placido inganno

Probabilmente puntano alle …“next generations” i quotidiani richiami al Progressismo, al Multiculturalismo, al Liberoscambismo proposti con la “maiuscola”. Forniti tuttavia sempre e comunque senza le classiche istruzioni d’uso.  Con il rischio di diventare puri prodotti della Demagogia (maiuscola) usata soprattutto per nascondere il Placido Inganno – pure maiuscolo – che il mondo “di sopra” opera nei confronti di una popolazione troppo impegnata a campare. E di questo si approfitta.

Il rispetto delle minoranze è una scelta comune decisa (anche) da una maggioranza e implica un riconoscimento umano, sociale e giuridico. Diventa norma. Vale per tutti. Senza esclusioni. Sulla base delle attuali conoscenze vi sono atteggiamenti umani che non possono sfuggire tuttavia alle leggi della sociologia e della psicologia. Così come dai numeri, dagli studi intrapresi e dall’esperienza concreta. Inoltre considerare le classi sociali come equivalenti è un mezzo efficace per evitare di prendere atto della presenza di ineguaglianze economiche inaccettabili.

Mentre il resto dell’umanità sarà invitato al riconoscimento del valore multiculturale antisegregazionista, principio legittimo, viceversa con la necessità di un dovuto riconoscimento delle minoranze c’è il concreto rischio di assecondare il cosiddetto «comunitarismo» per altro già esistente in interi quartieri di grandi agglomerati urbani.

Come pure vi sarà chi si sentirà legittimato a ritagliarsi la sua privatissima libertà di evadere dal mondo dei tanti: i segregazionisti delle gated community, con aspirazioni autarchiche. “Il multiculturalismo è l’ officina di identità per proprietà autorealizzatrici”, già qualcuno disse.

Tutto ciò potrebbe trasformarsi in un laboratorio di …conflitti, con la concreta eventualità di una richiesta sempre più intensa di rivendicazioni minoritarie che potrebbe anche non essere in sintonia con con l’idea di un’umanità dal destino condiviso Bensì pretesto per una rincorsa alla prevalenza.

Bisogna anche dire che la legittima lotta contro ogni discriminazione ha in parte annullato il necessario contrasto alle eccessive ineguaglianze economiche, alla discriminazione da reddito: il classismo cetuale. Se si applicasse, ad esempio, una discriminazione positiva per l’ammissione di studenti a facoltà universitarie, a numero chiuso, di alto prestigio mondiale – per favorire studenti provenienti da ceti medio bassi, che sono tuttora una evidente minoranza (4%) – vi sarebbe il rischio di dover respingere molti allievi provenienti da ceti medio alti, che sono da sempre  la larga maggioranza.

La società umana è una scacchiera, o un campo di battaglia, di interessi spesso opposti legati al proprio vissuto, al proprio credo, alle propri aspettative, alla propria cultura. Ciò pone alla società, sempre e comunque,  una serie di dilemmi relativi al riconoscimento o meno di particolari richieste che potrebbero addirittura scontrarsi con i principi costitutivi del gruppo culturale di riferimento. È anche per questa ragione che il sostantivo “cultura” viene considerato come un termine scomodo. Risulta tuttavia difficile concepire un multiculturalismo senza …culture.

Certo non sarà lo choc delle civiltà narrato da Huntington, ma sicuramente l’avvio di un permanente nervosismo metropolitano. Non sarà nemmeno l’indolore incontro di tradizioni gastronomiche, musicali e linguistiche, come la narrazione corrente vorrebbe vendere quale icona di superficie. Sarà molto probabilmente anche e purtroppo il confronto su temi assai pesanti: le configurazioni territoriali, le relazioni economiche, il retroterra storico, il senso delle norme condivise, le priorità educative, i sistemi legali, la giustizia. Prodromo di ardue contese. Da una supposta diversità felice a una multiconflittuale realtà permanente.

Certo si potrebbe semplicemente opporre al concetto di discriminazione quello di privilegio. Ovvero la discriminazione intesa come l’esclusione dai privilegi. E allora bisognerebbe elencare cosa e quali siano i privilegi e chi ne trae i maggiori benefici.

Per ora, sappiamo, il privilegio è direttamente proporzionale alla condizione economica: poco discussa perché ritenuta …indiscutibile. In realtà è la discriminazione per eccellenza. Sotto le sue ali protettrici si annida la perfida segregazione sociale: il Placido Inganno.

“L’idea di un’umanità dal destino condiviso, quali siano le disparità economiche o culturali, produrrà dei cambiamenti di scala nel concetto di identificazione con “l’altro”. In una società sempre più complessa, la capacità di identificazione con l’esperienza altrui aumenta: più essa si rinforza, più il nostro spazio di referenze si amplia. Ne deriva che a livello individuale ci si ritrovi con un minor attaccamento all’idea di frontiera, al concetto di chiusura e, invece, s’instauri una maggiore attenzione ai problemi globali, una maggiore sensibilità verso i grandi problemi planetari. In un mondo percorso da continue crisi di ogni genere, la distinzione tra nazionale e internazionale, tra “noi” e gli “altri”, perde la sua validità, e il comsmopolitismo diventa, da una parte una condizione e, dall’altra, un ideale interiore.”

Questa delicata visione planetaria appartiene a un residente di un quartiere… “esclusivo”.       (esclusivo= che tende a escludere o ha forza di escludere)

cifre democratiche

La maggioranza (52.7%) ha deciso lo stralcio dell’articolo di legge.
Il candidato più votato (58.4% dei suffragi) è stato il deputato uscente.
La partecipazione si è fermata al 45.1%.
Accettata per pochi voti di differenza (108 schede) la costruzione del centro sportivo.

 

La democrazia vive (anche) di numeri. O soprattutto. Insomma la politica inizia, oppure finisce, con un fatto numerico: si tratta spesso di convincere poco più della metà di votanti (elettori) a schierarsi per una specifica causa. Si approva oppure si respinge un progetto politico, sulla base di chi raccoglie più voti. Si elegge un/una candidato/a sulla base de numero di suffragi ricevuti.

Ricerche e studi di vario genere hanno tentato di indicare quali potrebbero essere gli elementi necessari a un contesto democratico per permettergli di offrire maggiori garanzie di stabilità. Ne è venuta fuori una lista di ragioni interessanti iniziando dalle garanzie della integrità personale, quindi l’esclusione di conflitti violenti, poi la sicurezza economica, il grado di protezione sociale, una giustizia ben amministrata, infine un’identità “emozionale” condivisa da legàmi anche basati sul senso di appartenenza, di fiducia reciproca, di gradimento dei successi comuni, di volontà di collaborazione tra i cittadini.

Ritenuto che in contesti “liquidi” le generalità di un ambito possono cambiare a velocità spesso inimmaginabili, necessiterebbe quindi un’attenta considerazione, una revisione disincantata, un’analisi delle reali condizioni relative al contesto in cui si vive inclusi gli aspetti come il suo ordine di grandezza, la sua dimensione demografica fattori che influiscono sull’acquisizione di quelle minime garanzie di buona gestione. Nel nostro contesto sociale dove – si dice – le convinzioni parrebbero sempre più… fluide, la faccenda potrebbe assumere perfino aspetti inquietanti. “Dove vi è il maggiore, il minore decade», si diceva un tempo.

Si narra tuttavia che altri studi, pure specifici, siano riusciti a dimostrare, nella realtà politica attuale, la presenza di non meglio precisato “teorema dell’elettore medio” che si basa sul presupposto secondo il quale vengono approvati solo quei programmi in grado di suscitare il favore della maggioranza degli elettori. Di conseguenza solo una notevole capacità di disturbo della minoranze ignorate potrebbe determinare dei cambiamenti importanti. Sul grado e la natura del disturbo non è dato a sapere.

Poniamo il caso che sulla base di un vivere comune ormai diventato trendy “il movimento dei convinti opportunisti” ottenga il 50.1%, oppure vinca la sua alternativa quella autoproclamatasi degli “individualisti estremi”, ecco che le peculiarità singole potrebbero assumere una rilevanza sostanziale. Insomma in un mondo che si avvia sulla strada di quello che viene identificato col termine di »comunitarismo« ogni gruppo che condivide consuetudini, lingua, cultura, reddito, interessi e ideali “comuni” e quant’altro desidera poi essere ascoltato e riconosciuto come tale.

Consideriamo infine anche, sulla base di una “Storia” che nulla parrebbe insegnarci, che il movimento “fanatici e compiaciuti” vinca le elezioni con il 50.1%. Per fanatici fate voi: metteteci gli irredentisti rapati, oppure il bolscevismo nostalgico, il radicalismo religioso, il movimento anarchico radical-chic, il gruppo-anti-Gini (nel senso del coefficiente), i white trash, il raggruppamento anti-tasse, il centrismo estremo, i residenti inquieti, il partito delle sardine, oppure quello degli squali. Insomma guardiamoci attorno.

Ecco che i numeri, le proporzioni, il numero di preferenze… la quantità insomma, assumono un’importanza determinante relativamente al mantenimento o il superamento di un determinato contesto politico. Soprattutto se reso vulnerabile da pesanti errori della politica cosiddetta ordinaria. Così come da un endemico astensionismo (50.1% del 25% di votanti). Proprio perché la politica – oltre l’indispensabile livello qualitativo (alcuni dicono assai carente) di chi la esercita – alla fin fine è (anche) fatta di soli numeri.

perimetri esclusivi

C’è, tuttavia, un conflitto rappresentativo che le cosiddette “élite-della-terza-via” non voglio perdere. Anche se i progressisti oggi scoprono che vi sono fabbriche lager nel sudest asiatico generatrici di disoccupazione in Occidente. S’accorgono pure dell’aumento di conflittualità sociale innescata da un meccanismo perverso cioè quello di costringere la manodopera (anche clandestina) a dover produrre a un costo inferiore ad ogni logica sindacale; direi umana: la lotta all’immigrazione clandestina rimane pur sempre una retorica astratta.

In realtà tutta la sinistra è consapevole che codesta manodopera venga “usata” anche per innescare la competitività dell’intero comparto produttivo cosicché le imprese possono ulteriormente ridurre i costi facilitando il proprio adattamento ai famigerati processi congiunturali. E la dottrina della sinistra neoliberale… annuisce. Arriverai pure se ci riesci, con un precario gommone, nel paradiso del mercato libero, ma poi ti mettono in un sottoscala. Ci sarà pure anche (per la gioia della dottrina neocapitalista) chi sfonda, ma l’implacabile statistica dimostrerà a quelli attenti, che le percentuali di riuscita sono altrettanto miserrime. Uno su mille ce la fa, dice la canzone. A parere del mio vicino, che è un uomo di mondo, la canzone è ottimistica. “Come si fa a restare aperti alle imprese e chiusi agli individui? Facile! Prima allarghi il perimetro poi lo chiudi. Suggeriva una tosta ricercatrice. Questo basta per tenere in piedi un sistema di schiavitù.”

C’è pure chi recentemente ha stigmatizzato perfino una sacrosanta autodifesa salariale regionale, tentando di spingere il dibattito su livelli di scala superiori per probabilmente  nascondere – per poi giustificare – lo sfruttamento innescato da un insaziabile neoliberismo egemonico. In altre parole: l’apologia di una libertà che opprime e la relativa detrazione di regole e leggi che proteggono. Ovverosia: abbandonare consapevolmente i salariati  ad un rapporto di forza che non possono controllare: cosicché tutti schiavi, nessuno schiavo.

In aggiunta ci metterei del nuovo, e cioè: parlerei dei “nuovi” recinti, quelle «esclusioni» contemporanee che non sono «esclusivamente» relative al colore della pelle, alla provenienza, al genere, ma altrettanto «esclusivamente» relativi allo status economico. Mai sentito parlare di attico «esclusivo», di villa «esclusiva», oppure di quartiere «esclusivo» oppure ancora: mai sentito parlare dei “minuti” «skybox»? Prima si apre il perimetro e poi “zip/s” lo chiudi. Et voilà.

sottoscala

Sono incappato in uno dei tanti servizi mandati in onda dalle diverse tv satellitari relativi alla tragica realtà della migrazione.

Avete già notato come le tv di (quasi) tutto il mondo si assomigliano, anche negli approfondimenti. Per il resto i palinsesti sembrano addirittura fotocopiati: gioco milionario, poliziesco più o meno violento, solitamente violento, gare di gastronomia con o senza chef, sport on demand e anche senza demand, un po’ d’informazione “massaggiata” dai poteri proprietari dell’antenna, documentario sul sesso degli animali, ovvero animali che fanno sesso, per cui… gatta ci cova.

Ad un certo punto dell’approfondimento un migrante macilento, icona della catastrofe contemporanea, stanziato in una banlieu di una grande città europea, dice suppergiù: “Tento di spiegare che qui non c’è lavoro e che la nostra condizione è miserrima, ma “laggiù” non ci ascoltano. Credono che qui tutti siano ricchi!” E l’inquadratura scivola sui dettagli di una squallida cameretta ricavata probabilmente da uno scantinato privo di finestre.

In questo casuale monologo forse si coglie il vero volto dell’ideologia crudele che maschera il sogno mercantile. Pochi ricchi in un mare di miseria. Infatti “laggiù” ci credono tutti ricchi. L’abilità del capitalismo è, ed è sempre stata, quella di offrire un sogno. Una facciata seducente. Una chimera. I migranti che partono da “laggiù”, lasciano senz’altro realtà orrende, ma sono soprattuto attratti dalla scenografia glamour. Spot pubblicitari ispirati alla cosiddetta libertà economica, che in realtà significa libertà di una minoranza di intascare i profitti creati dalla schiavitù al suo se(r)vizio.

Arriverai pure se ci riesci, con un precario gommone, nel paradiso del mercato borderline, ma poi ti mettono in un sottoscala. Ci sarà pure anche (per la gioia della dottrina mercantile) chi sfonda, ma l’implacabile statistica dimostrerà a quelli attenti, che le percentuali di riuscita sono altrettanto miserrime. Uno su mille ce la fa, dice la canzone. A parere del mio vicino, che è un uomo di mondo, la canzone è ottimistica.

“Come si fa a restare aperti alle imprese e chiusi agli individui? Facile! Prima allarghi il perimetro poi lo chiudi.” La Klein aveva perfettamente ragione. Quindi gli immancabili approfondimenti mediatici per segnalare il risultato del bidone. E questo basta per tenere in piedi un sistema di schiavitù.

povertà di ritorno

Accidenti! Qualcuno parrebbe accorgersi di vivere (per molti sopravvivere) all’interno di un sistema intransigente. In estrema sintesi lo si potrebbe definire con l’etichetta di mercatismo finanziario. Che ha le sue logiche. Blindate. Lascia infine che la gente chiacchieri, che si agiti pure un po’, ma poi al momento opportuno le logiche blindate decidono.

Disparità economiche sparse qua e là? Effetti collaterali inevitabili…. anzi, positivi per una “sana” concorrenza: vi sono distretti economici in forte crescita. Migrazionismo caotico? Manodopera a basso costo che produce per un attraente consumismo a… basso costo. Consolidamento di una nuova forma di schiavitù?  Dai… non esageriamo. Poi colpisce i meno “preparati”.  Povertà endemica in alcune parti del globo? Ci stiamo lavorando (da secoli), comunque ci sono pur sempre le collette… programmate… come sappiamo le transizioni hanno sempre creato problemi. E via di questo passo.

Perfino prima di poter udire qualche sporadica e timida ammissione sulla più volte ricordata povertà occidentale di ritorno, c’è voluta la massiccia crescita dei cosiddetti populismi dell’anti-sistema, poi la brexit, poi ancora il trumpismo.  Tonnellate di letteratura specifica, moderata, consapevole, preveggente sfornata in venti anni di sofferenti ricerche, non sono state in grado di muovere una foglia. Cancellate da una politica  totalmente disinteressata ad assumersi i compiti necessari almeno al contenimento degli eccessi.

Leggo di intellettuali dapprima baldanzosi sostenitori di aperture astrattamente ireniche, produrre riflessioni su eventuali ponderate, intelligenti e “particolari” chiusure. Intempestive confessioni: si sarebbe dovuto…  bisognava considerare… in fondo lo si era già detto: un ameno conversare ad usum seguire (non si sa mai) la direzione del vento «pop» che soffia nelle contrade continentali. Un ripensamento tattico.

E lì bisognerebbe fare chiarezza. Perché di chiusure “invisibili”  più radicali e subdole dei “muri” cementizi – ferocemente condannati – già ce ne sono a bizzeffe. Dividono, selezionano, emarginano, ma non lo danno a vedere. Proprio perché all’interno di questi muri eretti a protezione di privilegi specifici ci abitano i predicatori di uguaglianze, di società aperte, di metropolizzazioni integrative. Uno schermo fumoso di chiacchiere costruito per dissimulare una società che si orienta sempre più verso una feroce e consapevole discriminazione di reddito. E di conseguenti ghetti sociali.

metodo Monnet

La nebbia si dirada, i termini del problema si chiariscono. 
Il distillato di tanto politichese appare meno opaco. Non amo gli schemi ma schematizzo. 
Scusatemi di cotanta semplificazione. I governi europei, come pure la sinistra , ci aiutano (a loro modo) a capire il metodo Monnet. 
 
Se vi capitasse do digitare “metodo Monnet” su un motore di ricerca… un orizzonte… europeo vi si aprirà.

Anticipo di mio: l’economia integrata non ammette alternative. È proprio quello che ci sussurrano i partiti cosiddetti storici e (probabilmente) lo stanno per ammettere perfino i cosiddetti populisti.I mercati del capitale si prendono gioco delle distinzioni politiche settoriali. Delle politiche da cortile. Dei colli di bottiglia regionali. Delle “sovranità popolari”. Al nord delle Alpi lo sanno da un pezzo e parlano addirittura di “Alternativlos”. 
Una declinazione germanofona dell’ormai famoso There Is No Alternative.

In altre parole si tratta di un’espropriazione politica “in fin di bene”. Si parte dal presupposto che solo le élites economiche siano in grado (con politiche centralizzate) di (ben) guidare i destini dei Popoli; ma a differenza delle dittature novecentesche bisogna farlo cercando con ogni mezzo il consenso. Se la prima volta va buca… niente, bisogna ritentare, ritentare e ritentare fin quando il concetto passa. Una propaganda omeopatica. Anche con qualche overdose, se necessario. Un progetto “senza alternative” coniugato con il gioco democratico. 
Un’imposizione dal percorso soft.  T.I.N.A.

certezze diffuse

Perennemente in discussione, ma poi si sta qui ad aspettare -come sempre – che il mercato si autoregoli di suo.

In una società in cui l’1 per cento della popolazione detiene la maggior parte della ricchezza, lasciando al restante 99 per cento  … the struggle for the life,  eccoci pronti ad assumere immediatamente perfino le certezze diramate dall’un percento, e cioè che ogni iniziativa per ridurre il potere dei baroni dell’economia finanziaria è da considerarsi inefficace, se non addirittura nociva.

Della serie: a) tutte le tassazioni sulle transazioni sono utopie, b) i redditi alti non si possono tassare perché fuggono nei paradisi fiscali, c) i globalisti bisogna sedurli con fiscalità leggere, d) idem per le imprese mordi e fuggi che non assumono se non a regime di schiavitù, e) gli stipendi minimi devono restare moltominimi per permettere di essere competitivi sul mercato globalizzato.

Quindi, riesumazione del vecchio ritornello la ricchezza dei (soliti) pochi avvantaggia tutti. Ma proprio lì sta la vera e importante contraddizione di uno dei dogmi fondamentali del mercantilismo integralista! Purtroppo, la sua solidità propagandistica regna sovrana. Come la disoccupazione. L’unica soluzione possibile è pagare un prezzo: il prezzo della civiltà.

effetto domino

Di fronte a una situazione mondiale incombente, i difensori del liberismo hanno perso la loro sicurezza, anche se ci teorizzano la dottrina del “male minore”. Ma difendere “il male” contro “il peggio” non può essere una risposta soddisfacente.

Altri addirittura arrivano ad affermare che le élites finanziarie non sfuggono alla tentazione di voler imprimere un’accelerazione, approfittando della confusione procedurale, per radicalizzare l’agenda neoliberista.

Questa esperienza, lo si ammetta finalmente (!), è crollata in modo spettacolare con la crisi dell’ultimo decennio, ma la tesi centrale dell’economia finanziaria integrata ha subito pochissimi mutamenti. Il “principio” è ancora propagandato come si trattasse di un mercato in “presunte” condizioni di concorrenza perfetta. Anche se si discute molto (si parla, più che altro) dei problemi  che sono impliciti alla conduzione di un’economia sana.

Come lo sforzo di evitare il cosiddetto “effetto domino” per mezzo di un “aggiornato” regime di scambio per riequilibrare le bilance commerciali; oppure si accenna “all’avversata” tassazione sulle transazioni, oppure ancora si prospettano regole “severe” nei confronti degli istituti di credito arroganti, così da escludere il “comodo” automatismo privatizzazione dei benefici e statalizzazione del debito. Infine si arriva a suggerire un “interessante” piano europeo di riconversione ecologica per rilanciare il lavoro, senza escludere una “seria” riflessione sulle evidenti disparità salariali.

Ma di concreto parrebbe esistere solo una “liber(ist)a opposizione” affinché nulla di tutto questo avvenga