sorry we missed you

Il primo dovere degli intellettuali – diceva un… noto intellettuale – sarebbe quello di insegnare alle persone a non ascoltare le mostruosità linguistiche dei potenti e dei loro divulgatori prezzolati. In altre parole è (sarebbe) quello di rintuzzare tutte le menzogne che attraversano la musica mediatica mainstream e che innondano e che soffocano ogni pensiero divergente.

Mentre oggi – aggiungeva il noto intellettuale – troppi di loro accettano sostanzialmente la dottrina dei sovrani mostrando invece disprezzo per le vittime che ne sono irretite, perfino accusandole di essere degli stolti. Mentre gridano alla “grande ignoranza”, stigmatizzano “la prevalenza del cretino” e accusano i”social” di ogni nefandezza, essi (gli “intellettuali”) non sono affatto scandalizzati dalla mostruosità della neolingua di chi possiede le chiavi dei grandi mezzi di diffusione. E concludeva: chi accetta una trasformazione – imposta dai potenti – che è regresso e degradazione sociale, vuol dire che non sta dalla parte di chi subisce tale avvilente alienazione. Chiaro come l’acqua cristallina o/e come un film di Ken Loach.
Mi sorprende il fatto che ci sia perfino qualcuno – sui media ufficiali – che si indigni per le discriminazioni sociali. I meno distratti già avevano registrato, da tempo immemore, che la ricchezza privata/privante si blinda in comunità sicure e protette, in enclavi distribuite sul pianeta e organizzate gerarchicamente secondo una rigida scala redditocratica. Beninteso non è che chi gode di una posizione di privilegio rinunci ad ogni contatto con le classi subalterne: infatti la loro colf, il loro giardiniere, il loro tassista di fiducia – con i quali si vantano di intrattenere ottimi rapporti – vengono accettati nel loro specifico status: il classismo è una forma di violenza che ha quale scopo la costruzione dell’altrui inferiorità, ho letto da qualche parte. Concetti che andrebbero ricordati prima delle frequenti e unilaterali richieste di esotiche solidarietà.

Ai giorni nostri c’è perfino una narrazione “liberale” che ci inculca la necessità (o la rassegnazione) di dover accettare le (giuste{!}, così si narra) stratificazioni sociali (classi) basate sul… “merito”: ovvero la lode ideologica di una separazione netta tra comunità di benestanti (perché… meritevoli, formati, colti e capaci, ci vien ricordato col quotidiano… make bla bla bla great again) e gli inevitabili ghetti residuali di povertà, edificati dalla e nella medesima società… civile: insomma accettare l’idea di vivere in ormai legittimate e riconosciute tribù meritocratiche – meglio se tra loro impermeabili – finalizzate… alla (circoscritta) crescita economica. Certamente il “pensiero unico” attuale utilizza metodi all’apparenza soft, pur tuttavia ha un impatto devastante perché gli antagonisti sono considerati come eretici. Un vero e proprio sistema ideologico che diffonde la buona novella del libero mercato, agito in centri produttivi “eterogenetici” situati in apolidi megalopoli e gestiti da truppe instabili eternamente mobili. Un’ideologia che è stata in grado di contagiare ogni aspetto dell’umano senza sollevare veri dissensi. (Leggersi il premio Pulitzer 2017 “Evicted”).

Quello che non è dato a sapere è l’ordine di grandezza considerato, da qui parte (evidentemente) il discorso di àmbito territoriale: i vituperati sovranismi/indipendentismi/separatismi/comunitarismi  che si presentano tuttavia in diverse scale di grandezza. Bene, abbattiamo i muri/frontiere/limiti e confini che dividono il mondo! Si potrebbe iniziare, poniamo, con annullare le segregazioni residenziali di cui sopra. Ammesso di potercela fare. Perché sembra ormai assodato che la popolazione mondiale globalizzata, tende ad… “aggregarsi in territori specifici (ecco che ci risiamo) sulla base di riferimenti socio-economici e culturali affini”; cioè identitari: cioè con la volontà di essere tra simili. Ci sono quelli che scelgono una dolce vita nella misura dei quartieri esclusivi, negli arrondissement chic, nelle zips a pigioni identitarie, e altri che si affidano ai (superabili e superati) confini statali.

In realtà i gruppi più potenti e quindi più selettivi preferiscono risparmiarsi la brutalità di misure discriminatorie, prediligono il diffondersi della mancanza di criteri, proclamano la dottrina illusoria della scelta individuale perché sanno già di possedere gli strumenti adatti per sottrarsi ai conflitti appunto creati dall’anomia sociale indotta.

Tranquilli, la gerarchia delle libertà personali soggiace al tanto osannato e “liberale” grado di ricchezza individuale: quindi si assisterà prima o poi al definitivo accantonamento degli obsoleti confini nazionali e l’innalzamento di performanti/moderni/efficaci muri di topografica segregazione redditocratica delle gated community: brillanti esempi di liberale politica residenziale. La mondializzazione che vuole essere unificatrice a parole, evita di ammettere che nello stesso tempo risulterà essere sempre più divisiva nei fatti. C’è chi l’ha già definita come la balcanizzazione redditocratica del pianeta.

assi di rotazione

Il fiume carsico del mercatismo, quindi della propaganda mondialista, scorre impunemente sotto la cronaca dei disastri della pandemia. “Bisogna fare in modo che la crescita economica e il libero scambio a livello globale non vengano intaccati da questa epidemia che prima o poi sarà superata”.

Ecco servito l’asse di rotazione, il caposaldo della “strategica” propaganda economicistica: il mondo di pochi che vuole imporre e gestire il mondo dei tanti. Un sistema che usa ogni mezzo anche perché ha …i mezzi per poterlo fare. Un meccanismo che rivela – come minimo e nello specifico – le reali difficoltà, la quasi impossibilità, di saper/poter accordare i principi di salute pubblica di prossimità con gli interessi totalizzanti della “sconfinata” organizzazione economica imposta. Ovvero: come lanciare un bolide alla velocità della luce e poi ricordarci che ci vogliono anni per riuscire a fermarlo. In altri termini: impossibile frenare gli effetti perversi di una indiscriminata globalizzazione.

La grande informazione dopo la scontata retorica dei buoni sentimenti, non sa trovare le parole per ricordarci quanto potrebbe essere un’occasione sprecata – nella ricostruzione post-pandemica – il non tentare di superare un modello fondato sulla deleteria illusione che i mercati bastino a sé stessi. Non certo una condizione da dover perpetuare. Si dice, che nelle facoltà di economia i (dis)corsi siano improntati, all’unisono, sulle indiscusse e soprattutto indiscutibili qualità del mercatismo globalizzato. Tipico della governance elevare questi progetti al rango di “obiettivi comuni”.

Nessuno che ci ricordi, con il necessario disagio, quanto i discorsi thatcheriani che intonavano ritornelli tipo “adattare lo Stato ai desiderata dell’impresa e del capitale” siano oggi diventati drammaticamente ridicoli. Nemmeno un cenno per ricordarci che dagli anni ottanta sino ad oggi il regime di politica economica neoliberale, con l’abbattimento delle minime regolazioni necessarie, anzi indispensabili, e con l’avida idea di “esternalizzare” molte produzioni, si è liberato quello che alcuni economisti hanno definito come lo “spirito animale” dell’economia.

Negli anni novanta ci è pur stato qualcuno che ha tentato inutilmente di cambiare il “mood” di questa illusoria e deleteria visione. Ma è stato subito rimesso al suo posto indicandogli la fuga degli investitori verso a) zone a basso regime fiscale e b) territori a manodopera para-gratuita. Altro capolavoro “global”. Una critica seria, documentata, perfino signorile  che tentasse tuttavia di ristabilire un certo ordine nella nociva infatuazione “economicistico-globa(e)litaria” (che ci è pure sfuggita di mano), è subito rintuzzata, ritradotta e diluita dai più ascoltati e diffusi mezzi d’informazione. Globali e regionali.

Si avanza perfino in codesto rituale di preventiva propaganda, la sconcertante immagine della “tenaglia ideologica” (sic) che propone la delirante idea secondo la quale una visione maggiormente egualitaria, di un società (anonima/per azioni?) sempre più atrocemente diseguale, sia sostenuta da coloro che aspettano “con le mani in mano” che la ricchezza arrivi dallo stato. Idea proprio espressa (ahinoi) in questi precisi termini. Sappiamo, invece e purtroppo, che gli Stati e i relativi cittadini stanno ancora pagando, in un interminabile clima di austerità contabile, la fattura del 2008, che ci stata consegnata “brevi manu” dal tonfo della finanza “creativa”. Tale “capolavoro mercantile” ha dimezzato la crescita nei Paesi del cosiddetto capitalismo avanzato. Il Pil (ancora oggi considerato {a torto} il termometro del capitale) in codesti Paesi si è fermato allo zero più. Grande impresa definire un classico autogol una conquista da salvaguardare. Paesi che ora, nel chiuso dei loro confini, devono trovare le soluzioni sanitarie e pure economiche per poter sopravvivere.

Scopriamo pure sui domenicali, quindi dalla solita armata di seriosi giullari distributori di chicchi di …”robusta” morale, che è stato il populismo che “ha abbassato le nostre difese morali” e che l’inquinamento mediatico “è causato soprattutto dai… social”. Che i pifferai magici sono (nientedimenoché) gli influencer facebookiani. Ma scopriamo anche che “la pandemia ci aiuterà a sfondare i muri della nostra indifferenza”. Cioè dell’indifferenza popolare(?), anzi (presumo s’intenda)…populista. I muri dei quartieri chic potranno comunque essere (ri)edificati e nel caso perfino rinforzati. Scopriamo infine che le nostre comunità (ri)cresceranno grazie… a delle non meglio precisate comunità… virtuali, che oltrepasseranno… la strettoia dell’individualismo”. Boh? Non ho mai letto così tante “amenità” (uso un termine politicamente corretto, perché non si sa mai…) concentrate in un così piccolo spazio di tempo.

Parrebbe quindi essere giunto il momento per magari poter rimediare i danni del meccanismo mondializzato, che dopo questa drammatica emergenza di salute pubblica (anche per onorare le vittime e coloro che sono al fronte) necessita di correzioni evidenti.  Non è certo il richiamarci alla propaganda mercantile e/o una sterile retorica dei buoni sentimenti, che si possa (ri)costruire un futuro dignitoso per le generazioni post-pandemia. Per concludere un pensiero di spicciola economia: Henry Ford, all’inizio del ‘900 decise di raddoppiare i salari dei suoi operai perché potessero comprare le auto prodotte. Non fece un’operazione “socialista”, ma strettamente lungimirante, permise semplicemente lo sviluppo di un consumo interno.

tuttavia e malgrado

Assai difficile , perfino impossibile, poter seguire ed ascoltare almeno una volta una voce che sia perfino dissidente, ecchédiamine (peraltro già altrove magari nota in ambiti perfino qualificati dalla saggistica specifica) che esprima, opinioni almeno minimamente distanti dalla tendenza mediatica mainstream. Parrebbe invece che l’infotainment abbia radiato volontariamente ogni opinione critica, subito classificata come eretica. Ciò che sembrerebbe confermare una sospetta colonizzazione di ogni spazio informativo.

Ne è la prova la scaltra ambiguità, insomma quella goliardica fake quotidianamente diffusa relativamente al concetto di solidarietà che si vuole proporre come esclusività funzionante tra stati interdipendenti: leggasi unificati da trattati sovranazionali . Come se la solidarietà, tra territori politicamente uniti da bolle sovrastatali, si debba ritenere, per decreto ideologico, qualitativamente migliore di quella ottenuta invece tra realtà nazionali politicamente indipendenti. Ciò che spesso si evince anche dagli apporti dei soliti “analisti strategici”: soprattutto strateghi nel saper gestire il proprio quotidiano spazio mediatico.

Cosicché dai catodici diffusori di opinioni scontate, per poter apprezzare aspetti divergenti dal trend egemonico si è costretti a dover attendere la tarda serata per incontrare magari e fortunosamente un altrettanto negletto docu-film dal valore critico oggettivo e pertinente.

Inoltre l’annosa questione dell’affidabilità della stampa “certificata”. Una vecchia faccenda.  Ciò nonostante sappiamo  che  molti abbiano ormai da tempo intuito che tra informazione e propaganda le differenze siano ormai impercettibili. Le news, anche quotidiane, risultano essere sempre più il prodotto finale di un invisibile processo ideologico.

Un gran numero di “agenzie informative” si (auto)definiscono tuttavia e malgrado “indipendenti”. Anche in questo caso viene usata un vecchia e superata etichetta: non legati a uno schieramento politico, a un partito o a uno specifico credo, si afferma. Ciononostante è altrettanto imprescindibile il fatto dell’inevitabile patrocinio di uno specifico patrimonio di idee, di una corrente di pensiero, di un’area ideologica affini alla concezione economica, politica, filosofica, perfino confessionale specifiche dei suoi finanziatori: il cosiddetto patrimonio dell’inconscio editoriale che indirizza la famosa… fabbrica del consenso.

A proposito dell’evidente condizionamento ideologico, le perle “peggiori” s’incontrano in questi drammatici giorni: leggo con particolare ironia e relativo immediato disgusto prese di posizione di “eminenze” giornalistiche che si pongono (ora) retoriche domande sugli evidenti (a loro dire imprevedibili) eccessi della globalizzazione. Il fatto è che l’imprevedibilità appare come un pretesto assai cinico, se confrontato con un’immensa saggistica da tempo assai critica sulle (prevedibili e previste) nefaste ricadute di un’estrema e acritica mondializzazione: aspetti ai quali non è mai stata data voce sulle pagine (e dagli schermi) del giornalismo paludato, che ora flirta perfino col vento che parrebbe cambiare.

Interessante, per certi versi, anche il continuo giocare sui termini di responsabilità individuale e  responsabilità collettiva: che parrebbero identiche, ma che nascondono profonde e taciute differenze ideologiche legate alla fuorviante convinzione che la società sia la semplice somma di comportamenti individuali. Il minimo che si possa dire è che il giornalismo post-democratico, oltreché essere deleterio, apre la strada alla disinformazione.

D’altra parte, e purtroppo, ho sentito più volte ripetere che il compito del giornalismo non dev’essere quello di fare della pedagogia. Sarebbe come implicitamente confessare che il suo scopo sia quello di ottemperare alla propaganda imposta dal “clima” egemone e dalle relative ricadute pubblicitarie. Quindi un’autocertificazione di indipendenza vale per quel che vale. Anzi, per chiarezza e trasparenza, sarebbe concetto da superare perché, in sostanza, “informazione indipendente” potrebbe perfino essere un classico …paradosso. Il che porrebbe seri interrogativi sui limiti di una reale oggettività dell’informazione (anche) a gestione pubblica. Anche qui: lourde tâche.

quando mai

Vi è un sottile filo d’ipocrisia in coloro che ogni giorno negli editoriali del facile “moralismo mercantile” ci ripetono con insistenza sospetta che nel momento in cui il mondo non gode di buona salute, i «social» approfittano per parlare a vanvera. Nondimeno sta nei fatti quanto il mondo, come oggi lo viviamo, non sia stato preparato dai “boorish” da tastiera. Molto probabilmente invece “confezionato” da una categoria di “decisori” ben inserita nei ranghi dei “prescelti”. Basti pensare alle difficoltà (perfino l’inaccettabile incapacità) di trovare soluzioni di sostegno, medico-sanitarie ed economiche, condivise a livello europeo.

Ma anche sui disastri dell’impero redditocratico mondializzato è inutile infierire perché gli argomenti pertinenti per togliere ogni credito a un sistema organizzato come una società per azioni compiaciuta, sono evidenti. Sciagure non certo da imputare agli utenti di whatsapp. Nemmeno ascrivibili a un like su facebook quelle disuguaglianze economiche e sociali assai divisive che diventano poi un reale impedimento a quel tessuto civico necessario a trovare soluzioni comuni. E alle giuste e lecite libertà individuali.

Anche assai irritante sentirci ripetere ogni giorno che l’uomo si crede troppo spesso invincibile.

(…) Nel XXI secolo, in un mondo ormai libero dalle epidemie, economicamente prospero e in pace, coltiviamo con strumenti sempre più potenti l’ambizione antica di elevarci al rango di divinità. (…)

Ma quando mai. Forte è la voglia di replicare a chi lo afferma in nome di tutti – anche a nome di chi non ha mai condiviso – che probabilmente è un suo problema e di una parte di società che si vanta, sempre e comunque, di non riconoscere alcun limite all’infuori di quelli di un’antiquata retorica relativa a una non ben precisata e labile etica individuale. Si è diffusa la deleteria convinzione che la società sia la semplice somma di comportamenti individuali.

Spesso si dimentica che il limite deriva quasi sempre da norme collettive anche/soprattutto tacite, come pure mai si accenna al fatto che le cosiddette “élite della competenza competitiva” abbiano comunque tentato in pratica di superare, perfino cancellare ogni barriera di contenimento. In realtà siamo stati complici di trasformazioni radicali che rifiutano critiche radicali. Situazione che un mio vicino riassume in una battuta tranciante: “siamo erbivori in un mondo che è stato organizzato da carnivori”.

Se il senso dei limiti fosse stato almeno presente nelle scelte “a monte” non saremmo confrontati, probabilmente (anche) con le immense difficoltà (tardivamente riconosciute) che sono state (oggi) accollate quasi unicamente sulle spalle di chi sta combattendo negli ospedali e nella società “civile” per tentare di contenere le drammatiche conseguenze di una hybris globalizzata.

pros”elitismo”

 

Dal momento in cui  la sinistra ha abbracciato la cosiddetta “terza via”, si è condannata all’obbligo di dover trovare gli argomenti che la potesse distinguere dalla destra neoliberale. Immediatamente pronta, sul cammino della sua metamorfosi liberal, una ricetta scontata: la volontà di ostentare, con malcelato moralismo, un sostegno generico alla causa dei diritti umani, a dispiegare proclami in difesa di un individualismo di genere, di pelle, di credo, di orientamento sessuale. In altre parole, per evitare di essere totalmente associata all’imperante neoliberismo, la sinistra ha scelto di dedicarsi, ad oltranza, alla difesa di particolari diversità generiche.

La povertà ha così assunto, anche a sinistra, un’identità di carattere specifico: una configurazione tribale, semmai considerata, come tante altre, nella sua condizione di “diversità”, un dato di fatto, una condizione fatale: abbandonata evidentemente l’ortodossia storica con il prioritario processo dell’emancipazione proletaria, il “progressismo” va ad abbracciare, ancora più radicalmente, una prospettiva culturalista.

Questa «nuova» sinistra, più o meno implicitamente, rivendica una sua posizione elitaria, e lo fa insistendo sui temi relativi alle attuali oppure future irrinunciabili conquiste tecnocratiche, spinge per una visione, se non proprio astratta tuttavia singolare, comunque particolare dei diritti civili, interpreta la globalizzazione come inevitabile, integrativa e serena. Insomma partecipa da “sinistra” a una narrazione ottimistica del processo neoliberista in corso. La terza via – leggevo – ha ridotto sostanzialmente le scelte politiche cosiddette progressiste tra chi viaggia in… business if not first class. Quindi il meccanismo economico non si tocca.

Viceversa s’invitano i progressisti a voler dimenticare le conquiste laburiste, la critica all’accumulazione oligarchia del capitale, lo sfruttamento delle classi popolari e la relativa depauperizzazione, così come l’industrialismo predatorio. Insomma un “dolce” abbandono delle battaglie sociali in favore di una unilaterale lotta contro una ben circoscritta categoria di discriminazioni e una radicale difesa di una altrettanta specifica serie di diritti alternativi. Il totem economicistico imperante, che riduce il lavoro i salari e quant’altro, diventa una condizione oggettiva, celato da un tabù ideologico implicito che lo considera un dispositivo incontestabile: il permanente richiamo a presunti diritti civili nasconde, in sostanza, l’inevitabile rimozione di quelli sociali e la “sottomissione” sottintesa alle regole della famigerata golden straightjacket mercantile.

Anche il tema dei diritti umani proclamato dalla cosiddetta new left necessiterebbe di infinite precisazioni affinché non si riduca a un astratto universalismo di facciata. È basato su un radicalismo teoretico che potrebbe perfino maldestramente essere travisato. Fa perno sulla vecchia litania liberale secondo la quale la società umana debba essere concepita come una semplice sommatoria di individui. In altri termini: il fulcro di ogni trasformazione è/dovrebbe essere un “agire” individuale. Quindi neglette tutte quelle fondamentali relazioni politiche e sociali che strutturano il tessuto della civica convivenza.

Così… dimenticando si misconoscono tutte quelle forze collettive che sono state e che sono tuttora il motore principale delle rappresentanze democratiche: coesistere in virtù di un progetto comune fondato secondo i princìpi condivisi, sulle delle regole del diritto, e infine su di una corretta ridistribuzione della ricchezza prodotta. Insistere comunque sul valore assoluto dell’individualità significa anche negare il dispiegarsi dei processi condivisi che stanno alla base del nostro vivere comune. I diritti del cittadino perdono consistenza davanti a proclamati diritti del singolo.

Nell’attuale periodo storico – mi sembra di aver letto da qualche parte – perfino la Dichiarazione universale dei diritti umani parrebbe essere comunque confinata come l’elenco di un’utopica raccolta di Buone Intenzioni. Già il primo articolo, a mio parere, ti pone davanti a una mirabolante menzogna: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti“. À suivre.

narrazione meritocratica

La meritocrazia non esiste. È una narrazione inventata dalla ricchezza per far credere che la ricchezza sia il risultato di un merito*. Un pericoloso mito ideologico. Molti parrebbero crederci perché in codesta narrazione si contrappone furbescamente, al concetto di merito, la pratica diffusa della raccomandazione. Un confronto mendace. Perché l’uno non esclude l’altra .

Il merito andrebbe in effetti contrapposto ad un’ipotetica condizione iniziale di ogni soggetto.Tuttavia le differenziazioni iniziali tra i soggetti non sono perfettamente misurabili, perché sono composte da più elementi: la condizione economica  e culturale famigliare, le forme di motivazione innescate/inibite dall’ambiente educativo condiviso nell’infanzia, le caratteristiche psicologiche innate, perfino la struttura (Müller/Mazur) e la bellezza fisiche soggettive hanno una rilevanza determinante. Sappiamo da studi specifici, per esempio, che l’aspetto corporeo ha un ruolo importante nella carriera professionale dei singoli. Una sorta di meritocrazia ariana.

In fondo la volontà di selezionare gli umani attraverso strumenti discriminatori ha sempre affascinato chi detiene il potere. Per fortuna, e per evitare fraintendimenti, le discriminazioni per decreto amministrativo come quelle razziali del secolo scorso (leggi razziali fasciste del 1938, l’apartheid sud africana) non hanno avuto scampo, né da un punto di vista giuridico, né da quello storico. Il tragico ricordo degli esperimenti di eugenetica dello scorso secolo hanno gettato un’abominevole macchia su ogni tentativo di voler selezionare la popolazione attraverso criteri precostituiti. Tuttavia l’universo delle delle discriminazioni si aggiorna, rimane… ricco, e come si chiese il saggio: bisogna meritarsi di vivere per avere il diritto di vivere?

Attraverso, per esempio, il contesto abitativo in cui nasci, ecco che dai primi anni della tua vita fino all’adolescenza, interiorizzi un vissuto, quindi un’identità sociale pressoché indelebile sia essa fatta di privilegi acquisiti per diritto ereditario, sia purtroppo dominata da esperienze di esclusione e fragilità sociali. Quando il 2 per cento della popolazione detiene la ricchezza planetaria e molti altri non hanno né lavoro, né alloggio, si può benissimo parlare di linee di classe fondamentalmente discriminatorie. E li s’introduce (voilà) il concetto di merito per dare a queste inique ineguaglianze una parvenza di legittimità.

La discriminazione è l’inaccettabile deriva di ogni tentativo di misurazione che non tenga conto degli esclusi.  Una società si dovrebbe valutare sulla base di quanto valore assegna agli ultimi. Non tanto premiare “esclusivamente” chi, per evidenze biografiche, riesce a salire i gradini sociali. Spesso chi sale i gradini sociali e semplicemente un… arrampicatore sociale.

*merito

strati di inutilità

C’è una stampa che parla d’altro, evita il tema, lo sorvola. Dà le cose per scontate. A fatti avvenuti. Poi c’è quella che racconta solo quel poco che gli interessa dire: fa da tramite, diffonde per dovere di ruolo. Oppure parla per procura. Commenta ciò che accade assecondando ciò che impone l’ingombrante linea editoriale: esprime valutazioni di parte. Come il giornalismo del non detto, si arrende al prerequisito del consenso.

Un’informazione – diceva un saggista – che orienta la propria dialettica sempre nella direzione del vento: insegue e segue l’air du temps. Non c’è prosa più stucchevole dell’aria fritta unidirezionale, si potrebbe aggiungere. Si è quotidianamente contaminati da articoli la cui utilità di dibattito è simile a uno sciroppo per la tosse usato per curare una micosi ungueale.

Mi è capitato di addentrarmi, (per una sorta di malsana curiosità, lo ammetto) tra i capoversi di un editoriale a firma… «progressista» che, tra le soverchie citazioni “dotte” {democrazia: alias… demos/kratos, insomma… robe del genere}, insisteva ad nauseam sulle ovvie incongruenze di un’osteggiata tendenza politica attuale, definita sempre e comunque con un’insidiosa etichetta dispregiativa, affrontando il tema con un “taglio” che voler definire banale, sarebbe come umiliare il senso comune che si dà al termine banalità: la scoperta dell’acqua calda; tuttavia presentata come dato di fatto, ciò che a tutti gli effetti è semplice opinione.

Una narrazione disseminata di informazioni generiche tese a descrivere gli elementi in discussione con l’equidistanza… dell’imponente soggettività, citando pareri ritenuti probanti, collocati con tutta ovvietà sul versante della pura astrazione, così come lo sterile elenco d’informazioni perfino smentite dai fatti, soggiacenti ai luoghi comuni della rappresentazione egemonica, ponendo questioni così tanto retoriche da evitarci perfino lo sforzo di affrontarne il senso.

Strati di inutilità di uno spessore altrettanto microscopico finalizzati ad assecondare – probabilmente – una macroscopica esigenza declamatoria di dozzinale ideologia: negazione di ogni dibattito in nome di un principio dominante indiscutibile. Insomma: il delirio di quell’informazione ufficiale intimidatoria(*), che vuole porsi quale unico argine alle… detestate-fake-news-da-social. Contraria a parole alla democrazia emotiva, nei fatti subdolamente complice.

(*) Nel linguaggio mediatico vi è un esempio che ben illustra il percorso intimidatorio nei confronti del dissenso, ciò che si condensa in due termini molto usati nel discorso europeo: euro-scetticismo e euro-fobia. Diciamo subito che (probabilmente) non tutti gli euroscettici sono stolti-anti-europei: mostrano ovviamente una certa qual riserva nei confronti dell’UE, così come strutturata nella sua forma politica attuale, ma non vi è alcun rifiuto dell’Europa quale continente di appartenenza. Tuttavia l’europeismo burocratico si è accorto quanto la carica inibitoria del termine (euroscettico) fosse ormai inadeguata per incidere sulla squalifica moralistica: essere scettici vuol dire, infatti, attendersi conferme che permettano di superare eventuali riserve, senza necessariamente rifiutare il concetto fondativo: quindi una posizione legittima. Per incidere maggiormente sull’effetto censorio si è dovuto premere sull’acceleratore semantico, introducendo un nuovo termine: euro-fobia. Parola che rimanda invece a una paura, a un’angoscia, quindi a un rifiuto irrazionale di qualcuno o di qualcosa. In altri termini: un disturbo della personalità. La fobia anti-EU è un’alterazione che va guarita. L’«eurofobico/a» non ha altra scelta che farsi curare. Democraticamente of course!

progetti condivisi

Dacché mondo è mondo si è sempre speculato sulla capacità di rendere apparentemente soft i cambiamenti sociali fondamentali. O perlomeno si è sempre voluto possedere i dispositivi ideologici, propagandistici e dialettici, tali da innescare il processo negandone l’evidenza: strumenti assai potenti, tuttora ben presenti e oggi finalizzati a una strategica frammentazione delle disuguaglianze e alla cosiddetta “denazionalizzazione silenziosa”.Schermata 2019-06-10 alle 10.32.31

Si sentono discorsi pericolosi in questi ultimi tempi, tra i quali la diffusione del mai dimenticato principio della filantropia borghese che vedeva la povertà come condizione degna di compassione tuttavia esclusa da ogni progetto di emancipazione: insomma il compito dei poveri era quello di dover stare al posto loro assegnato per poter ricevere una caritatevole elemosina.

La condizione di subdola negatività della mondializzazione in atto, non risiede tanto nei fatti macroscopici spesso segnalati da un sano spirito critico, d’altronde subito contestati, perfino negati, dai ferventi mondialisti. La sua negatività latente risiede soprattutto nei suoi processi quasi impercettibili. Un linguaggio lambiccato che parla di innovazione continua, di messa in sinergia, di contesti partecipativi, di progetti condivisi, di scambi costruttivi, di lotta alle discriminazioni.

Il tutto condito da una visione aulica del mercatismo planetario e contrassegnata da slogan ormai stantii tipo: il libero gioco degli interessi e della concorrenza porterà la prosperità sull’intero pianeta. Ora non si tratta di essere stolti avversari della globalizzazione mercantile, si tratta infine di riflettere sui presunti “valori”  che codesto mercatismo su scala planetaria vuole diffondere come verità incontestabili. Il fatto è che esiste un veto quasi religioso che impedisce ogni critica. Coloro che osano infrangere il tabù di una passiva accettazione sono immancabilmente definiti come estremisti.

Inoltre in tale ambito è venuta a crearsi un’ambigua alleanza tra cinici fautori della libera circolazione dei capitali che esigono il popolare rispetto di un seppur astratto umanesimo che, sappiamo, non è propriamente tipico degli interessi mercantili  e che viene indicato come nuova frontiera di una mondializzazione inarrestabile. Una visione illusoria che affascina, altrettanto fanaticamente, coloro convinti di una umanitaria, totale e salvifica libera circolazione delle genti, con relativo abbattimento di ogni concetto territoriale, senza avanzare nessuna nota critica relativamente ai disastri  sociali già innescati dai loro attuali alleati.

Questo liberale ottimismo accademico e mediatico somministrato alle popolazioni in dosi sempre più abbondanti, sembra non vedere (probabilmente nascondere) una realtà segnata viceversa da una contesa fratricida tra differenziali economici profondamente disomogenei anche relativamente alle modalità d’ingaggio della forza lavoro. Nell’ambito del libero mercato sognato nostalgicamente dai nipoti di Adam Smith, c’è tuttavia sempre un intermediario, un grossista, un importatore, un distributore, più in là un gruppo, una holding, infine un oligopolio che diventa monopolio planetario.

E da qui il dogma della mobilità geografica perenne di capitali uomini e cose, che è diventato il valore “esclusivo”: che… esclude la grande maggioranza stanziale favorendo invece una nuova forma di schiavitù, così come una categoria minoritaria con formazioni molto specifiche e libera il mercato da impegni territoriali. Inoltre permette di rappresentare lo sradicamento come il destino prestabilito dell’uomo moderno così come l’abbattimento di ogni trascorso storico. Una pesante, totalmente  indiscussa, forma di alienazione.