in questo mondo libero

Sulla caduta del Muro servirebbe (sarebbe {stata} necessaria) una seria riflessione. Meno celebrazione e più analisi politica, si potrebbe convenire. Spesso si dimentica che l’armata rossa dette il più grande contributo alla sconfitta di un totalitarismo europeo che ha prodotto milioni di vittime senza la/il quale la storia sarebbe stata scritta in modo assai diverso. Ciò non giustifica alcunché, ma permette, semmai, di meglio comprendere lo spirito del tempo.

Fatta questa telegrafica ma doverosa premessa sarebbe pure opportuno riflettere sul “Nostro Mondo Libero” non solo come lo si vende nella propaganda mediatica, martellante e globalizzata ma, e soprattutto, nella sua realtà concreta.“Il principale vantaggio della propaganda totalitaria su quella delle ritenute società liberali é che quelli che subiscono la prima finiscono quasi subito per non credere più una parola”, pare abbia dichiarato un saggista d’altri tempi. Oppure per dirla alla Proudhon: ”Qui dit humanité veut tromper”.

Ciò nonostante il marketing del “mondolibero” ci ripete che all’umanità moderna è consentito un potere inedito anche se, focalizzando alcuni aspetti, sembrerebbe quasi simmetrico che all’universalità proclamata dei “diritti umani” (primato dichiarato ad alta voce in contrapposizione alle miserie dell’oltrecortina) corrisponda, invece e purtroppo, la “globalizzazione dei sistemi inumani” determinati dal paradigma mercantile del… progresso. Cosicché ci troviamo a dover gestire un “presente”, ostaggio delle sue stentoree promesse, che non riesce più giustificare la distruzione (…”creativa“?) che – nella vita reale – determina. I variegati “populismi” e l’immensurabile “onda verde” sono lì per ricordarcelo.

La contraddizione sta nel rapporto ormai insostenibile tra gli scopi enunciati e gli esiti devastanti della propria azione. La faccenda la si sdogana invitandoci a piegarci all’idea che la razione di pane bianco è ormai finita, pur ben sapendo che per pochi ci sono pur sempre le brioche. Il capitalismo contemporaneo non si arricchisce come l’artigiano o il contadino della “mitica letteratura liberale” in proporzione al lavoro che fa, ma in ragione del lavoro gratuito degli altri, ai quali viene negata tutta la gioia del benessere.

Inoltre si manifesta una netta frattura tra vincenti e perdenti, l’abbandono di ogni solidarietà tra le classi di reddito, infine un’incivile secessione, dove la ricchezza si rifugia in cittadelle blindate (muri di reddito) che ricordano periodo storici che sembravano ormai superati. Il problema è che, nella storia progressista, un treno ne nasconde un altro e così ci si ritrova regolarmente a fare i conti con le conseguenze che non s’immaginavano.

Trovo perfino che ci sia del sadismo ripeterci ogni giorno, ad esempio, che i cosiddetti super manager guadagnino trecento, quattrocento volte più di un normale salariato. Insomma non ne capisco lo scopo: che cosa si vuole ottenere? Un istintivo rancore? Una ingiustificabile rassegnazione?

Lì probabilmente si annida la perfida umiliazione di chi non può raggiungere lo standard della ricchezza tracotante, tipica di coloro che credono di avere il compito di imporre ai propri simili …l’arte del vivere. L’illusione, che il liberismo economico, quello politico, così come la libera circolazione di merci, dei capitali, delle persone e la cosiddetta “libertà”… dei consumi (… relativa al proprio reddito) possano convivere senza confliggere, è la stessa che ci sollecita ad accettare un sistema che non serve ai bisogni degli uomini, se non quella di renderli perennemente sudditi.

La libertà è reclamata da chi sa di avere i mezzi per potersela godere, diceva il filosofo. Ho letto da qualche parte che un ministro tedesco ebbe a dire a proposito della caduta del Muro:” Quel giorno finì la Guerra fredda ma il mondo divenne più freddo”.

strisce di civiltà

Di questi tempi si discute molto, forse troppo, sul rispetto delle regole. Sintomo evidente, appunto, delle difficoltà incontrate nell’applicazione di norme condivise. Esiste, seppur negletta, una visione politica e civile illuminista, ragionata, innestata sui principi dello stato di diritto, su una collaborazione civica riferita a leggi e convenzioni riconosciute, una cittadinanza fondata sui concetti di facoltà e di necessità sottoscritti dalla comunità di appartenenza. Inutile dire che tutto questo è oggettivamente faticoso da assumere e conservare.

Difficile perché è una forma molto elaborata di partecipazione che deve lottare quotidianamente con quella istintiva, meno complicata, tipica di organizzazioni col mito dell’individualismo. Tempo fa lessi un lungo post “nostrano”con il seguente incipit: «La strada è molto spesso allegoria dei “valori radicati” della vita. Basta ingranare la prima e… dieci metri dopo c’è già chi ti si mette a pochi centimetri dal tuo “posteriore. Ogni attimo dell’esistenza diventa una lotta affannosa contro la stupida sopraffazione

Si potrebbe aggiungere che poi c’è chi detesta il …giallo delle strisce pedonali, oppure si vanta di non rispettare il …rosso dei semafori, a non onorare lo spazio riservato ai disabili, a non mantenere il  …“distanziamento sociale”; inoltre a disprezzare il più disciplinato, snobbare chi non sta al “gioco” e infine piegare le norme formalmente condivise a propria immagine.

Qualcuno ci indica la strada per Drachten, una cittadina nella quale, tempo fa, si è sperimentata “l’auto…consapevolezza stradale”: ovvero regole minimaliste della segnaletica. Ma tutt’intorno al “fossato” della “idealista” città nordica, ci vorrebbe – preventivamente – un sano percorso educativo perché, alle nostre latitudini, si calca la mano sulla “libertà” dei diritti individuali: sempre e comunque con il lucido proposito di lasciar sedimentare l’ingannevole mito dell’individualismo liberale e …molto ideologico.

«Si ha un tale culto della furbizia che si arriva perfino ad ammirare chi se ne serve a proprio danno». Prezzolini.

esigenze individuali

Tutto iniziò quando la religione dei mercati promise pace e bene a tutti. Sanno raccontarla bene la parabola. Cade pure “il” Muro. Tutti di qua, appassionatamente, nella terra delle opportunità: bollicine, concerti e speranze. Evviva Friedman, evviva la Thatcher e pure il Ronald. Deregolamentare. Globalizzare. Ecco… cartolarizzare!  Keynes in soffitta, per castigo. Senza cena. Basta lacci e laccioli. Meno sociale più individuo. Meno Stato più mercato. Tutti liberalizzati: umani e mercati compresi. Anzi, deStatalizziamoci e buona notte. Ineguaglianze? Ma va’ là! Solo libertà e responsabilità personali.

Ed è così che, poco dopo, le «ineccepibili responsabilità personali» sostituiscono bollicine e speranze, con grosse bolle speculative. E con i loro… derivati. Tossici. Fatto sta che le famose responsabilità dei “cartolarizzatori deregolamentati” restano irresponsabilmente al verde. Per farla breve: le ineccepibili qualità individuali costringono le neglette esigenze sociali, a liberare le ormai già minime risorse. Liberare i contanti, ovvio. Pena lo sconquasso globale. Almeno così si disse a suo tempo intimando il prelievo forzoso dalle casse pubbliche. Certo, ogni spesa imprevista sbilancia le… esigenze sociali, come pure gli Stati. Anche perché, nel frattempo, quelle individuali (di esigenze) si sono trasferite in paradiso. Fiscale. In religioso silenzio.

liberamente acquisito

Ci si sorprende talvolta – nel leggere documenti redatti da colti accademici – individuare l’espressione di fallaci concetti di libertà come pure il dimenticare, acriticamente oppure per ideologia spicciola, quanto l’esistenza umana sia, ancora oggi, pesantemente contraddistinta da forme di acquisizione di reddito discutibili, da patrimoni incamerati con metodi scandalosi, da inossidabili nepotismi, da privilegi e da privilegiati, da strutture monopolistiche illegittime; perfino da intellettuali chic che dai propri blindati territori recintati, sentono il dovere cool di fustigare tutti gli altri civici confini di contenimento. Il tutto gestito da una potente politica autoreferenziale che fa perno su un cinismo morale/ideologico/esecutivo finalizzato al potere. Quindi quando si parla di libertà sarebbe meglio chiarirsi prima, che cosa esattamente si voglia intendere.

Sui sistemi di acquisizione di ricchezza è ormai tempo di ammettere che, sempre più evidenti, emergono quelli illegittimi, che si basano, in buona sostanza, su condizioni specifiche di privilegio magari ereditate, talvolta sottratte con dolo, tuttavia spesso confuse con un supposto merito. Ciò che permette di avere un notevole vantaggio su tutti gli altri. E mi riferisco anche a molte delle “liberali” iniziative private sempre alla ricerca di una via di fuga erariale. Nelle disparità economiche così instaurate si insinuano, oltre alla evidente e diversa quantità di risorse incamerate, altri subdoli fattori discriminanti: i cosiddetti simboli redditocratici.

Si interpretano e quindi si giudicano i gusti individuali come segni distintivi del gradino sociale di appartenenza: dalla cultura tout court evidenziata, alla padronanza della/e lingue; dalla semantica utilizzata nelle conversazioni, alle letture esibite; dal modo di abbigliarsi, fino alla cura corporea che ci può pure permettere d’intuire lo stile alimentare assunto. Tutto ciò fa parte di un corollario sociale che stabilisce separazioni – discriminazioni – probabilmente determinanti. Mentre il pregiudizio razziale è giustamente e ampiamente condannato, i pregiudizi di classe, in realtà, non godono di alcun interesse. Bourdieu ha ben inquadrato tali recinti negletti con il termine di violenza simbolica.

Anche la «Giustizia» (amministrata – per ora – dagli Stati) che si reputa “uguale per tutti” in realtà sappiamo quanto sia concetto superato. Il povero lestofante preso con la marmellata sottratta al supermercato, magari difeso da un avvocato d’ufficio distratto, si becca più giorni di prigione di un banchiere fraudolento “protetto” da cinque attenti prìncipi del foro liberamente prezzolati: non è difficile oggi incontrare perfino chi ritenga legittima questa “liberale” condizione del «Diritto».

Per farla breve: la società (anche moderna) si regge su situazioni esistenziali di profonda ineguaglianza e da condizioni di privilegio spesso molto opache. Molte di queste ogni tanto discusse perché facili bersagli, altre poco, oppure affatto considerate perché ritenute fatalmente imposte dai rapporti di forza, che oggi ci si ostina a ritenere condizioni di merito. Già tentare di dirimere codesto guaio è impresa ardua. Oltretutto perché ci si avvia a considerare sempre più politicamente corretta questa inderogabile condizione di privilegi liberamente acquisiti.

imitare

Non è questione di essere contro la ricchezza.
 Semmai contro il diffondersi della ricchezza blindata dai muri di reddito. 
Quella delle gated communities, per intenderci.
 Un acciacco che si propaga con l’imitazione dei metodi di comportamento che sgocciolano dall’alto della gerarchia sociale.

Non credo sia necessario scomodare Thorstein Veblen per affermare che il “motore” di tutto è la nostra indotta tendenza a emulare la ricchezza altrui. Oppure come disse Charles Kettering “La chiave della prosperità economica è la creazione organizzata dell’insoddisfazione”. Per cui la gente comune ha forse la “libertà della parola minuta” (bavardage/small-talk/gossip) ma la sua eventuale protesta viene immediatamente diluita, confusa, cancellata da tonnellate di informazioni fuorvianti e gestita da chi sa di essere potente.

Anche se è chiaro a tutti che il nuovo ritornello della modernità e del progresso a cui tutti dobbiamo ubbidire è irrimediabilmente sancito dai rapporti di forza del mercantilismo. La politica sa che alcuni temi sono tabù, che affrontarli con determinazione ci si scontra col concreto rischio di cedere in popolarità, perdere i voti e lo scranno. Sta alla larga. Cincischia. Chiacchiera. Gli affitti sono altissimi? Nessuno osa dirti che si tratta di una scelta… politica: mai sentito parlare di gentrificazione? Ovverosia la trasformazione del territorio a fini speculativi.

Inoltre sappiamo che estetica e fini speculativi non sono sinonimi. E probabilmente mai lo saranno. Bastano gli incassi e gli sfratti. Anzi il dover traslocare per carenza di mezzi: più soft e invisibile. Sinceramente, quale politico si metterebbe a discettare sul mercato immobiliare. Un po’ di sano realismo, suvvia: verrebbe silurato già alla prima cernita del comitato elettorale.

modernariati

Le «vecchie» frontiere rimangono l’ultimo ostacolo all’utopia di un mondo economicamente globalizzato. L’umanismo predicato nei telegiornali serve da paravento alla liquidazione politica degli stati, operazione esclusivamente funzionale al profitto economico.

Infatti l’abbattimento delle frontiere nazionali libererà definitivamente l’economia dalla regolazione politica e giuridica dei governi e dei parlamenti, per sostituirla con due astratti meccanismi: il cosiddetto mercato auto regolato e un altrettanto elastico concetto del diritto. A meno che i governi non accettino tutti di diventare, come molti già lo sono, incaricati d’affari degli interessi economici dominanti. Quindi «essere moderni» significa obbedire a una rigida legge, suggerita da un mercato indiscusso e indiscutibile, che di fatto obbliga i subordinati ad accettare tutto il meccanismo per non essere sospettati di passatismo. Cala dall’alto una vera nebbia istituzionale, diffusa per impedirci di vedere il nuovo rapporto di classe.

Per far… “passare” il messaggio bisogna anestetizzare le resistenze, creare una doverosa rassegnazione popolare, condurre una battaglia culturale che presenti questa inevitabile accettazione come un naturale tributo offerto a tale meraviglioso congegno. Lo si fa costruendo  una “macchina propagandistica che diffonde quelle buone idee” che esercitano un estremo potere, vale a dire determinano intenzionalmente e istituzionalmente il comportamento e le decisioni soggettive e pubbliche. Tutto ciò deve apparire legittimo e ottenere il marchio democratico, dietro il quale tutte le violenze e le illegalità avanzano mascherate, senza escludere la fabbricazione di un nemico esterno per cimentare il senso ormai disfatto di comunità.

 

Oltreché affermare di lavorare nell’interesse generale, si tenta di eliminare ogni nozione di conflitto interno: una contestazione salariale (per esempio uno sciopero) viene valutata esclusivamente come una perdita di punti pil, provocando nell’opinione pubblica una reazione spesso emotiva che va a squalificare ogni azione conflittuale, che sia essa legittima o meno.

Oltre a ciò, codesto integralismo economico, ha varato tutta una grandiosa operazione di convincimento relativa alla cosiddetta meritocrazia. Si esortano soprattutto le giovani generazioni a spendersi nel darsi da fare con ogni mezzo per raggiungere una “meritata” ricchezza, sottintendendo che questo sia possibile a tutti. Ma sappiamo che l’essenziale delle inegualità si nasconde proprio nelle differenze immediatamente impercettibili: “a little dirty secret”.

I meglio dotati spariranno nei “quartieri alti” e per gli altri non ci saranno molte scelte. Quando la secessione dei più dotati si ripercuoterà negativamente sull’insieme della società, sarà ormai tardi. Troppo tardi anche per fare considerazioni… passatiste sul sull’umanismo da paravento. Ci si troverà immersi in una perfetta società dell’endogamia che avrà reintrodotto «nuove» inespugnabili frontiere: le segregazioni di reddito.

rif.157

 

jeans vissuti

Vi sono alcuni valori che la storia umana assegna al passato ormai… passato: il senso dell’onore degli aristocratici, per esempio. Oppure il principio di carità dei movimenti etici, il patto di solidarietà dei ceti proletari. Oppure considerare ancora validi alcuni altri, come quel sempre frainteso concetto di libertà personale, che è il desiderio di essere se stessi, oppure quello più intimo di fraternità, che è lo stare bene insieme in un ambito sicuro, parlandosi e tessendo dei legami, creando cultura anche per sentirsi riconosciuti; infine quello di seppur minime uguaglianze di opportunità.

Ebbene parrebbe che il neoliberismo sia stato in grado di deteriorare progressivamente questo lotto di valori. Probabilmente solo un insano principio di carità è sopravvissuto al processo. Incluso un opaco concetto di libertà personale sul quale si potrebbe riflettere a lungo. Soprattutto sulle evidenti distorsioni del suo valore intrinseco, ormai declinato unicamente in un’egomania sfoggiata con l’arroganza tipica del sorpasso a… destra. Inoltre quell’illusione di essere liberi e originali  con le  t-shirt personalizzate e jeans strappati, anzi…”vissuti”, ha elevato l’alienazione mercantile quale unico “valore” perc/orribile. Non resterebbe altro, quindi, che constatare l’ingombrante presenza di tutta una filosofia di vita incentrata sull’idea di un’emancipazione etica dell’umanità attraverso un improbabile progresso consumistico: quindi, assegnata al regno della mercanzia e delle mode.

L’insana carità, si diceva: questo particolare obolo che la ricchezza autogestisce attraverso le leggi fiscali imposte a governi timorosi di perdere il contribuente facoltoso, e che la popolazione spesso assume per assurdi calcoli di competitività autopunitiva. Lasciti… lasciati prudentemente sgocciolare così da permettere alle categorie superiori di autoesonerarsi parzialmente dai quei doveri collettivi che tutti gli altri devono, invece, soddisfare fino all’ultimo centesimo del proprio reddito. Oppure ancora, quell’ambigua carità mirata, erogata dalle fondazioni multimiliardarie probabilmente per promuovere la propria immagine sociale.

Questo cinico meccanismo alimenta talvolta una delle tante illusioni narrative secondo cui la parte peggiore del neocapitalismo sia da imputare ai comportamenti immorali dei singoli, non quindi ascrivibile al meccanismo stesso che parrebbe, invece, uscire indenne da ogni critica che lo possa anche minimamente  sospettare di, viceversa, incentivare le derive che fanno scandalo per alcuni giorni di cronaca.

principio di realtà

Nelle pieghe di un’informazione pure assoggettata ai mercati, qualcuno comincia ad ammettere che non ci sarà mai benessere per tutti. Anzi quell’idea di “benessere” diffusa “urbi et orbi”, la si scopre… heu bone deus (!) quale racconto illusorio nata per la fretta di abbattere il “muro bolscevico”. Caduto il muro si è pensato di sostituire il copione. Anzi, di accelerare l’assalto alla… manodopera.

Nella narrazione economica (con o senza le ambigue immissioni di liquidità “centralizzate”) siamo di fronte a un mercato finanziario egemone, definitivamente separato dall’economia reale, quindi sottratto a qualsiasi confronto col principio di realtà. Fondamentale “presupposto” (il principio di realtà) che oggi non sopravvive nemmeno alle sprovvedute promesse elettorali dei partiti superstiti, come pure alle oppiacee previsioni economiche di ben remunerati ministri diffusori di narcotizzanti ricette ideologiche.

E così dai depositi ideologici ritornano in servizio i polverosi convogli con le prime e le terze classi. La seconda è ormai estinta per semplificazione sociale. O si è ricchi (molto ricchi) o si è poveri, molto poveri. Per cui la legittimità democratica è ormai abbinata al reddito. E al potere che ne deriva. La parola democrazia diventa ufficialmente un tipico caso di insignificanza. Il vecchio sogno neoliberista si avvera.

Si avvera in uno scenario d’altri tempi dove ci appare nitida l’immagine di una ricca élite rintanata entro mura ben sorvegliate e una maggioranza fuori priva di risorse. Nei “condomínios fechados” ci saranno quelli che hanno potuto: formati, astuti e ben pagati. Gli altri non “adeguatamente qualificati”: costretti alla “flessibilità” di essere sfruttati.