più. Già introducendo il termine “cultura” si rischia il ludibrio, la reazione stizzita, l’epiteto fatale: politicamente scorretto. È anche per questa ragione che il sostantivo “cultura” è un vocabolo insidioso: va affrontato con la massima cautela. Risulta tuttavia difficile concepire il multiculturalismo senza …le culture.

Proprio per i motivi di cui sopra, quindi materia assai negletta, è quella relativa alle cosiddette “asimmetrie demografiche”. La metto al plurale anche se, sostanzialmente, è un fenomeno che andrebbe inteso al singolare: riguarda il pianeta, riguarda le “proporzioni” demografiche relative al pianeta.

Con toni assertivi, si dichiara ormai solennemente, che nei Paesi occidentali (cosiddetti “ricchi”), sia in atto un preoccupante calo di nascite, alias: “decrescita demografica”. Per converso si narra, più sommessamente, che in altre parti del pianeta, definite “povere” si in atto, per contro, una forte crescita demografica. Oggettivamente si è quindi confrontati con uno “squilibrio demografico”.

In quasi tutti gli altri ambiti soggetti alla “ratio legis”, la “sproporzione” richiama immediatamente al suo opposto, cioè al concetto di equilibrio. Perfino fuori dalla “razionalità” statistica il tema è sostanziale. Nella storia dell’arte, d’altro canto, e in numerose occasioni, il concetto di proporzione è determinante. Ma nel nostro caso il senso di proporzionalità arrischia di decadere nella feroce contrapposizione ideologica.

Codesta premessa per dire che cosa? Semplicemente per ricordarci di spendere (bene) del tempo anche per un sereno dibattito che possa considerare quanto il concetto di simmetrie, di proporzione, di equilibrio, di misura anche demografici, siano la premessa indispensabile – per ogni essere umano – di avere corrette probabilità di un’esistenza dignitosa, senza l’obbligo di dover conformarsi, per decisione geopolitica, a una tragica estinzione di popoli che si avviano – demograficamente – a diventare minoritari.

 

 

 

sorry we missed you

Il primo dovere degli intellettuali – diceva un… noto intellettuale – sarebbe quello di insegnare alle persone a non ascoltare le mostruosità linguistiche dei potenti e dei loro divulgatori prezzolati. In altre parole è (sarebbe) quello di rintuzzare tutte le menzogne che attraversano la musica mediatica mainstream e che innondano e che soffocano ogni pensiero divergente.

Mentre oggi – aggiungeva il noto intellettuale – troppi di loro accettano sostanzialmente la dottrina dei sovrani mostrando invece disprezzo per le vittime che ne sono irretite, perfino accusandole di essere degli stolti. Mentre gridano alla “grande ignoranza”, stigmatizzano “la prevalenza del cretino” e accusano i”social” di ogni nefandezza, essi (gli “intellettuali”) non sono affatto scandalizzati dalla mostruosità della neolingua di chi possiede le chiavi dei grandi mezzi di diffusione. E concludeva: chi accetta una trasformazione – imposta dai potenti – che è regresso e degradazione sociale, vuol dire che non sta dalla parte di chi subisce tale avvilente alienazione. Chiaro come l’acqua cristallina o/e come un film di Ken Loach.
Mi sorprende il fatto che ci sia perfino qualcuno – sui media ufficiali – che si indigni per le discriminazioni sociali. I meno distratti già avevano registrato, da tempo immemore, che la ricchezza privata/privante si blinda in comunità sicure e protette, in enclavi distribuite sul pianeta e organizzate gerarchicamente secondo una rigida scala redditocratica. Beninteso non è che chi gode di una posizione di privilegio rinunci ad ogni contatto con le classi subalterne: infatti la loro colf, il loro giardiniere, il loro tassista di fiducia – con i quali si vantano di intrattenere ottimi rapporti – vengono accettati nel loro specifico status: il classismo è una forma di violenza che ha quale scopo la costruzione dell’altrui inferiorità, ho letto da qualche parte. Concetti che andrebbero ricordati prima delle frequenti e unilaterali richieste di esotiche solidarietà.

Ai giorni nostri c’è perfino una narrazione “liberale” che ci inculca la necessità (o la rassegnazione) di dover accettare le (giuste{!}, così si narra) stratificazioni sociali (classi) basate sul… “merito”: ovvero la lode ideologica di una separazione netta tra comunità di benestanti (perché… meritevoli, formati, colti e capaci, ci vien ricordato col quotidiano… make bla bla bla great again) e gli inevitabili ghetti residuali di povertà, edificati dalla e nella medesima società… civile: insomma accettare l’idea di vivere in ormai legittimate e riconosciute tribù meritocratiche – meglio se tra loro impermeabili – finalizzate… alla (circoscritta) crescita economica. Certamente il “pensiero unico” attuale utilizza metodi all’apparenza soft, pur tuttavia ha un impatto devastante perché gli antagonisti sono considerati come eretici. Un vero e proprio sistema ideologico che diffonde la buona novella del libero mercato, agito in centri produttivi “eterogenetici” situati in apolidi megalopoli e gestiti da truppe instabili eternamente mobili. Un’ideologia che è stata in grado di contagiare ogni aspetto dell’umano senza sollevare veri dissensi. (Leggersi il premio Pulitzer 2017 “Evicted”).

Quello che non è dato a sapere è l’ordine di grandezza considerato, da qui parte (evidentemente) il discorso di àmbito territoriale: i vituperati sovranismi/indipendentismi/separatismi/comunitarismi  che si presentano tuttavia in diverse scale di grandezza. Bene, abbattiamo i muri/frontiere/limiti e confini che dividono il mondo! Si potrebbe iniziare, poniamo, con annullare le segregazioni residenziali di cui sopra. Ammesso di potercela fare. Perché sembra ormai assodato che la popolazione mondiale globalizzata, tende ad… “aggregarsi in territori specifici (ecco che ci risiamo) sulla base di riferimenti socio-economici e culturali affini”; cioè identitari: cioè con la volontà di essere tra simili. Ci sono quelli che scelgono una dolce vita nella misura dei quartieri esclusivi, negli arrondissement chic, nelle zips a pigioni identitarie, e altri che si affidano ai (superabili e superati) confini statali.

In realtà i gruppi più potenti e quindi più selettivi preferiscono risparmiarsi la brutalità di misure discriminatorie, prediligono il diffondersi della mancanza di criteri, proclamano la dottrina illusoria della scelta individuale perché sanno già di possedere gli strumenti adatti per sottrarsi ai conflitti appunto creati dall’anomia sociale indotta.

Tranquilli, la gerarchia delle libertà personali soggiace al tanto osannato e “liberale” grado di ricchezza individuale: quindi si assisterà prima o poi al definitivo accantonamento degli obsoleti confini nazionali e l’innalzamento di performanti/moderni/efficaci muri di topografica segregazione redditocratica delle gated community: brillanti esempi di liberale politica residenziale. La mondializzazione che vuole essere unificatrice a parole, evita di ammettere che nello stesso tempo risulterà essere sempre più divisiva nei fatti. C’è chi l’ha già definita come la balcanizzazione redditocratica del pianeta.