il nettare degli dei

Che la nostra civiltà stia subendo una storica mutazione  è evidente. Che la trasformazione in atto sia determinata da forze economiche preminenti è pure palese. Che la grande ricchezza – egemone e circoscritta- (delle rivoluzioni migratorie popolari, delle lotte fratricide, delle competizioni tra umani per mantenere uno scampolo di dignità) “non sia molto preoccupata” perché tanto vive al di sopra delle parti, lo pensano (senza dirlo) tutti.

Il neoliberismo globalizzato  si regge su un’astrazione che cancella e sottace ogni rapporto relativo alle concrete conseguenze negative riferite alla vita delle persone comuni. Quindi i popoli pagano un prezzo. Molto alto. Oggi c’è (ancora) un relativo consenso trasversale verso il mercatismo perché ognuno crede – malgrado l’evidenza statistica – di poter diventare «meritocraticamente*» ricco. Ogni settimana c’è chi gioca al lotto con la stessa percezione distorta relativamente all’implacabile legge dei numeri.

Tutto il neo-capitalismo è fondato su questa illusione percettiva di tipo fideistico. Una perniciosa auto-indotta negazione di ormai invalicabili asimmetrie di reddito. Una possibilità poco frequentata starebbe nell’invitare l’uomo comune a non assumere ad occhi chiusi quel velenoso “nettare degli dei” che quotidianamente ci viene somministrato a dosi sempre meno omeopatiche.

*0154

spritz e tiritere

Il persistente diluvio quotidiano di notizie offusca ogni ordine valoriale e appanna il significato specifico dell’informazione. Ci sono due o tre cose che sarebbe necessario poter chiarire.

Il primo punto è il dopo-pandemia. Il come uscirne. Già vedi pedine, pedoni, alfieri, re e regine schierarsi (o fatti schierare) sulla scacchiera planetaria: mercati, stati e sudditi che prendono posizione. Anzi, molti di questi …ultimi (i sudditi) sono già stati lasciati “liberi” di andare al bar a festeggiare. Capirai che conquista. Magari concessa per non svelare troppo in anticipo chi sarà chiamato alla cassa, perché di questo si tratta: due spritz fanno dimenticare. Quasi tutto. Per esempio chi tribola da anni: cioè quelli al bar (ma c’è lo spritz) e pure quelli rimasti a …casa. Salari, pensioni e stato sociale congelati in attesa di tempi migliori.  Siamo sempre in attesa dei “capitali” tempi migliori che poi, sappiamo, sono sempre rimandati. Ora si tenta il colpaccio per il dopo-corona. Senza dare nell’occhio. Perché l’attenzione, si presume, sarà intensa. Il punto di partenza è chiaro: il mercatismo non dovrà essere toccato. Mi permetto di credere che sia previsto anche come …punto d’arrivo.

Inoltre basta e avanza ‘sta tiritera del debito “sovrano” dei cosiddetti paesi insolventi con annessa la-sempre-inadeguata reazione degli altri che parrebbero solventi. Insomma se sei un paese insolvente devi pur fare qualche cosa per tentare di diventare solvente. Non si può restare insolventi in eterno colpevolizzando i paesi solventi che sembrano fare spallucce ai Paesi insolventi. E anche qui i livelli di discussione s’intrecciano in arcane narrazioni declinate all’auto-promozione dell’insolvenza dove si tenta di sommare fatti che non sono affatto sommabili. Dall’ordo-liberalismo tedesco, passando attraverso un presunto malefico asse F/D, fino alla intermittente condanna di una nordicaeuropa; compresa la politica del semaforo affettivo verso le cosiddette zone “euroscettiche” allorquando mostrano interesse/disinteresse per l’insolvenza dei Paesi insolventi. Il fatto è assai semplice: se sei un paese insolvente c’è un unico rimedio. Tentare di diventare solvente.

Ci sarebbe anche un terzo elemento, ma è fuori tema, e quindi lo metto tra parentesi. (Sarebbe il presunto assalto …oops, all’Oms e, di riporto, al sino-ritardo relativo alla pandemia). Due cose che non dovrebbero essere confuse, ma che pare si vogliano con-fondere. Il sino-dragone è un grande paese indipendente e sovrano. Che, come i grandi Paesi indipendenti e sovrani, fa gli affari suoi. L’Oms è una struttura mondializzata d’emanazione Onu. Quindi politicamente corretta.  Messa lì, si narra, per vegliare su come dovrebbe funzionare la salute degli umani di questo pianeta. Un’ente globale di osservazione e di segnalazione sanitaria …globali. Un organismo che si vuole affidabile. Altrimenti perde il suo senso. Che ci sia stato un ritardo nel processo di comunicazione della pandemia è ovvio, come è evidente che i controllati possano tentare di sfuggire al controllo del controllore, ma il controllore, se è affidabile, deve pur ben controllare. Oppure diventa inaffidabile.

Infine perfino una quarta questione: il tracciamento. Tutti o quasi allergici. Dove va la nostra libertà?! Schedati, tracciati, spiati. Come fosse una pandemica novità. Già dimenticato Echelon.

 

parole come… pietre.

Penso debba essere assai “scomodo” – per molti redattori accreditati presso testate di prestigio e di grande diffusione – dover utilizzare alcuni termini molto in uso nel linguaggio corrente per descrivere i fatti in quella difficile, se non impossibile, ricerca di correttezza informativa sempre più effimera.

Ci sarà pure qualcuno di loro, rèduce da una minima lettura saggistica specifica, che lo abbia perfino reso attento alla perfida ambiguità insita, per esempio, nello sguainare senza particolari ripensamenti termini pericolosamente ambivalenti come quelli di “violenza/odio/discriminazione”.

Ci saranno pure, suvvia, redattori muniti di un profondo senso democratico, probabilmente infastiditi dalla pesante tendenza contemporanea a non saper riconoscere, quindi non poter evidenziare quanto di “violento” di “odioso” e di “discriminatorio” vi siano in molti dei fenomeni attuali normalmente supposti come corretti.

Infine ci sarà pure qualcuno, si osa sperare, impaziente di poter superare quella nefasta unidirezionalità terminologica che vuole identificare solamente nell’altro, gli stessi torti, provocazioni e limiti non avvertiti, perfino tollerati, se manifestati dalla propria posizione ideologica.

Infine sappiamo perfino della presenza di prontuari auto-redatti contenenti regole deontologiche basilari. «Una certa maggiore imparzialità è richiesta ai media che agiscono in situazioni di monopolio, almeno regionale. Riferendo su temi controversi essi devono riflettere opinioni diverse, anche se non a tutte è dovuto lo stesso spazio. La legge impone ai servizi giornalistici dei media elettronici (radio e televisione) una concezione più rigorosa dell’imparzialità

Ciò vale, a mio parere anche quando si parla di «discriminazione» e ben sappiamo che codesto termine non lo si usa per descrivere, ovviamente, quei territori dove la compresenza tra estrema ricchezza e estrema povertà è la regola; scenario in attesa di esportazione planetaria. Territori dove la ricchezza la si blinda in distretti protetti (veri e propri muri, «muro» ecco un altro termine assai ideologizzato) da qualificate guardie armate  mentre fuori – nella società della maggioranza – cresce fatale, l’inquietudine e la violenza. Perché lì fuori, la “sana” competizione economica ha già ottenuto e consolidato la sua «discriminante» stratificazione sociale.

Quando si parla di violenza si trascura di parlare, per esempio, di quella esercitata allorquando una comunità di salariati  viene privata del lavoro a causa di un’avida delocalizzazione finalizzata alla sostituzione di una manodopera attiva e capace (e giustamente retribuita), con quella “sostitutiva” assunta in un regime di schiavitù per incrementare l’iperprofitto. Manifestazione del potere del grande capitale «segregazionista» che diventa violento nei confronti di gruppi subordinati con la complicità di una politica spesso “di centro” che convalida, tuttavia, un’economia degli estremi. Per cui aggiungerei senza troppi giri di parole anche il termine «centro» nel contenitore delle parole che meriterebbero una necessaria riflessione in tal senso.

E così quando la protesta delle vittime supera qua e là il gradino della contestazione pacifica per scivolare in qualche episodio di violenza agita, spesso agita da… altri, scatta la condanna, l’indignazione, il richiamo alla legge. Il ricatto moralistico del così non si fa, l’invito all’ubbidienza civile, alla ragionevolezza. Entra in azione quel discorso intimidatorio funzionale a circoscrivere la protesta nella cosiddetta zona dell’accettabilità dei fatti, ritenuti insindacabili dalle irrevocabili leggi del mercatismo. Pena l’immancabile accusa di passare nel campo degli estremisti.

Ci dicono che ci si dovrà tuttavia abituare alle stratificazioni sociali: ovvero alla separazione netta tra comunità di privilegiati e ghetti residuali di povertà edificati nel medesimo territorio… civico: insomma accettare l’idea di vivere in tribù di reddito e di altro ancora molto differenziate e tanto differenzianti. Mentre il pregiudizio razziale è giustamente condannato i pregiudizi di classe benché simili, sono invece menzionati solo di rado. Gli intellettuali “progressisti” hanno dirottato i loro interessi dall’emancipazione proletaria per consacrarsi all’emancipazione dei costumi e la «cura» del linguaggio. Insomma: le grandi ingiustizie di oggi sono, per molti, semplicemente diventate la condizione di normalità.

in questo mondo libero

Sulla caduta del Muro servirebbe (sarebbe {stata} necessaria) una seria riflessione. Meno celebrazione e più analisi politica, si potrebbe convenire. Spesso si dimentica che l’armata rossa dette il più grande contributo alla sconfitta di un totalitarismo europeo che ha prodotto milioni di vittime senza la/il quale la storia sarebbe stata scritta in modo assai diverso. Ciò non giustifica alcunché, ma permette, semmai, di meglio comprendere lo spirito del tempo.

Fatta questa telegrafica ma doverosa premessa sarebbe pure opportuno riflettere sul “Nostro Mondo Libero” non solo come lo si vende nella propaganda mediatica, martellante e globalizzata ma, e soprattutto, nella sua realtà concreta.“Il principale vantaggio della propaganda totalitaria su quella delle ritenute società liberali é che quelli che subiscono la prima finiscono quasi subito per non credere più una parola”, pare abbia dichiarato un saggista d’altri tempi. Oppure per dirla alla Proudhon: ”Qui dit humanité veut tromper”.

Ciò nonostante il marketing del “mondolibero” ci ripete che all’umanità moderna è consentito un potere inedito anche se, focalizzando alcuni aspetti, sembrerebbe quasi simmetrico che all’universalità proclamata dei “diritti umani” (primato dichiarato ad alta voce in contrapposizione alle miserie dell’oltrecortina) corrisponda, invece e purtroppo, la “globalizzazione dei sistemi inumani” determinati dal paradigma mercantile del… progresso. Cosicché ci troviamo a dover gestire un “presente”, ostaggio delle sue stentoree promesse, che non riesce più giustificare la distruzione (…”creativa“?) che – nella vita reale – determina. I variegati “populismi” e l’immensurabile “onda verde” sono lì per ricordarcelo.

La contraddizione sta nel rapporto ormai insostenibile tra gli scopi enunciati e gli esiti devastanti della propria azione. La faccenda la si sdogana invitandoci a piegarci all’idea che la razione di pane bianco è ormai finita, pur ben sapendo che per pochi ci sono pur sempre le brioche. Il capitalismo contemporaneo non si arricchisce come l’artigiano o il contadino della “mitica letteratura liberale” in proporzione al lavoro che fa, ma in ragione del lavoro gratuito degli altri, ai quali viene negata tutta la gioia del benessere.

Inoltre si manifesta una netta frattura tra vincenti e perdenti, l’abbandono di ogni solidarietà tra le classi di reddito, infine un’incivile secessione, dove la ricchezza si rifugia in cittadelle blindate (muri di reddito) che ricordano periodo storici che sembravano ormai superati. Il problema è che, nella storia progressista, un treno ne nasconde un altro e così ci si ritrova regolarmente a fare i conti con le conseguenze che non s’immaginavano.

Trovo perfino che ci sia del sadismo ripeterci ogni giorno, ad esempio, che i cosiddetti super manager guadagnino trecento, quattrocento volte più di un normale salariato. Insomma non ne capisco lo scopo: che cosa si vuole ottenere? Un istintivo rancore? Una ingiustificabile rassegnazione?

Lì probabilmente si annida la perfida umiliazione di chi non può raggiungere lo standard della ricchezza tracotante, tipica di coloro che credono di avere il compito di imporre ai propri simili …l’arte del vivere. L’illusione, che il liberismo economico, quello politico, così come la libera circolazione di merci, dei capitali, delle persone e la cosiddetta “libertà”… dei consumi (… relativa al proprio reddito) possano convivere senza confliggere, è la stessa che ci sollecita ad accettare un sistema che non serve ai bisogni degli uomini, se non quella di renderli perennemente sudditi.

La libertà è reclamata da chi sa di avere i mezzi per potersela godere, diceva il filosofo. Ho letto da qualche parte che un ministro tedesco ebbe a dire a proposito della caduta del Muro:” Quel giorno finì la Guerra fredda ma il mondo divenne più freddo”.

credo adamantino

Mi permetto di rilevare una pesante contraddizione al centro del pensiero neoliberale. Da un lato, s’incoraggia il libero gioco delle forze di mercato – una filosofia politica che apre poi e inevitabilmente a comportamenti antagonisti della tradizione conservatrice – e dall’altro si reclama sui danni prodotti.

Rimane tuttavia adamantino il credo mercantile pronto ad osannare la competizione, incitare alla dimensione individualistica, escludere opzioni/costi inadeguati al profitto individuale, insomma: instaurare e consolidare il confronto. In altre parole: tra le notevoli disomogeneità oggi organizzate in forma economica, prioritario diventa soprattutto lo stimolare il “gene egoista” individuale. Quindi: inno alla competizione tra esclusi/inclusi, giovani/anziani, uomini/donne, tra comunità, stati, nazioni e regioni geopolitiche. Campare sugli squilibri strutturali. E saccheggiare il pianeta. In nome della dottrina dei mercati. Un consunto adagio condensa l’amara verità: la privatizzazione dei benefici, la socializzazione dei disastri.

Un bel programma non c’è che dire. Ma non lo si dice. Almeno non lo si dice con la brutalità eziologica sopra condensata. I neoconservatori sono affezionati (per esempio) all’idea che il supposto declino morale della società e delle sue istituzioni sia da imputare alla permissività propagandata da intellettuali e uomini di sinistra post-sessantottini. Eppure, eppure come spiegazione (per esempio) della “disgregazione della famiglia”, questa idea appare perlomeno riduttiva.

I cambiamenti strutturali che si avvertono nella famiglia e negli altri contesti della vita associata, sono probabilmente indotti da quegli stessi fattori che il neoliberismo altrimenti promuove. Se si incita alla competizione e l’individualismo nella sfera economica, tali valori si ripercuotono poi (negativamente) in tutti gli ambiti sociali. Un circolo vizioso le cui conseguenze vengono poi messe sotto accusa.

 

meccanismi astuti

Nei paesi occidentali il disastro del duemilaotto ha innescato condizioni di estesa e diversificata precarietà che sono ben lungi da essere superate. La sostanziale perdita di benessere che si è verificata dopo il crac bancario, ha evidenziato quanto un sistema deregolato possa provocare danni incalcolabili.

Ciò non è bastato per imporre un cambiamento di paradigma anche a causa del famigerato too big to fail che necessita l’eterna sopravvivenza di specifici meccanismi finanziari: essi devono comunque essere continuamente salvati perché indispensabili al capitalismo cosmopolita, che esige la crescita costante del reddito che va al capitale. Per contro, diminuisce la quota destinata al lavoro, rafforzando le tendenze all’aumento delle disuguaglianze: il mostro neo-mercantile si nutre della divaricazione economica.

Il neo-liberalismo che sostiene la mondializzazione si è imposto in modo autoritario e illiberale, portando con sé indubbia precarietà, diffusa disoccupazione, evidente sfruttamento di manodopera ad ogni livello di formazione. Inoltre tenta di abbattere ogni tutela culturale, sociale, giuridica e legale. Protegge i forti, cosicché, facilitati nel disporre dei deboli: incentiva un endemico processo di oligarchizzazione della società.

Un neo-mercantilismo che ha sostituito il modello culturale della conciliazione (fatto di compromessi tipici della concertazione democratica) con quello della competizione: immediato, istintivo, unilaterale, brutale: la selezione naturale. Alla diffusione pressoché acritica di queste odierne distorsioni mercantili concorrono le agenzie informative mondializzate, la grande finanza, le holding transnazionali, i governi, la politica e i politici mainstream, la cultura più o meno elitaria. Per usare un termine inflazionato: l’establishment.

In egual misura il mondo digitale ha reso visibile lo stridente confronto sociale così come messo in evidenza un mercantilismo che non riesce (non sa/non vuole) distribuire la ricchezza prodotta. L’umanità democratica occidentale è divisa in chi ha e in chi non ha: minoranza ricca versus maggioranza povera. Ciò non poteva che portare, alla lunga, un disagio che sta sempre meno silenziosamente dilagando con i movimenti anti-sistema. ll malessere popolare è cresciuto in corrispondenza alla evidente diminuzione della sicurezza economica e sociale che le società democratiche precedenti il disastro finanziario d’inizio millennio, sapevano offrire ai cittadini.

Siamo ritornati a una situazione quasi medievale dove la percezione del disagio, dell’ingiustizia, del pericolo, dipende dal luogo nel quale si vive e dalla possibilità di potersi proteggere, in altri termini: dal grado di esposizione al rischio determinata dal proprio status sociale. Chi possiede le chiavi di questo meccanismo vive in un habitat protetto che ha poche interazioni con chi abita in zone esposte: tutto avviene (rapporti umani, lavoro, spostamenti) all’interno di una bolla di privilegio nella quale è “esclusa” l’intrusione di ogni appartenente a status “diverso”: un muro redditocratico.

Da lì il tentativo a volte maldestro delle cosiddette élite di screditare la protesta di chi sta fuori, imputandola di essere antistorica, perfino pericolosa per la democrazia. Sempre più nitida appare la mistificazione secondo la quale i movimenti popolari di protesta sono accusati di avere la nostalgia retrograda di un passato che scompare, di difendere… privilegi arcaici(!), di cercare un’inutile resistenza a un cambiamento inevitabile, di essere contrari al progresso, di negare un futuro radioso alle nuove generazioni.

Chi protesta viene presentato come un nemico la cui immoralità ne autorizza la condanna implicita e la sua eliminazione, piuttosto che un antagonista da combattere sul terreno politico. Il dileggio moralistico e l’istituzione di cordoni sanitari sono le uniche risposte dominanti per contrastare i movimenti antisistema: il congegno escogitato è astuto, poiché permette – con il rigetto moralistico della protesta – di affermare la presunta natura virtuosa del progressismo cosmopolita.

 

Cosicché la dirigenza “riformista” ha innescato un tentativo azzardato di ricostruzione di una mentalità partecipativa ai processi di globalizzazione attualmente appannati, tentando di spostare gli interessi di una grande parte della popolazione – soprattutto le giovani generazioni – verso l’obiettivo di una comune tuttavia fallace restaurazione idealistica. Non è un caso che la recente “giovanilista” primavera verde di una… riapparsa sensibilità ecologica ad hoc stia diventando, per esempio, il tema unificante della… political correctness globale, probabilmente nella sola funzione “imbrigliante”. Ciò agendo, si ricompatterebbe il fronte progressista relativamente all’avanzata dei movimenti anti-sistema.

Le finalità “angeliche” dichiarate dal fronte anti-populista ad hoc, in risposta alle legittime proteste saranno oggettivamente impossibili a breve termine da attuare. Ed è probabile che già lo si sappia. Gli interessi in gioco sono giganteschi. Tuttavia questo lasso temporale sarà sufficiente per dare ossigeno allo status quo. Siamo al cospetto di una interpretazione neoliberale dell’identità della moderna democrazia che vede la stessa perfino secondaria alle finalità mercantili. Permetterà comunque il varo di un tentativo di rigida controriforma che tenti di neutralizzare il sempre più evidente malcontento dei popoli occidentali impoveriti. Mio cugino dixit.

cresce una consapevolezza

Cresce una consapevolezza: le scelte politiche non si fanno più nei parlamenti; pur tuttavia la politica è la prima e la sola accusata di questo dato di fatto. Sarebbe come dire che sul banco degli accusati si è scelto di mettere l’ostaggio. Certo, esiste pure una parte di complicità nel legittimare politicamente che la disoccupazione di massa, ad esempio, è affare dei singoli; proprio in ossequio al dogma dell’individualizzazione delle responsabilità: il destino, prima collettivo, oggi lo si vuole far diventare un “affare” personale. È in atto – oltretutto – una feroce disintegrazione della condizione democratica degli stati, determinata con ogni probabilità, dalle quotidiane decisioni economiche del mercantilismo globale. Sì, perché la politica ha le sue colpe, certamente un grado di lentezza congenito, ma il disastro planetario attuale è soprattutto causato da forze che hanno il potere di agire fuori dai banchi dei parlamenti.

Ai popoli si narra tuttavia che la crescente disuguaglianza della nostra società è dovuta a importanti cambiamenti strutturali nell’economia: una delle fonti primarie di questo inarrestabile processo è ovviamente il progresso tecnologico, pure ci vien detto. Inoltre la globalizzazione è un altro degli attori di questo mutamento epocale, si aggiunge astrattamente. Vi sono addetti che hanno perfino sollevato la questione secondo la quale non-si-considera-con-sufficiente-attenzione il modo con il quale la globalizzazione e la tecnologia interagiscono. Interessanti discorsi… accademici.

Sappiamo tuttavia che la pianificazione del futuro avviene nei laboratori economici, nei consigli di amministrazione, dentro le cupole finanziarie: l’economia finanziaria tiene in ostaggio la democrazia. Il cosiddetto “progresso” lascia all’economia il potere decisionale sollevandola dalle responsabilità degli effetti indesiderati, mentre ai governi è assegnato il compito della legittimazione democratica dei disastri. Da qui, probabilmente, quel malcontento nei confronti della politica parlamentare evidenziato anche dall’astensionismo che nasce forse dalla consapevolezza sempre più evidente, che tra il potere affermato dai partiti e il potere dei fatti si è verificata una discrepanza abissale.Siamo calati in una situazione grottesca: il neoliberismo si prende cura dei vincitori mentre i perdenti li abbandona agli agenti dell’antisistema. Ai cosiddetti populisti.

Naturalmente, la miseria dei popoli non è un fatto casuale. È l’espressione di quei momenti storici, in cui i rapporti di forza tra ricchezza azionaria e lavoro sono completamente sbilanciati a favore della prima. Inoltre da quando i costi del lavoro, in alcune parti del mondo, si sono quasi azzerati – e la produzione può avvenire ovunque – i paesi con costi di manodopera decenti possono solo trattenere gli investitori riducendo i salari con contratti di precariato, (mini job, job-on-call e altre tremende etichette create nella neolingua mercantile) oppure più praticamente e cinicamente, sostituendo i lavoratori con manodopera disposta a una retribuzione iniqua, infine come già accade, con tecnologie sostitutive. I robot. I subalterni sono perciò un popolo organico alle finalità mercantili. Non sono quindi le inevitabili vittime delle innovazioni tecnologiche. Se è vero che gli uomini creano la società è anche vero che alcuni uomini creano un tipo di società nella quali altri uomini devono vivere e agire.

Al tempo stesso i contesti più ricchi, che sono centri economici attivi e che detengono un vantaggio comparativo nelle attività finanziarie e nella gestione delle informazioni, vedono le loro ricompense crescere rendendo più floridi i conti di élite ricche, operanti nei centri dirigenziali-cool del cosiddetto “capitalismo globale” che, tra l’altro determina, con un neocolonialismo economico celato ai più, gli importanti flussi di rifugiati. Nessuno sembra accorgersi che uno gli effetti devastanti del capitalismo finanziario ha sfasciato molte realtà economiche locali del continente africano impedendo quella minima autosufficienza necessaria al loro sviluppo innescando- viceversa – una severa crisi migratoria. È probabilmente questa l’emergenza, se non la più pressante, almeno d’identica urgenza a quella ambientale.

Sarà tuttavia difficile convincere all’urgente cambiamento di paradigma economico, con la salvaguardia del pianeta compresa, quella ricchezza che vive già in comunità sicure e protette in enclavi distribuite nei vari continenti e organizzate gerarchicamente secondo una rigida scala redditocratica, che si è già posta al riparo così da evitare il confronto diretto con il disastro sociale e climatico di cui è pure sostanzialmente responsabile. Per cui sarà difficile credere che le politiche parlamentari di destra o di sinistra… o di centro, ci possano indicare – attualmente – alternative credibili per tentare di uscire dall’illusione para-progressista nella quale siamo sprofondati.

«Tuttavia la profezia, secondo cui la società del sapere aprirebbe nuove inesauribili fonti di lavoro e di produttività, non è rimasta inconfutata. Gli scettici controbattono sostenendo che la certezza, secondo cui lo smantellamento della vecchia società della piena occupazione andrebbe di pari passo con la costruzione di una nuova società della piena occupazione basata sul sapere, misconosce l’elemento radicalmente nuovo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, ovvero la possibilità di aumentare la produttività senza lavoro.»

Ulrich Beck, Il lavoro nell’epoca della fine del lavoro

 

 

pros”elitismo”

 

Dal momento in cui  la sinistra ha abbracciato la cosiddetta “terza via”, si è condannata all’obbligo di dover trovare gli argomenti che la potesse distinguere dalla destra neoliberale. Immediatamente pronta, sul cammino della sua metamorfosi liberal, una ricetta scontata: la volontà di ostentare, con malcelato moralismo, un sostegno generico alla causa dei diritti umani, a dispiegare proclami in difesa di un individualismo di genere, di pelle, di credo, di orientamento sessuale. In altre parole, per evitare di essere totalmente associata all’imperante neoliberismo, la sinistra ha scelto di dedicarsi, ad oltranza, alla difesa di particolari diversità generiche.

La povertà ha così assunto, anche a sinistra, un’identità di carattere specifico: una configurazione tribale, semmai considerata, come tante altre, nella sua condizione di “diversità”, un dato di fatto, una condizione fatale: abbandonata evidentemente l’ortodossia storica con il prioritario processo dell’emancipazione proletaria, il “progressismo” va ad abbracciare, ancora più radicalmente, una prospettiva culturalista.

Questa «nuova» sinistra, più o meno implicitamente, rivendica una sua posizione elitaria, e lo fa insistendo sui temi relativi alle attuali oppure future irrinunciabili conquiste tecnocratiche, spinge per una visione, se non proprio astratta tuttavia singolare, comunque particolare dei diritti civili, interpreta la globalizzazione come inevitabile, integrativa e serena. Insomma partecipa da “sinistra” a una narrazione ottimistica del processo neoliberista in corso. La terza via – leggevo – ha ridotto sostanzialmente le scelte politiche cosiddette progressiste tra chi viaggia in… business if not first class. Quindi il meccanismo economico non si tocca.

Viceversa s’invitano i progressisti a voler dimenticare le conquiste laburiste, la critica all’accumulazione oligarchia del capitale, lo sfruttamento delle classi popolari e la relativa depauperizzazione, così come l’industrialismo predatorio. Insomma un “dolce” abbandono delle battaglie sociali in favore di una unilaterale lotta contro una ben circoscritta categoria di discriminazioni e una radicale difesa di una altrettanta specifica serie di diritti alternativi. Il totem economicistico imperante, che riduce il lavoro i salari e quant’altro, diventa una condizione oggettiva, celato da un tabù ideologico implicito che lo considera un dispositivo incontestabile: il permanente richiamo a presunti diritti civili nasconde, in sostanza, l’inevitabile rimozione di quelli sociali e la “sottomissione” sottintesa alle regole della famigerata golden straightjacket mercantile.

Anche il tema dei diritti umani proclamato dalla cosiddetta new left necessiterebbe di infinite precisazioni affinché non si riduca a un astratto universalismo di facciata. È basato su un radicalismo teoretico che potrebbe perfino maldestramente essere travisato. Fa perno sulla vecchia litania liberale secondo la quale la società umana debba essere concepita come una semplice sommatoria di individui. In altri termini: il fulcro di ogni trasformazione è/dovrebbe essere un “agire” individuale. Quindi neglette tutte quelle fondamentali relazioni politiche e sociali che strutturano il tessuto della civica convivenza.

Così… dimenticando si misconoscono tutte quelle forze collettive che sono state e che sono tuttora il motore principale delle rappresentanze democratiche: coesistere in virtù di un progetto comune fondato secondo i princìpi condivisi, sulle delle regole del diritto, e infine su di una corretta ridistribuzione della ricchezza prodotta. Insistere comunque sul valore assoluto dell’individualità significa anche negare il dispiegarsi dei processi condivisi che stanno alla base del nostro vivere comune. I diritti del cittadino perdono consistenza davanti a proclamati diritti del singolo.

Nell’attuale periodo storico – mi sembra di aver letto da qualche parte – perfino la Dichiarazione universale dei diritti umani parrebbe essere comunque confinata come l’elenco di un’utopica raccolta di Buone Intenzioni. Già il primo articolo, a mio parere, ti pone davanti a una mirabolante menzogna: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti“. À suivre.