ora lo sappiamo

C’è un dettaglio che mi secca in codesto drammatico periodo. È l’accanimento con il quale tuttora si condanna il Dragone. Si va dal presunto imbroglio sui dati effettivi relativi alla pandemia, passando per le persecuzioni etniche interne, attraversando poi la famigerata piazza teatro di quel sanguinoso tentativo di ribellione del giugno dell’ottantanove. Per arrivare, infine e ovviamente, a dipingere in toni apocalittici il comunismo asiatico come una schiavistica dittatura liberticida. E lì, si presume, vi sia il clou, il punto centrale: cioè il suggerito e “perfido” confronto con un (astratto) liberalismo occidentale promotore (invece) di un benessere diffuso e di efficienti e democratiche libertà.

Cominciamo col dire che il continente asiatico non ci ha mai chiesto espressamente di trasformare le sue contrade nella fabbrica dell’Occidente, con relativa quotidiana unilaterale importazione di merci che ha determinato infine la nostra micidiale dipendenza. Quando si sono volute aprire le frontiere tra “Noi” e “loro”, si è pensato soprattutto a una riserva di manodopera utilizzabile a costi stracciati. Non certo spinti dal desiderio di emancipare la popolazione asiatica. Si applicò esclusivamente il classico ragionamento del profitto a breve termine.

I hear people say we have to stop and debate globalisation. You might as well debate whether autumn should follow summer.” Così parlò un primo ministro britannico perfino anni dopo la Lady di ferro.

Risultato: impoverimento delle democrazie liberali (promotrici di un (superato) benessere diffuso) e, viceversa, incremento scandaloso di ricchezza dell’azionariato cosmopolita così come di un prevedibile aumento di potere …dell’emisfero asiatico. Totalmente assente (allora) ogni osservazione critica sul nostro …economico partner. Si riteneva il livello tecnologico occidentale oltremodo irraggiungibile da una concorrenza assai sottovalutata.

Un peccato di arroganza occidentale che ha permesso alle economie del sud-est asiatico di poter reinvestire massicciamente il surplus incamerato a beneficio della sua grande industria, della sua finanza e della sua ricerca.  L’Europa si è così trasformata in una fabbrica di disoccupati e le manifatture orientali emergenti, per contro, sono diventate l’Officina del mondo. Una dimostrazione di quanto l’agire esclusivamente sull’immediato profitto (Let’s Make Money!) spesso innesca meccanismi imprevedibili, soprattutto snobbando la legge dei grandi numeri.

Ci si chiederà come mai non si è fatto tesoro delle riflessioni espresse in tempi non sospetti da chi osava anticipare il disastro. Dov’erano allora i paladini delle talora ubiquitarie istanze democratiche almeno quando – per esempio – le delocalizzazioni stavano spolpando le conquiste sociali indigene? Dov’era quel “ceto” assai sensibile ad ogni peculiare discriminazione sociale (sempre per altri motivi riversato nelle “avenues” occidentali) mentre si stavano conducendo i salariati occidentali (i …white trash) alla stretta obbedienza del pensiero egemone e molti altri a subire la ricomparsa delle classi del novecento?

Spesso mi ritrovo a dover ammettere di non trovare le ragioni per le quali si continui (anche) a nascondere che sarebbe bastato consigliare una semplice visita in una delle diverse librerie cittadine per poter constatare che, ad ogni singolo saggio disposto sugli scaffali per vantare ideologicamente il sistema mercantile planetario, vicino vi erano allineati altrettanti cento che presentavano e che ancora propongono inconfutabili dati fattuali concretamente critici. Ma già allora il pesante ….soft power ideologico impose il silenzio informativo sulle limitate voci resistenti. Scarsi, quindi, i toni dissidenti negli “approfondimenti” salottieri, inesistente la seppur minima voce contraria da parte di dottorandi chiamati a riferire “expertise” accademiche a senso unico. Feroce, per contro, la condanna delle minime proteste popolari, sempre e comunque …populiste.

Di solito i totalitarismi si riassumono con l’impossibilità di un’alternativa. Ebbene ricordate il «There is no alternative» predicato da Margaret Thatcher negli anni in cui spopolava in Occidente? Un piano B non era previsto. Ora lo sappiamo.

sorry we missed you

Il primo dovere degli intellettuali – diceva un… noto intellettuale – sarebbe quello di insegnare alle persone a non ascoltare le mostruosità linguistiche dei potenti e dei loro divulgatori prezzolati. In altre parole è (sarebbe) quello di rintuzzare tutte le menzogne che attraversano la musica mediatica mainstream e che innondano e che soffocano ogni pensiero divergente.

Mentre oggi – aggiungeva il noto intellettuale – troppi di loro accettano sostanzialmente la dottrina dei sovrani mostrando invece disprezzo per le vittime che ne sono irretite, perfino accusandole di essere degli stolti. Mentre gridano alla “grande ignoranza”, stigmatizzano “la prevalenza del cretino” e accusano i”social” di ogni nefandezza, essi (gli “intellettuali”) non sono affatto scandalizzati dalla mostruosità della neolingua di chi possiede le chiavi dei grandi mezzi di diffusione. E concludeva: chi accetta una trasformazione – imposta dai potenti – che è regresso e degradazione sociale, vuol dire che non sta dalla parte di chi subisce tale avvilente alienazione. Chiaro come l’acqua cristallina o/e come un film di Ken Loach.
Mi sorprende il fatto che ci sia perfino qualcuno – sui media ufficiali – che si indigni per le discriminazioni sociali. I meno distratti già avevano registrato, da tempo immemore, che la ricchezza privata/privante si blinda in comunità sicure e protette, in enclavi distribuite sul pianeta e organizzate gerarchicamente secondo una rigida scala redditocratica. Beninteso non è che chi gode di una posizione di privilegio rinunci ad ogni contatto con le classi subalterne: infatti la loro colf, il loro giardiniere, il loro tassista di fiducia – con i quali si vantano di intrattenere ottimi rapporti – vengono accettati nel loro specifico status: il classismo è una forma di violenza che ha quale scopo la costruzione dell’altrui inferiorità, ho letto da qualche parte. Concetti che andrebbero ricordati prima delle frequenti e unilaterali richieste di esotiche solidarietà.

Ai giorni nostri c’è perfino una narrazione “liberale” che ci inculca la necessità (o la rassegnazione) di dover accettare le (giuste{!}, così si narra) stratificazioni sociali (classi) basate sul… “merito”: ovvero la lode ideologica di una separazione netta tra comunità di benestanti (perché… meritevoli, formati, colti e capaci, ci vien ricordato col quotidiano… make bla bla bla great again) e gli inevitabili ghetti residuali di povertà, edificati dalla e nella medesima società… civile: insomma accettare l’idea di vivere in ormai legittimate e riconosciute tribù meritocratiche – meglio se tra loro impermeabili – finalizzate… alla (circoscritta) crescita economica. Certamente il “pensiero unico” attuale utilizza metodi all’apparenza soft, pur tuttavia ha un impatto devastante perché gli antagonisti sono considerati come eretici. Un vero e proprio sistema ideologico che diffonde la buona novella del libero mercato, agito in centri produttivi “eterogenetici” situati in apolidi megalopoli e gestiti da truppe instabili eternamente mobili. Un’ideologia che è stata in grado di contagiare ogni aspetto dell’umano senza sollevare veri dissensi. (Leggersi il premio Pulitzer 2017 “Evicted”).

Quello che non è dato a sapere è l’ordine di grandezza considerato, da qui parte (evidentemente) il discorso di àmbito territoriale: i vituperati sovranismi/indipendentismi/separatismi/comunitarismi  che si presentano tuttavia in diverse scale di grandezza. Bene, abbattiamo i muri/frontiere/limiti e confini che dividono il mondo! Si potrebbe iniziare, poniamo, con annullare le segregazioni residenziali di cui sopra. Ammesso di potercela fare. Perché sembra ormai assodato che la popolazione mondiale globalizzata, tende ad… “aggregarsi in territori specifici (ecco che ci risiamo) sulla base di riferimenti socio-economici e culturali affini”; cioè identitari: cioè con la volontà di essere tra simili. Ci sono quelli che scelgono una dolce vita nella misura dei quartieri esclusivi, negli arrondissement chic, nelle zips a pigioni identitarie, e altri che si affidano ai (superabili e superati) confini statali.

In realtà i gruppi più potenti e quindi più selettivi preferiscono risparmiarsi la brutalità di misure discriminatorie, prediligono il diffondersi della mancanza di criteri, proclamano la dottrina illusoria della scelta individuale perché sanno già di possedere gli strumenti adatti per sottrarsi ai conflitti appunto creati dall’anomia sociale indotta.

Tranquilli, la gerarchia delle libertà personali soggiace al tanto osannato e “liberale” grado di ricchezza individuale: quindi si assisterà prima o poi al definitivo accantonamento degli obsoleti confini nazionali e l’innalzamento di performanti/moderni/efficaci muri di topografica segregazione redditocratica delle gated community: brillanti esempi di liberale politica residenziale. La mondializzazione che vuole essere unificatrice a parole, evita di ammettere che nello stesso tempo risulterà essere sempre più divisiva nei fatti. C’è chi l’ha già definita come la balcanizzazione redditocratica del pianeta.

registro emozionale

Il fenomeno è quotidiano e ben oliato: si attiva quando un avvenimento di particolare sofferenza scuote il magma informativo. Esaurita la trilogia basica in risposta alle tre scontate questioni: “chi?”, “cosa?”, “dove?”… scatta il registro emotivo. Si potrebbe almeno tentare di aggiungere alla trilogia di cui sopra, il binomio di un “come” e di un “perché”, ma le emozioni pagano meglio. E il cerchio si chiude. O si apre.

Si apre con un taglio “informativo” d’aggancio al quale viene spudoratamente aggiunta, in macro quantitativi, la cosiddetta strategia del turbamento. Minima analisi oggettiva dei fatti, stucchevole sintesi emozionale. La logora domanda dell’inviato di turno, davanti a una palese condizione di disagio, suona suppergiù così: “Cosa si sente di dire a chi ci ascolta?” E la risposta non fa che rivelarci la desolata evidenza della circostanza: un’informazione superflua compensata dal cinismo… politicamente corretto. Uno sterile appello ai sentimenti con recitato candore condito con l’evocazione posticcia di affetti astratti. Una commedia artificiosa alla ricerca di un’immediata empatia compassionevole che prende il posto lasciato libero dalla ragione ormai sfuggita di mano.

La tirannia dell’emozione viene spalmata ad angolo giro: applicata d’ufficio a condizioni sociali squallide, usata per commentare guerre, migrazioni, carestie, crimini, disastri naturali, incidenti, stragi.  Fuori dalle frequenti e scontate manipolazioni politiche, siamo davanti a un fenomeno sociologico importante, pesante, totalizzante.

Strumento di dominio delle regole sociali: l’esca affettiva viene usata soprattutto per condizionare lo spettatore alla rassegnazione. I sentimenti sollecitati vanno a proporre una chiave di lettura unilaterale che non ammette altri modi di indagine: banditi il ragionamento, la riflessione e l’indagine oggettiva: parole e immagini finalizzate a all’esclusiva passività. Insomma un invito alla fatale accettazione delle remote cause scatenanti.

Non si tratta di fare il processo alle emozioni, si tratta di considerare quanto il ruolo e la misura del registro emozionale abbiano assunto nell’ambito informativo. Il taglio narrativo, il vocabolario utilizzato, le immagini allusive, il tutto finalizzato a rivendicare il monopolio del cuore. Si cerca il consenso/dissenso emozionale per assegnare all’accaduto il codice dell’inevitabilità. Una strategia mediatica che invita a sottomettersi alla fatalità della sopravvivenza. Pur sapendo che il compito dell’informazione dovrebbe essere quello di rendere percettibili e aiutare a comprendere le… verità nascoste.

tuttavia e malgrado

Assai difficile , perfino impossibile, poter seguire ed ascoltare almeno una volta una voce che sia perfino dissidente, ecchédiamine (peraltro già altrove magari nota in ambiti perfino qualificati dalla saggistica specifica) che esprima, opinioni almeno minimamente distanti dalla tendenza mediatica mainstream. Parrebbe invece che l’infotainment abbia radiato volontariamente ogni opinione critica, subito classificata come eretica. Ciò che sembrerebbe confermare una sospetta colonizzazione di ogni spazio informativo.

Ne è la prova la scaltra ambiguità, insomma quella goliardica fake quotidianamente diffusa relativamente al concetto di solidarietà che si vuole proporre come esclusività funzionante tra stati interdipendenti: leggasi unificati da trattati sovranazionali . Come se la solidarietà, tra territori politicamente uniti da bolle sovrastatali, si debba ritenere, per decreto ideologico, qualitativamente migliore di quella ottenuta invece tra realtà nazionali politicamente indipendenti. Ciò che spesso si evince anche dagli apporti dei soliti “analisti strategici”: soprattutto strateghi nel saper gestire il proprio quotidiano spazio mediatico.

Cosicché dai catodici diffusori di opinioni scontate, per poter apprezzare aspetti divergenti dal trend egemonico si è costretti a dover attendere la tarda serata per incontrare magari e fortunosamente un altrettanto negletto docu-film dal valore critico oggettivo e pertinente.

Inoltre l’annosa questione dell’affidabilità della stampa “certificata”. Una vecchia faccenda.  Ciò nonostante sappiamo  che  molti abbiano ormai da tempo intuito che tra informazione e propaganda le differenze siano ormai impercettibili. Le news, anche quotidiane, risultano essere sempre più il prodotto finale di un invisibile processo ideologico.

Un gran numero di “agenzie informative” si (auto)definiscono tuttavia e malgrado “indipendenti”. Anche in questo caso viene usata un vecchia e superata etichetta: non legati a uno schieramento politico, a un partito o a uno specifico credo, si afferma. Ciononostante è altrettanto imprescindibile il fatto dell’inevitabile patrocinio di uno specifico patrimonio di idee, di una corrente di pensiero, di un’area ideologica affini alla concezione economica, politica, filosofica, perfino confessionale specifiche dei suoi finanziatori: il cosiddetto patrimonio dell’inconscio editoriale che indirizza la famosa… fabbrica del consenso.

A proposito dell’evidente condizionamento ideologico, le perle “peggiori” s’incontrano in questi drammatici giorni: leggo con particolare ironia e relativo immediato disgusto prese di posizione di “eminenze” giornalistiche che si pongono (ora) retoriche domande sugli evidenti (a loro dire imprevedibili) eccessi della globalizzazione. Il fatto è che l’imprevedibilità appare come un pretesto assai cinico, se confrontato con un’immensa saggistica da tempo assai critica sulle (prevedibili e previste) nefaste ricadute di un’estrema e acritica mondializzazione: aspetti ai quali non è mai stata data voce sulle pagine (e dagli schermi) del giornalismo paludato, che ora flirta perfino col vento che parrebbe cambiare.

Interessante, per certi versi, anche il continuo giocare sui termini di responsabilità individuale e  responsabilità collettiva: che parrebbero identiche, ma che nascondono profonde e taciute differenze ideologiche legate alla fuorviante convinzione che la società sia la semplice somma di comportamenti individuali. Il minimo che si possa dire è che il giornalismo post-democratico, oltreché essere deleterio, apre la strada alla disinformazione.

D’altra parte, e purtroppo, ho sentito più volte ripetere che il compito del giornalismo non dev’essere quello di fare della pedagogia. Sarebbe come implicitamente confessare che il suo scopo sia quello di ottemperare alla propaganda imposta dal “clima” egemone e dalle relative ricadute pubblicitarie. Quindi un’autocertificazione di indipendenza vale per quel che vale. Anzi, per chiarezza e trasparenza, sarebbe concetto da superare perché, in sostanza, “informazione indipendente” potrebbe perfino essere un classico …paradosso. Il che porrebbe seri interrogativi sui limiti di una reale oggettività dell’informazione (anche) a gestione pubblica. Anche qui: lourde tâche.

labili trend

Se vi capitasse – ancora/nuovamente – di incappare in uno dei soliti «talk show trendy» con la presenza di due o perfino tre ricercatori… di verità economiche ebbene, prima o poi, si inizierà a intrattenerci (anche) con ampie e ampollose dispute sui …minimi sistemi, con banalità scontate su aspetti ininfluenti, su quello che tutti già sanno, su quello che già altri hanno riferito seduti prima di loro sulle stesse sedie.

Siamo pure costretti a dover seguire interventi volanti online con i cosiddetti analisti strategici comodamente seduti in asettiche Organizzazioni cosmopolite (O maiuscola, of course) che saranno pure, quest’ultime, uno “sconfinato” contenitore per eccellenti carriere professionali (che non è un male ovviamente per chi è in possesso tuttavia di curricula trendy) ma i cui titolari investono del tempo prezioso nel magari discutere per mesi, se vi sia una correlazione diretta tra colore e efficacia filtrante delle mascherine. Spesso i loro rappresentati (dai curricula trendy) ci incantano con preziosa dialettica accademica su analoghe tematiche negli ormai rituali collegamenti-intervista quotidiani.

Quando per accidente arrivasse invece una domanda fuori dagli usuali schemi riconosciuti e sollecitasse argomenti un pizzico più concreti del solito tergiversare, ecco apparire sul viso dei presenti in studio una sorta di smarrimento quasi ad indicarci l’imbarazzo del …non aver ancora ricevuto le necessarie istruzioni di risposta. Cosicché gli “incerti” comunicatori, tuttavia assai seduti nel salotto mediatico preposto alla diffusione di verità supportate dal sigillo accademico, in alcune precise circostanze appaiono (piuttosto che detentori di concetti ponderati) come spaesati portatori pure loro di una sorta di filtro semantico.

Ben lontano, in codesti frangenti, quell’altrimenti malcelato sussiego di chi sa di dover spiegare ai colti o agli sprovveduti, come debba funzionare il meccanismo mercantile avviato sull’unica traiettoria che i grandi decisori hanno stabilito per i sudditi planetari.

Alla domanda se ci sarà, quando ci sarà e che cosa cambierà “il dopo”, ecco che gli sguardi s’incrociano tra i presenti mostrando un’interrogativa contrazione del volto prima di accennare a una timida risposta; commentatori ora titubanti e con il timore di magari lasciarsi sfuggire un apprezzamento che li situi imprudentemente controcorrente rispetto al labile trend omologato.

Quando infine il/la più intrepido/o del gruppo con un’aria che non capisci se tenda al serio oppure al faceto, balbetta un… “(ri)localizzare… la produzione… di mascherine,… per esempio”, subito aggiungendo, quasi scusandosi… “senza peraltro mettere… in discussione… il concetto stesso di globalizzazione”, ecco che vedi gli altri presenti ad accennare mimici gesti di approvazione, non tanto di consenso, quanto piuttosto ringraziando in cuor loro il collega offertosi in ostaggio. È pertanto evidente che il controllo dei media diventa una questione politica cruciale: cosicché la telecamera ha il compito di mentire. Per evitare di confermarci che – ogni tanto –  il re appare nudo.

faccende preventive

È vero, come si dice, che non saranno certo i confini ad arrestare “il virus”, e lo si afferma probabilmente anche per mettere in definitiva “quarantena” quell’obsoleto concetto di «nazione»: fastidioso antagonista al “modello rappresentativo del capitale apolide”. Insomma quella condizione territoriale, politica e umana dal prefisso contaminato da un passato impresentabile, e pure considerata – da circa un trentennio – ostile alle parziali, disordinate e inique crescite mercantili globali. Tuttavia sembrerebbe – contro ogni realistico pronostico – che la «nazione» con tanto di frontiere, confini, controlli e controllati sia riapparsa come da prognosi …”populista”, nel pandemico linguaggio globalizzato.

Anche perché i drammatici conteggi quotidianamente citati vengono registrati e comunicati per distretti …nazionalmente distinti. Ovvio poi, che ogni «comprensorio nazionale», si preoccupi essenzialmente di mostrare i propri “numeri” quando si risolvono positivamente e mondializzarli quando sono penalizzanti: ciò che fa sorgere seri dubbi sulla seducente e imperturbabile narrazione delle comunità cooperanti. Inoltre il cosiddetto culto della libertà individuale – ora giustamente circoscritto – fa si che il lavoratore/consumatore/cittadino e… paziente infetto o semplice portatore, rimangano… isolati nella loro “solitudine del cittadino globale”. Isolati, tuttavia, dentro i propri confini. Confinati, insomma.

Due sono stati, viceversa e a mio avviso, i tabù, insomma gli impedimenti di massima che hanno portato le Autorità a tergiversare su quelle che sono poi diventate delle inevitabili chiusure (poco) immediate. La prima è la faccenda dei “nazionalismi”. Le frontiere dovevano restare aperte per non tradire il principio ideologico della mondializzazione senza “ostacoli” e ovviamente non offrire un argomento strategico ai cosiddetti sovranisti. Un fardello politico inoltre aggravato – nello specifico – dalla concreta e importante dipendenza da operatori sanitari frontalieri. Quindi un passaggio obbligato che castigava la pressante e quotidiana richiesta medica tesa a favorire una scelta di salute pubblica.

La seconda invece è di carattere sociale. Le scuole non si potevano chiudere immediatamente perché buona parte dei genitori erano/sono al lavoro: per molte famiglie, nell’era della mondializzazione felice, il doppio reddito è assolutamente necessario alla semplice sopravvivenza economica. Una situazione obbligata e totalizzante, che assegna di fatto alla scuola – oltre i compiti che le sono peculiari – anche quelli di sorveglianza, di custodia e di accudimento per una fascia di popolazione altrimenti esposta alle specifiche condizioni famigliari. La chiusure delle scuole è diventata operativa solo in concomitanza con la sospensione di molta parte dell’economia reale. Prova provata che Scuola ed Economia corrono (si vuole far correre) sulle stesse coordinate: con la scuola in evidente posizione subordinata.

Tuttavia il silenzio più “assordante” ritengo, anche in questi casi, sia (stato) quello degli “intellettuali” abituati altrimenti a logorroiche crociate per difendere le ormai stantie tematiche del politicamente corretto internazionalista, mostrando – ovviamente – la loro natura elitaria (che diventa astensionismo) relativamente ai problemi pratici, concreti, quotidiani dov’è coinvolta la gente comune: intendo dire quell’inesistente lavoro preventivo di indispensabile e minuta analisi sociale. Quel lavoro per il quale la comunità ha pagato loro gli studi.

In altri termini poter finalmente vedere gli “intellettuali” impegnati in un serio lavoro di oggettiva e preventiva analisi dei fatti. I problemi che la globalizzazione ha diffuso con la sua “asettica” dottrina e che in questo periodo si presentano in termini drammatici, andava analizzato e soppesato in tutti i suoi aspetti, anche perversi, con il necessario anticipo. Punto.

Per contro la retorica deborda oltre ogni limite. Leggo su un settimanale ritenuto “progressista” che (…) “Il virus del rancore sarà sempre vivo se non cogliamo questa occasione per «diventare» (sic!) una “nazione” matura e coesa, civile e coraggiosa. Una “nazione” (ri-eccola) non è solo le sue industrie o le sue autostrade, è anche la sua lealtà, la sua tenuta.” (ri-sic!). Detto tra noi, pare perfino difficile situare cronologicamente attuale, questa suggestione da dialettica novecentesca.

D’altra parte ho sempre diffidato dei moralismi circostanziali perché non ho mai creduto ai dispositivi morali puntuali. Impongono di sospendere ogni voce critica. L’uso del dispositivo morale per richiamarci a un umanesimo da riscoprire nelle emergenze è vecchio quanto la storia dell’umanità. Appunto. Tanto vecchio che il suo effetto è nella sostanza stessa dei suoi evidenti limiti.

Direi piuttosto che codesti momenti dovrebbero indurci, per contro, a un radicale ripensamento dei modelli esistenziali ai quali ci siamo piegati per convinzione, per distrazione, per assuefazione, perfino per imposizione. Il mondo intellettuale è spesso ostaggio di quell’indegno concetto di censura preventiva ben descritto da E. Noelle-Neuman ne: la “spirale del silenzio”. Cioè: dimenticare – spesso e sovente – il semplice fatto che il rispetto umano è una faccenda preventiva. Viene prima: un principio senza tempi.

clic e claque.

Alcuni di voi, probabilmente, già conoscono la parola agnotologia. Il sottoscritto l’ha trovata casualmente poco tempo fa. Non lo dico per falsa modestia: lo ammetto. Chi si è chinato sulla “problematica” (come agnotologicamente oggi s’usa dire), sostiene che i “produttori di opinione”, insomma gli enti preposti alla Fabbrica del Consenso, ci nutrono e ci innondano volontariamente di una dose eccessiva di messaggi, anche contraddittori: molta carta per emanare delle small-news agnotologiche: “How Markets Infantilize Adults, and Swallow Citizens Whole”. Un ricercatore, tale Robert Proctor che si è occupato per tutti noi già nel lontano 1995, quindi anche per i distratti impenitenti dello scorso secolo, sostiene/sosteneva che vi siano degli interessi ben precisi legati all’uso dell’agnotologia: a) controllare gli umori (anzi, lui dice “le coscienze”) e b) rendere manipolabile chi ne è vittima.

A ben pensarci non è neppure così necessaria una narrazione normalizzante specifica. Già l’assuefazione somministrata ad “medium” produce inconsapevoli proseliti. Un cucchiaio al dì d’intrattenimento quotidiano obnubilante basta e avanza. Tanto gossip, un po’ di formula uno, due cover, tre serial coi cattivi da una parte e i (soliti) buoni dall’altra, oppure un bel documentario sugli animali esotici, il tutto proiettato da bulimici schermi catodici. Con o senza cànone aggiuntivo. Un… mega programma ben strutturato per ben plasmare le menti verso un libero e… unico pensiero. Senza dimenticare la carta stampata. Intere foreste abbattute… in nome dei mercati.

Se colleghiamo questo fatto con i nostri “presunti veri” (dis)interessi si dovrebbe dedurre che “noi” non ci siamo mai sufficientemente allenati allo stare attenti alle “realmente vere” nostre necessità. L’increscioso fatto (di non essere troppo attenti alle nostre vere necessità) parrebbe provato dalle “scie” lasciate dai naviganti nei loro percorsi virtuali, ancorché reali. Che cosa si cerca in rete oppure si legge nelle small-news anche cartacee? Per esempio la descrizione dettagliata di come è fatta una sala cinematografica con letti a due piazze ( 2.2 milioni di accessi); oppure che si è reso illegale il possedere un solo esemplare di porcellino d’India; oppure ancora che sono in vendita (in promozione) specifiche scale che permettono ai gatti di entrare e uscire dal balcone delle case: ca 300.000 clic.

Un famoso critico televisivo, in tempi non sospetti, aveva perfino provocatoriamente invitato i giornalisti dell’attualità (quelli che si auto-dichiarano al servizio della “gente”) a non fermare la “gente” per strada e “strappar loro” opinioni per qualsivoglia accadimento. Sono risposte spesso dettate da una condizione di assoggettamento agnotologico, sosteneva. Un settimanale titolava tempo fa suppergiù così : La notizia online che un gruppo di una sessantina di super ricchi, ormai possiede la stessa ricchezza dei 3,6 miliardi di persone più povere del mondo è stata archiviata più o meno come una curiosità statistica (pochi clic); le notizie sui gattini e sugli amori gossippari: milioni di clic. Proprio così: le qualità imposte dalla competitività economica e quelle richieste da un’etica di collaborazione non sono le stesse. Ovvio, ma non scontato.

Già qualcuno disse che la peggior censura è quella che porta all’insignificanza dei valori, ciò che ha innescato, a causa di un pluri-decennale tramonto di una basilare coesione etica, anche un pervicace concetto di individualismo egocentrico. Ora c’è il rischio di pagarne le drammatiche conseguenze.

affreschi di stampa

La nostra conoscenza del mondo trascorso è probabilmente la somma di narrazioni filtrate dalla tradizione orale, o giunta a noi attraverso i caratteri da stampa, oppure fruita direttamente grazie al patrimonio iconico: gli affascinanti affreschi che oggi ritroviamo in molti edifici storici – chiese e palazzi – non sono altro che episodi illustrati, indizi di un racconto nato e cresciuto per spiegare il mondo ai molti che non avevano, si dice, l’opportunità di poter leggere la parola scritta.

È pur vero che esiste ancora oggi un’importante parte d’informazione che si nutre – come allora – di immagini, (le contemporanee “tele” televisive) diffuse con quotidiana e implacabile determinazione; tuttavia, volendo e sapendo leggere, si possono affinare codesti dati visivi – spesso perfino subiti – affidandosi anche ad altre fonti come la cosiddetta carta stampata.

Probabilmente la differenza tra l’acquisizione del mondo attuale e quella per mezzo degli “affreschi” di storica narrazione, sta nella natura dei committenti. I grandi artisti che hanno prodotto queste meravigliose tracce ricevevano e accettavano – consapevolmente – il mandato da un mecenatismo ricco, colto e potente: sapevano – soprattutto – di dover ubbidire a determinati umori. Oggi probabilmente le cose… non sono diverse.

Considerando l’imponente ed “esclusiva” informazione assemblata dalle maggiori agenzie con il mandato di una narrazione quotidiana globalmente diffusa, ebbene si ha il sospetto che i mandanti siano ancora i soliti… ricchi, (un po’ meno colti, parrebbe) tuttavia molto potenti. Proprio (quasi) come allora. E… allora non resta altro che doversi fidare degli “attori” preposti all’informazione: i giornalisti.

Molti degli addetti considerano infatti il loro lavoro con estrema serietà perché sono consapevoli che codesta narrazione (…immaginifica oppure verbale) debba essere prodotta valutando i fatti, rispettosa di una verità imparziale basata su considerazioni oggettive e verificate, si sentono i «guardiani» di un’informazione democratica: così come molti di loro ci tengono ad autodefinirsi. C’è chi ha realmente il sentimento di appartenere a una categoria importante e privilegiata incaricata di “illustrare” (affrescare) i fatti così come sono e, come si presume, apprendano sui banchi delle numerose scuole di giornalismo.

Ma come i “narratori” di allora non possono evitare di doversi misurare coi desideri del committente. E i desideri del committente sono, con ogni probabilità, gli interessi della ricchezza (magari colta) sicuramente potente: proprio (quasi) come un tempo.

Così come risulta ovvio che in un contesto democratico il controllo dei media possa diventare una questione politica cruciale, ecco che, d’altra parte, la difesa degli interessi dei “controllori” dell’informazione e il fondamentale ossequio di determinate “verità”, potrebbero collidere. Insomma, la questione di fondo è, e rimane, quella a sapere come raccontare i fatti nel rispetto della “missione” che il giornalismo ama raccontare di sé, e – soprattutto – senza tradire le aspettative democratiche di equidistanza che il lettore si attende.

Se il… “quadro” mentale spinto dalla committenza fosse, per esempio, quello relativo alla diffusione sempre e comunque positiva di una “governance globalist friendly”, (più che ovvio, considerando gli interessi planetari della ricchezza {colta} e potente) ecco che il guaio per i “preposti diffusori” è quello di essere obbligati a condividere gli stessi principi: insomma la stessa ideologia, pena il tormento oppure l’autoesclusione.

La pratica si manifesta nel dover confezionare quotidiani articoli improntati a una “friendly governance”, oppure aprire le proverbiali porte già aperte e lasciar ben chiuse quelle che potrebbero nascondere insostenibili insidie, infine acconsentire che la penna o/e le telecamere qua e là evitino, celino, oppure calchino la mano su inderogabili ordini di scuderia. Oltre a ciò c’è la ben più lacerante certezza di dover affrontare il ”compito” con la prospettiva di una immanente autocensura. È anche pur vero che tutto un sistema informativo basato sugli introiti pubblicitari tende marginalizzare la voce diffidente degli “alternativi”: da una… prospettiva democratica una catastrofe.

Non si può nemmeno pretendere di riassestare tale rovina con l’eroismo individuale: mostrare scetticismo verso i capisaldi dell’ideologia dominante significa farsi mettere all’indice, per poi essere evitati e sfuggiti. Mantenere una linea critica fuori da un paesaggio democratico occupato dai media di tendenza, come molti auspicano e alcuni fanno, si arrischia di essere immediatamente associati ad un astratto radicalismo ideologizzato e avere già posato un piede nell’oltraggiosa area definita come «populista», se non in aree perfino più infamanti.

Non è nemmeno sufficiente schierarsi per una battaglia in nome della parità di genere, gridare alla parificazione dei salari tra uomo e donna, scrivere ogni bene sui congedi parentali. Queste sono appunto quelle battaglie di facciata che la governance non può non incentivare nel tentativo di ridare dignità a quella fantomatica voce democratica d’opposizione ormai sparita, invece, dai temi essenziali: oggetto magari di qualche timida o disordinata lamentela popolare. C’è chi comincia a sospettare che tutto ciò sia perfino diventato controproducente alla causa democratica, perché l’insistere su questi temi di superficie permetterebbe, si dice, di evitare di esporre il lettore a tematiche ben più sostanziali.

Certo in alternativa a tale disastro informativo ci vengono spesso ricordate le famigerate idiozie da social. Nulla da eccepire. Ma come tutti sappiamo sorge inevitabile un altro poderoso dubbio secondo il quale questo mondo di >haters, di leoni da tastiera, di stolti dall’offesa facile e beceri produttori di insulti gratuiti< non faccia altro che alimentare il comodo alibi; insomma: quel prezioso e «utile idiota”, indiretto sostegno allo zeitgeist esatto (da… esigere) dai ricchi (forse un po’ meno colti) tuttavia molto potenti e sempre imperanti; perfino imperativi.