dispositivi preventivi

La contrapposizione salute pubblica/sistema economico ha tutta l’aria di essere un criterio cinico per tentare di contrapporre due realtà non contrapponibili.

Inoltre la si carica di un presunto e indotto confronto tra giovani generazioni e anziani. Non è escluso che lo si faccia per fuorviare il discorso sulle carenze di prevenzione della salute pubblica riscontrate a più livelli inserendo, subdolamente, un aspetto di chiaro carattere divisivo: un approccio ipocrita e intollerabile. Barbaro capolavoro di guerriglia sociale. Strategie che si rivelano anche davanti a uno sciopero legittimo dei trasporti dove viene subito messo in risalto, con la complicità degli operatori mediatici, l’inevitabile disagio degli utenti e valutato esclusivamente con punti di crescita persi. Dividere per regnare.

Una prima considerazione specifica sulla pandemia, peraltro già espressa da alcuni osservatori attendibili, si riassume nel fatto che il cosiddetto lockdown è stato un rimedio istintivo, necessario e lodevole tuttavia probabilmente antiquato, forse perfino evitabile se fossero esistite quelle puntuali pre-condizioni spesso sfoggiate dalla narrazione contemporanea.

In altre parole: la classica rincorsa all’immediato ha estromesso da tempo ogni anticipazione – su scale temporali più ampie – utile a organizzare un solido sistema preventivo di gestione degli inevitabili e ormai frequenti incidenti globali: ambientali, epidemici, energetici, come pure quelli crescenti, seppur prevedibili, di ordine sociale.

Una seconda osservazione evidenzia quanto la quarantena obbligatoria abbia penalizzato una specifica tuttavia crescente parte dell’economia: l’economia del precariato. Una fragile ragnatela di schiavitù che prende il nome di lavoro interinale fatto di flexibility at work, crowd-employment, stage workshop, smart working, mini job, working with vouchers, job sharing, on-call job e altre tremende etichette create dalla neolingua della gig economy per nascondere l’ampio sfruttamento di chi lavora per produrre ricchezza poi trasferita nella finanza, con la subdola promessa-cappello di poter tutti diventare milionari, già sapendo che i rischi sistemici – oltre a un brutale tasso di disoccupazione – vanno a ricadere sulle frange più deboli del dispositivo economico così predisposto.

In una recente intervista, un ricercatore universitario ha parlato di una civiltà poco incline alla prevenzione per principio ideologico soggiacente alla competizione. Personalmente aggiungerei che il carattere ideologico lo si conferma anche con la profonda avversione del sistema economico attuale per dispositivi preventivi che “odorano” di …“protezionismo”: termine bandito dal vocabolario economicistico. Cioè: la dottrina dell’Ordine Mercantile esclude a priori il dover investire una parte dei profitti per varare un efficace strumento globale a sostegno del lavoro e relativo alle variabili negative che l’economia globale incontra a scadenze più o meno ricorrenti.

Pure qui manca il proposito politico di saper convincere l’integralismo economico della necessità di assumere quelle necessarie garanzie di auto-sopravvivenza e di sostegno ai danneggiati delle ricorrenti crisi. Il mercatismo è, paradossalmente, una dottrina che riesce perfino a penalizzare i suoi fedeli più convinti. Inoltre la colpevole tolleranza politica dei governi, tende a nascondere le evidenti precarietà del contesto economico imperante, così come la sua consueta tendenza a superare ogni regola. Ciò porterà ad altri probabili collassi e all’immancabile assunzione dei contraccolpi sociali da parte degli stati e delle istituzioni territoriali sempre e comunque costretti all’obbligo di correre in soccorso e di conseguenza dover aumentare il debito pubblico. Pure qui un meccanismo preventivo non è mai stato preso in considerazione per scelte di avida convenienza ideologica.

Ciò nonostante si dà per acquisito che, sulla base dell’esperienza ora sperimentata, quindi …“preventiva”, un’eventuale futura pandemia possa essere gestita, si dice, con mezzi migliori: il mercato ama dichiarare, ogni tanto, di sapersi rinnovare davanti a critiche puntuali. Dato per scontato, quindi, che il prossimo accidente non sia di altra natura, ciò che ci costringerà a dover (re)inventare immediati e nuovi altri metodi di contrasto che presenteranno altre nuove implicite lacune.

(Tra parentesi (ma non troppo) gli allarmanti contagi avvenuti Germania nei luoghi di produzione di carne (in assai abitati dormitori/mense comuni) che hanno imposto un nuovo confinamento regionale (ri)penalizzando gli indigeni (ignari?) e i loro commerci. Oggi leggo di casi analoghi in Campania. Forse ricordo male …ma l’Europa non era (anche) per rigidissimi protocolli di “preventive” norme sul lavoro da far rispettare in …estremo oriente?).

Chiudo con una nota di …involontario pessimismo. Le nostre società impiegheranno, tuttavia, tutte le risorse necessarie non tanto per porre rimedio alle insufficienze riscontrate, bensì per tentare di perpetuare il proprio modello “ideologico” di sviluppo.

fois gras

Uno dei portentosi limiti occidentali, (dico “uno” per evitare di introdurne troppi) è quello di disprezzare negli altri ciò, che in un modo o in un altro, pure noi abbiamo immensamente prodotto perfino ancora coltiviamo alla grande. Ovvero: la premura soddisfatta con cui riusciamo a elencare la sequenza dei difetti altrui è pari a quella con cui cerchiamo di non esaminare mai i nostri. In questo specifico caso: In …TRAVEdo la pagliuzza. La grande ipocrisia del cosiddetto mondo libero. I “Diritti Umani” un concetto tosto. Pronunciarlo ad alta voce già mi spaventa. Mi chiedo se nel richiederli (idirittiumani) sia implicita l’idea di saperli assumere. Domanda retorica? Questione delicata? Meglio evitare. Per decenza.

Un cittadino maturo è (dovrebbe essere) una persona che ha imparato come formarsi un’opinione, è perciò in grado di “scegliere coscientemente” e non si lascerà manipolare dal primo cantore demagogico che ha uno spazio contrattuale sul giornale quotidiano.” Recita il buon senso.

Tuttavia, in questo conflitto permanente, non è sempre l’idealità che ti porta da una parte, molto più realisticamente dipende dalla tua biografia, dall’esperienza di vita,  e dalla quotidianità che ti tocca affrontare relativa ad essa. Poi ci sono i modelli “vincenti” indotti da potenti manipolazioni. Assimilati attraverso quei dispositivi sociali d’indottrinamento che costituiscono un potere invisibile che dirige “lo spirito del tempo”. Sarebbe “buona regola” quella di stabilire …regole/norme/impegni/considerazioni e …consigli evitando di (conoscere) e quindi far prevalere la condizione esistenziale nella quale si è chiamati a dover vivere; o sopravvivere. Quindi escludendo ogni interesse personale. Il rawlsiano “Velo d’Ignoranza”. Esercizio faticoso ma molto stimolante. Oserei dire da esercitare ipso facto nella società civile.

Inoltre, per principio indotto, molti cittadini non amano la politicizzazione delle proprie scelte. Forse perché non si vogliono conoscere le conseguenze (nascoste) di un’opzione che appare comoda e accettabile: spesso si vuole esclusivamente difendere il proprio stile di vita. Sintomatica l’intervista (su un canale tv estero) a una signora stizzita perché convinta consumatrice di fois gras, che rifiutava di “conoscere” le condizioni di allevamento delle oche.

Poi ci sono domande che non coltiviamo un granché. Qualcuno si è già chiesto quante consultazioni popolari, ad esempio, siano state tenute relativamente ai trattati economici internazionali? È mai stata organizzata una consultazione democratica per approvare i singoli aspetti del processo di globalizzazione? Chi, infine ha pagato, in termine di benessere,  per il deficit prodotto dal crac finanziario del duemilaotto?

D’altro canto quante industrie europee negli ultimi trent’anni sono state delocalizzate in paesi a) fornitori di schiavitù “pret a porter” e b) per regole ambientali tossiche senza consultare chicchessia? Si può quantificare in termini reali quanti salariati europei a causa di ciò hanno perso il lavoro? Quanti di loro sono passati a carico dei sussidi statali nazionali? Quanto lavoro minorile si nasconde dietro a molti dei prodotti di nostro bulimico consumo quotidiano?

Che impatto reale sul tessuto sociale ha l’indigenza economica nei sobborghi periferici delle grandi città europee? Con quali modalità la delinquenza organizzata tiene in ostaggio interi gruppi di popolazione? Che differenze di speranza di vita intercorrono tra le classi di reddito? Che percentuale di popolazione occidentale vive, sotto la soglia di povertà assoluta, in “ghetti” popolari segregati? Come vivono le élite urbane dei quartieri high standing delle stesse metropoli? Quali sono le conseguenze visibili delle fratture sociali? Che cosa significa stratificazione sociale? In quale misura risultano efficaci le politiche di integrazione? Che cos’è la gentrificazione urbana? Mai sentito parlare di comunitarismo? E di gated community?

Ultimo …ma non meno importante chiedersi come mai il PIL resiste come metro di misura del benessere economico? Oppure se esistono dei meccanismi di calcolo della qualità di vita alternativi. Infine se corrisponde al vero che in CH vi siano più di un milione di precari economici e più di sessantamila persone totalmente prive di mezzi e più di duecentomila bambini a rischio povertà.

Ovviamente c’è pur sempre chi vuole difendere la condizione “occidentale” come la migliore delle ipotesi di crescita “felice”. Purtroppo la vera questione è che non si tratta di stabilire se la “crescita sia felice” oppure non lo sia. Si tratta di sapere per chi lo è e per chi non lo sarà mai. Sarà tuttavia difficile aprire un dibattito sulle discriminazioni di reddito, sulla dignità del lavoro, su chi ha e chi non ha, perché il tema, se non proprio negletto, è opacizzato nei suoi veri contorni dall’arsenale mediatico quotidiano : la questione è astutamente spostata, confusa, deviata sui cosiddetti “diritti civili”. Che sembrano (appunto danno l’impressione di) essere la stessa cosa.

Le due istanze (diritti civili/schiavitù economica) non dovrebbero, a mio parere, essere associate, per non alimentare quella potente ambiguità di …contiguità che serve a nascondere quanto la discriminazione economica imponga e incentivi di ogni altra forma discriminazione oggi esistente.

È pur vero: ci sono domande che non coltiviamo un granché. Ogni tanto alle …dodici e trenta. Oppure alle venti. Invece delle news eterodirette. In modo che le persone abituate/sedotte/costrette al “There is no alternative”, inizino a pensare (anche agli altri) in tutta modestia. Già sentito parlare di “un’economia del bene comune”? Poi seguirà, volendo, un “giusto” (possiamo dirlo?) discorso sulla …libertà. Ora drammaticamente ridicolo.

statura mentale

Se vi capitasse di incappare in un «talk show trendy» con la presenza di due o perfino tre addetti… all’economia ebbene, primo o poi, si inizierà a… chiacchierare-di-formazione-e-di-aggiornamento. Un refrain quotidiano che recita più o meno così: chi è poco formato è destinato a diventare un potenziale disoccupato. Insomma la quasi unanimità della variegata categoria di “tecnici del mercato” che nel duemilaotto neanche s’accorsero (oppure nascosero) che si andava a sbattere, ecco che ti spiegano un’ovvietà. È un po’ come dire: sei basso di statura e qualcuno ha premura d’informarti che ti sarà difficile poter giocare a basket ad… alti livelli.

Non avete mai pensato quanto possa essere discriminatorio (anche) uno sport?!

Altrettanto scontato che la grande maggioranza (di una ovvia minoranza) che ha intrapreso gli studi (anche) in economia ha subìto – superandola – una trafila scolastica completa: scuole obbligatorie, scuole secondarie superiori, università con eventuale dottorato. C’è chi dice che il loro stile ragionativo di tipo “convergente” li abbia aiutati nel loro divenire scolastico. Appunto, si dice.

Chi infila codesto percorso con successo, difficilmente può comprendere il vissuto di chi non ce l’ha fatta. Perché avere l’interesse per lo studio, riuscire a scuola e saper portare la propria formazione… ad alti livelli, non sono disposizioni equamente distribuite: sono strettamente legate alla condizione sociale e all’ambiente di appartenenza, insomma: c’è pure chi ha una “statura mentale” cresciuta in una bella e fornita biblioteca di famiglia.

Certi àmbiti abituati ad altitudini familiari formative e redditocratiche che si situano ben oltre i famosi ottomila (al mese), non vogliono ammettere che là fuori c’è un “popolo” di persone normodotate in costante contesa, anche solo per un’occupazione che stia ben al di sotto della soglia… himalaiana. Proprio in questi giorni ho letto di un concorso pubblico (checché se ne dica, sempre ambìto) per la ricerca di 169 addetti a tempo pieno: se ne son presentati alle selezioni 9700. Fatto e cifre verificabili.

Ritorniamo alla formazione: insomma ogni lavoratore è considerato – con un’etichetta che tutto dice – un capitale umano a sé stante: se non ti curi del tuo curricula, il curricula ti frega, sei fuori. Insomma i giovani vengono incoraggiati a cercare un continuo miglioramento di performance con la promessa di poter salire la scala sociale.

Da questo deriva la fissa per una politica dalla formazione continua, che sembrerebbe l’unico mezzo per garantire un sicuro inserimento professionale. Tuttavia sappiamo che a godere di una vera mobilità sociale è pur sempre una minoranza ben attrezzata.

Il necessario miglioramento di performance quale incentivo a una… impari competizione appare come il rimedio tassativo, cosicché l’insuccesso professionale sarebbe poi da imputare esclusivamente ai propri deficit. Come nel basket.

Si ha un po’ il sospetto che i «decisori» utilizzino tale sillogismo per giustificare una sorta di darwinismo sociale dovuto alla precarietà del lavoro… stabile: anzi, alla stabilità del lavoro precario. Anche perché spesso, molto spesso, la disoccupazione è il risultato di disastri gestionali di aziende dall’etica d’impresa… stabilmente precaria. Forse nasce proprio da lì l’intramontabile interesse per il posto pubblico.

sobrietà obsolete

Mi chiedo perché stiamo ancora parlando di Stati sobri e di Stati insolventi. Di debito pubblico e di contingentamenti. Proprio quando sappiamo che gli stati sono un concetto largamente superato dai rapporti economici neoliberisti.

Il primo protagonista della nostra storiella cresce in uno Stato sobrio, contenuto, organizzato, probo. Lavora nella comunità nativa e percepisce uno stipendio decente, in sintonia con la sua formazione e con il costo della vita indigeno, paga le tasse dovute e dispone di servizi adeguati. S’identifica così tanto con tali concetti che è portato a credere che tutte le comunità planetarie agiscano di conseguenza.

L’altro elemento della nostra storiella cresce invece in una delle diverse comunità che non riescono a realizzare uno Stato conforme agli standard di cui sopra, dove la corruzione, l’intrallazzo, il culto della furbizia affossano ogni idea di giustizia sociale. Di redistribuzione dignitosa. Non paga volentieri le tasse che ritiene (lecitamente) eccessive, proprio perché una buona parte di suoi consimili le evade per abitudine culturale. Lo Stato di cui è cittadino è prossimo all’insolvenza. Egli è un ottimo elemento, competente nel suo lavoro, ha studiato anche in scuole estere ed è sufficientemente astuto da sapersi inserire in ogni contesto planetario con successo. Un vero individualista di tatcheriana aspirazione. È consapevole del fatto che all’interno della sua comunità d’origine non troverà mai un lavoro adeguato alle sue competenze.

Il terzo uomo è poco formato, disoccupato endemico perché nel suo contesto non ci sono possibilità lavorative, nessuna industria, nessuna struttura, alto tasso di criminalità endogena, egli è fermamente deciso a costruirsi un futuro forzatamente lontano dal paese di nascita affrontando una fuga disperata.

Si potrebbe tentare una conclusione. Che lascio al lettore. Personalmente sono convinto quanto sia comunque evidente che delle personalità “raccontate” solo un paio possano interessare alla grande ricchezza, al grande capitale, al grande azionista, ai tycoon della finanza, alle élites dei manufacturing contest. All’industria delle delocalizzazioni.

Il primo caso (e il primo Stato) con ogni probabilità non riscuoterà grande successo nelle aspettative dell’azionariato imperante. Se non come suolo da occupare per l’interessante organizzazione sociale. Appare sempre più come una fotografia ingiallita di un contesto sopravvissuto al cataclisma in atto, un gioiello costoso e obsoleto.

Il secondo e il terzo caso (su due piani ben differenziati e distanti) invece godranno delle simpatie capitalistiche perché proprio in sintonia con le “peculiari” caratteristiche economicistiche della lotta sociale. Ricordate Jobs?: “Siate affamati, siate folli! E lady Thatcher, molto, molto prima: “Esistono solo individui e solo relazioni di mercato”. E noi siamo ancora qui a parlare di Stati sobri, di Stati insolventi e di debito pubblico.

animal laborans

Seppur sommersi da altisonanti proclami sulla dignità del lavoro, il salario – in tutti quei contesti sparsi sul pianeta, dove la la religione mercantile sa di poter di trovare i suoi paria – per ora non supera i due dollari di mancia: circostanza chiamata ottimizzazione dei costi. Un terminologia che sembra confezionata per dare un’aura di dignità a qualcosa che di degno non ha nemmeno l’eleganza di una nebulosa burocratica.

Non appagata di tale nobile impresa, essa – la governance globale – incentiva lo spostamento, di qua e di là dei continenti – sempre per la famosa ottimizzazione – di una moltitudine di affamati free lance che non hanno mai conosciuto, prima d’ora, uno straccio di umana attenzione, se non per il disumano progetto del loro sfruttamento in patria; quindi per proprietà transitiva, modello rappresentativo del capitale… umano immaginato nella mente degli artefici della progressista-global-governance.

 

Che sembrano dirti, tali “artefici”: “se non ubbidisci ai dettami che ti dettiamo noi, ti sostituiamo, ipso facto, con uno/una dei/delle tanti/e schiavi/e in circolazione pronto/a ad ogni consegna. E se pure lui/lei non gradisse la generosa opportunità offertagli/le ci sarà, più in là, un “inossidabile” robot”. E se, per l’appunto, l’umano/umana non gradisse, ecco che per gli/le erranti globalizzati/e – verrà assegnato, per indiscusso decreto liberal, un conteso domicilio spesso localizzato sotto i ponti dei metrò sopraelevati nelle invidiate metropoli occidentali.

Per gli altri “prescelti” dei job-on-call indigeni assai precari, le frottole di codesto new global system dei flexible jobs si frantumano, invece, nel momento in cui una giovane coppia di lavoratori/trici part time chiede un prestito alla banca per comprarsi casa. Allora la gig economy rivela la sua vera faccia progressista, ops… sfruttatrice, costretta – per un attimo – a scendere dal piedistallo della teoretica work-life balance: col cavolo puoi mettere su casa se non hai il posto fisso con relativo contratto a tempo indeterminato. Ti vien detto.

Un’attività remunerata correttamente, come un tempo s’usava fare alle nostre latitudini prima del famoso return on equity, sembra oggi appartenere a una casta di eletti, mentre una consistente maggioranza naviga a vista nell’oceano della flessibilità: rigorosamente… “assunta” nella storytelling contemporanea a sinonimo di servitù.

E così il lavoro concepito come garante della tua dignità di essere umano è diventato un concetto insidioso. Per cui, egregi progressisti globalizzanti, nonché partner disuguali, l’unica mondializzazione che ci è necessaria e quella che sappia diffondere su tutto il globo terraqueo un lavoro che permetta a tutti, perlomeno, di mettere su casa.

teatro della contesa

Leggo spesso poderose critiche imprenditoriali indirizzate contro le (“particolari”) rivendicazioni sociali nordeuropee: concetto di lavoro, tempo libero, congedi parentali, rendite pensionistiche, diritti politici, lotta alle disparità… salari minimi.

Quotidianamente sulla stampa economicistica i titoli recitano:
La competizione ci impone la flessibilità! In altre parole: meglio non dar troppo peso a rivendicazioni di tipo sindacale. «Il cacciatore vuole conoscere le leggi che regolano le migrazioni degli uccelli, 
l’agricoltore le leggi che determinano il succedersi delle stagioni.»

Perché questa citazione enciclopedica?
 Perché, a mio parere, il vero dibattito contemporaneo è quanto e quale (delle due opzioni) sia la più considerata.
Astuzia, trappole, arco e frecce. Sono i mezzi del cacciatore. 
Hai fame, tendi l’arco, liberi la freccia. Catturi la preda. Istinto. Adrenalina. 
Soddisfi il tuo bisogno immediato.
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Certo ci vuole abilità, intelligenza, calcolo… apprendimento. 
Ma il tutto avviene nel momento topico. 
Il territorio viene agito, lo si usa, è il teatro della contesa. 
Non ne è richiesta la sua specifica amministrazione.

Il nutrirsi non è l’unico scopo dell’agricoltura: il succedersi delle stagioni, la ponderazione, la raccolta, le riserve, la conservazione. La suddivisione. I ritmi naturali. La prevenzione. La considerazione del futuro. Il rispetto del territorio. La sua gestione. La sua organizzazione. La sua amministrazione. Una ricchezza comune.

La caccia ammette l’individualismo. 
L’agricoltura chiama alla collaborazione.
La storia dell’umanità è lì per dimostrarci che, prima o poi, si abbandona l’idea di vivere esclusivamente di caccia per sostituirla in buona parte con l’agricoltura. Volendo.

Vi sono infatti popolazioni, Aree e individui che hanno assimilato la cura del proprio spazio vitale grazie a una buona organizzazione sociale, una ponderata gestione del proprio ambiente. Orgogliosi dei proprio spazio civico. Convinti difensori di un contesto sobrio, contenuto, organizzato: uno Stato… misurato. Lavorano nella propria comunità e contribuiscono in sintonia con le proprie possibilità alle spese così da poter fruire di servizi adeguati. Dispongono di un territorio invidiabile, un pascolo… florido e accogliente.

Tuttavia vi sono anche coloro costretti… all’individualismo. 
 Fuori dalla metafora siamo tutti consapevoli  che vi possa essere, nella nostra storiella, anche chi invece cresce con il mito “liberale” della riuscita personale vaticinata da folli teorie libertarie che affossa ogni idea di giustizia sociale: di ridistribuzione dignitosa della ricchezza prodotta. Sedotti dal culto della furbizia individuale, aborrono ogni idea di organizzazione territoriale, di condivisione, di collaborazione, di sobrietà.

Consapevoli tuttavia del fatto che all’interno del proprio arido “terreno” individualista troveranno difficilmente un’attività corrispondente alle proprie ambizioni. Preparati e pronti, per necessità, a sacrifici personali. Soprattutto consapevoli di sapersi muovere con successo su qualsiasi “altro” florido e accogliente terreno disponibile. In altri termini: cacciatori.
 Per cui la domanda fondamentale rimane tale: quanto e quale (delle due opzioni) sia, in effetti, quella consapevolmente “desiderata” dalla maggioranza.

“La competizione c’è semprc stata, è una delle molle dell’esistenza, una delle componenti dell’umana natura. Ma la novità di oggi è che essa ha sottomesso tutte le altre componenti, ha soggiogato le istituzioni, il pensiero, la tecnologia, il costume e perfino i sentimenti e gli affetti. Ha ridotto gli uomini a puri animali da combattimento, dediti al più assoluto egoismo per poter sopravvivere, avere successo e sconfiggere i concorrenti.” (R.Dahrendorf).

povertà della ricchezza

Nessuno, credo, detesti di per sé il concetto di ricchezza. La ricchezza ripartita in misura corrispondente tra le varie componenti che la creano e che l’alimentano non è oggetto di riserve; tuttavia – occorre ricordarlo – non è esclusivamente riferibile, come si vuol fare credere, all’intervento del capitale investito e agli investitori. Le molte componenti che creano e che alimentano la ricchezza sono varie, insospettabili e diffuse: dalla schiavitù in aumento, al precariato quotidiano dei contratti capestro, su su fino al servilismo tecnocratico ben retribuito e, tra l’altro, assimilato nelle aule accademiche finanziate con i soldi di tutti i contribuenti.

Non dobbiamo neppure lasciarci ingannare dalla ormai logora idea indotta, che recita: (“invece-di-disseminare-ostacoli-burocratici-statali-si-lasciassero-liberi-i-soggetti-(cioè-i-grandi-investitori)-che-trainano-lo-sviluppo-economico-cosicché-verrebbe-a-generarsi-spontaneamente-un-meccanismo-virtuoso-creatore-di-ricchezza-aggiuntiva-in-parte-ridistribuita-per-una-sorta-di-«forza di gravità naturale»-che-farà-primo-o-poi-arrivare-i-vantaggi-della-crescita-a-tutta-la-popolazione”.) Quindi si vuol indurre – appunto – a dover considerare la ricchezza come il frutto del lavoro di individui più capaci “se lasciati liberi di agire ” beninteso, e dai quali dipenda poi la nostra condizione economica. Il collasso finanziario del 2008 con le sue ricadute è lì a dimostrare – se fosse necessario – quanto possa essere pericolosa una politica fatta per incentivare la corsa a una bulimica ricchezza, circoscritta ai pochi predatori contumaci di turno.

Inoltre la spocchiosa e ormai fallita ipotesi del trickle-down (gocciolamento/permeabilità) che si regge sul principio secondo il quale… “si possono nutrire i poveri con ottimi scarti solamente se ai ricchi vengono serviti pasti sempre più abbondanti”, risulta essere la “mitica menzogna” diffusa per relegarci in quell’ambiguo senso di gratitudine nei confronti di un concetto di ricchezza delimitata, che impedisce, invece, di potersi interrogare sui micidiali effetti collaterali, innescati dalla ormai “insostenibile pesantezza” delle disuguaglianze, frutto di un’economia palesemente truccata.

Tempo fa su uno di quei tanti fogli “free presse” lèssi un articolo-intervista a un non meglio identificato globalista che sosteneva senza pudore che “l’astio del popolo contro la ricchezza è solo una questione d’invidia”. A che livello è ormai giunta la propaganda: cioè quel dispositivo ben confezionato dal marketing mercantile fatto per coprire, invece, la realtà dei fatti che è disastrosamente finalizzata alla ricchezza dei pochi e alla povertà dei molti. Meccanismo già ben rodato in molte contrade planetarie e in rapida diffusione, con buona dose di quotidiana violenza annessa, anche perché sostenuto dalla mass-mediatica-scenografia-video-imposta dalla società dello spettacolo e, qua e là, pure da una “hybris” spesso arrogante sfoggiata dai molti “intellettuali dall’ Io ipertrofico” membri onorari dell’oligarchia benestante.

In realtà si dovrà prendere atto che la ricchezza è invece creata, sostenuta e pagata da ciò che più correttamente viene definito con il termine opposto al consunto e fallace trickle-down, cioé l’effetto “trickle-up”: in altri termini quella manodopera – vero pilastro economico – disposta, perché costretta, a produrre con gli avvilenti contratti dei job-on-call proprio perché il gioco globale della ricchezza blindata illiberale – che costringe anche la politica a concederle regole che la favoriscono – ha, appunto, depauperato i salariati occidentali così da poterne diminuire il loro potere contrattuale. Risultato scontato: la stura a una rozza competizione tra tutti gli individui innescata dallo sterile e perdente individualismo voluto dalla grande trasformazione politica thatcheriana .

contraccolpi ansiogeni

Parrebbe che il micidiale impoverimento delle classi popolari occidentali possa perfino essere “incorniciato” (così ho letto da qualche parte) in un elegante eufemismo d’ordine psicologico: “contraccolpo economico ansiogeno“. (sic!)

Cosicché la volontà di parlare al popolo che subisce il “contraccolpo economico ansiogeno” (sic!/sic!) non è considerata prioritaria perché una parte di questo “popolo in ansia” viene ritenuta indegna di ascolto. In buona sostanza quella parte di umanità che non si identifica con la proposta “progressista” che vagheggia di un radioso futuro mondializzato su una base irenico-comunitarista (comunità/tribù-di-individui-e/o-di gruppi-costituiti-attorno-a-delle-identità-specifiche-e-particolari) insomma chi non riesce/vuole/può identificarsi con tale angelico concetto “futurista” si pone su una traiettoria reazionaria.

L’intellighenzia socialdemocratica è perfettamente consapevole che una larga parte di social-progressisti, pur non essendo proprietari/imprenditori di grandi ricchezze mercantili, beneficiano tuttavia di una situazione esistenziale privilegiata. Insomma fanno parte di quella categoria di persone colte e ben formate (e qui salta fuori l’ambiguo e insidioso concetto di “merito”) partecipano, in modo anche indiretto, al mantenimento del sistema neoliberale.

Nel momento in cui la politica socialdemocratica imbocca la terza via, sa di perdere contatto con la sua base, diciamo, operaia. Soprattutto sotto l’influenza di intellettuali inseriti nel processo economico globalizzato e con il pretesto di voler rinnovare il pensiero di sinistra, vara una nuova politica (… terra nova) che implica e necessita di un cambiamento di paradigma. Il social-progressismo dimissiona dal tema socio-economico per dedicarsi esclusivamente a quella che viene definita una rifondazione sociale. Non si parla più di rapporti di classe quanto piuttosto di vivere insieme varando un patto di tipo culturale tra individui aventi gli stessi diritti.

Una sinistra così rinnovata sposta – probabilmente costretta – il suo baricentro dalla difesa dei diritti della classe operaia al riconoscimento tout court dei diritti individuali, alla lotta contro le discriminazioni, alla tutela delle minoranze. Inizia ad occuparsi con maggiore incisività di temi particolari: il severo contrasto verso una supposta discriminazione etnica, per esempio. I progressisti vogliono attrarre un elettorato multietnico e si rivolgono al loro milieu.

La sostituzione di un elettorato non è processo semplice perché la buona riuscita dell’operazione è condizionata dal medio/lungo termine. Ci prova tentando con rinnovato “appeal” di effondere un concetto radicale e divisivo: gli intellettuali progressisti dirottano i loro interessi dall’emancipazione delle masse per consacrarsi all’emancipazione dei costumi particolari. Insomma: le grandi ingiustizie economiche di oggi sono, per molti di loro, semplicemente una condizione di necessità dovuta al progressismo: molto più “progressista” chiedere il rispetto astratto di “genere” piuttosto che aumentare il salario minimo delle lavoratrici.

Questa strategia divisiva non fa altro che creare risentimento tra le parti, impedendo – e questo è il dato rilevante – un’azione comune volta all’emancipazione reciproca. “Troppo poveri per interessare la destra, troppo bianchi per interessare la sinistra”. Un “neomaccartismo” inquietante in salsa radical. Inoltre questa nuova élite dalla narrazione moralista ha saputo “rimuovere”, dal proprio racconto politico, la propria storia, le enormi lotte sociali sostenute e in parte vinte dagli storici predecessori, negando addirittura quanto la condizione di privilegio dalla quale essi ora possono esprimersi non sia altro che il il frutto di un tale faticoso e controverso passato.