dispositivi preventivi

La contrapposizione salute pubblica/sistema economico ha tutta l’aria di essere un criterio cinico per tentare di contrapporre due realtà non contrapponibili.

Inoltre la si carica di un presunto e indotto confronto tra giovani generazioni e anziani. Non è escluso che lo si faccia per fuorviare il discorso sulle carenze di prevenzione della salute pubblica riscontrate a più livelli inserendo, subdolamente, un aspetto di chiaro carattere divisivo: un approccio ipocrita e intollerabile. Barbaro capolavoro di guerriglia sociale. Strategie che si rivelano anche davanti a uno sciopero legittimo dei trasporti dove viene subito messo in risalto, con la complicità degli operatori mediatici, l’inevitabile disagio degli utenti e valutato esclusivamente con punti di crescita persi. Dividere per regnare.

Una prima considerazione specifica sulla pandemia, peraltro già espressa da alcuni osservatori attendibili, si riassume nel fatto che il cosiddetto lockdown è stato un rimedio istintivo, necessario e lodevole tuttavia probabilmente antiquato, forse perfino evitabile se fossero esistite quelle puntuali pre-condizioni spesso sfoggiate dalla narrazione contemporanea.

In altre parole: la classica rincorsa all’immediato ha estromesso da tempo ogni anticipazione – su scale temporali più ampie – utile a organizzare un solido sistema preventivo di gestione degli inevitabili e ormai frequenti incidenti globali: ambientali, epidemici, energetici, come pure quelli crescenti, seppur prevedibili, di ordine sociale.

Una seconda osservazione evidenzia quanto la quarantena obbligatoria abbia penalizzato una specifica tuttavia crescente parte dell’economia: l’economia del precariato. Una fragile ragnatela di schiavitù che prende il nome di lavoro interinale fatto di flexibility at work, crowd-employment, stage workshop, smart working, mini job, working with vouchers, job sharing, on-call job e altre tremende etichette create dalla neolingua della gig economy per nascondere l’ampio sfruttamento di chi lavora per produrre ricchezza poi trasferita nella finanza, con la subdola promessa-cappello di poter tutti diventare milionari, già sapendo che i rischi sistemici – oltre a un brutale tasso di disoccupazione – vanno a ricadere sulle frange più deboli del dispositivo economico così predisposto.

In una recente intervista, un ricercatore universitario ha parlato di una civiltà poco incline alla prevenzione per principio ideologico soggiacente alla competizione. Personalmente aggiungerei che il carattere ideologico lo si conferma anche con la profonda avversione del sistema economico attuale per dispositivi preventivi che “odorano” di …“protezionismo”: termine bandito dal vocabolario economicistico. Cioè: la dottrina dell’Ordine Mercantile esclude a priori il dover investire una parte dei profitti per varare un efficace strumento globale a sostegno del lavoro e relativo alle variabili negative che l’economia globale incontra a scadenze più o meno ricorrenti.

Pure qui manca il proposito politico di saper convincere l’integralismo economico della necessità di assumere quelle necessarie garanzie di auto-sopravvivenza e di sostegno ai danneggiati delle ricorrenti crisi. Il mercatismo è, paradossalmente, una dottrina che riesce perfino a penalizzare i suoi fedeli più convinti. Inoltre la colpevole tolleranza politica dei governi, tende a nascondere le evidenti precarietà del contesto economico imperante, così come la sua consueta tendenza a superare ogni regola. Ciò porterà ad altri probabili collassi e all’immancabile assunzione dei contraccolpi sociali da parte degli stati e delle istituzioni territoriali sempre e comunque costretti all’obbligo di correre in soccorso e di conseguenza dover aumentare il debito pubblico. Pure qui un meccanismo preventivo non è mai stato preso in considerazione per scelte di avida convenienza ideologica.

Ciò nonostante si dà per acquisito che, sulla base dell’esperienza ora sperimentata, quindi …“preventiva”, un’eventuale futura pandemia possa essere gestita, si dice, con mezzi migliori: il mercato ama dichiarare, ogni tanto, di sapersi rinnovare davanti a critiche puntuali. Dato per scontato, quindi, che il prossimo accidente non sia di altra natura, ciò che ci costringerà a dover (re)inventare immediati e nuovi altri metodi di contrasto che presenteranno altre nuove implicite lacune.

(Tra parentesi (ma non troppo) gli allarmanti contagi avvenuti Germania nei luoghi di produzione di carne (in assai abitati dormitori/mense comuni) che hanno imposto un nuovo lockdown regionale (ri)penalizzando gli indigeni (ignari?) e i loro commerci. Oggi leggo di casi analoghi in Campania. Forse ricordo male …ma l’Europa non era (anche) per rigidissimi protocolli di “preventive” norme sul lavoro da far rispettare in …estremo oriente?).

Chiudo con una nota di …involontario pessimismo. Le nostre società impiegheranno, tuttavia, tutte le risorse necessarie non tanto per porre rimedio alle insufficienze riscontrate, bensì per tentare di perpetuare il proprio modello “ideologico” di sviluppo.

placido inganno

Probabilmente puntano alle …“next generations” i quotidiani richiami al Progressismo, al Multiculturalismo, al Liberoscambismo proposti con la “maiuscola”. Forniti tuttavia sempre e comunque senza le classiche istruzioni d’uso.  Con il rischio di diventare puri prodotti della Demagogia (maiuscola) usata soprattutto per nascondere il Placido Inganno – pure maiuscolo – che il mondo “di sopra” opera nei confronti di una popolazione troppo impegnata a campare. E di questo si approfitta.

Il rispetto delle minoranze è una scelta comune decisa (anche) da una maggioranza e implica un riconoscimento umano, sociale e giuridico. Diventa norma. Vale per tutti. Senza esclusioni. Sulla base delle attuali conoscenze vi sono atteggiamenti umani che non possono sfuggire tuttavia alle leggi della sociologia e della psicologia. Così come dai numeri, dagli studi intrapresi e dall’esperienza concreta. Inoltre considerare le classi sociali come equivalenti è un mezzo efficace per evitare di prendere atto della presenza di ineguaglianze economiche inaccettabili.

Mentre il resto dell’umanità sarà invitato al riconoscimento del valore multiculturale antisegregazionista, principio legittimo, viceversa con la necessità di un dovuto riconoscimento delle minoranze c’è il concreto rischio di assecondare il cosiddetto «comunitarismo» per altro già esistente in interi quartieri di grandi agglomerati urbani.

Come pure vi sarà chi si sentirà legittimato a ritagliarsi la sua privatissima libertà di evadere dal mondo dei tanti: i segregazionisti delle gated community, con aspirazioni autarchiche. “Il multiculturalismo è l’ officina di identità per proprietà autorealizzatrici”, già qualcuno disse.

Tutto ciò potrebbe trasformarsi in un laboratorio di …conflitti, con la concreta eventualità di una richiesta sempre più intensa di rivendicazioni minoritarie che potrebbe anche non essere in sintonia con con l’idea di un’umanità dal destino condiviso Bensì pretesto per una rincorsa alla prevalenza.

Bisogna anche dire che la legittima lotta contro ogni discriminazione ha in parte annullato il necessario contrasto alle eccessive ineguaglianze economiche, alla discriminazione da reddito: il classismo cetuale. Se si applicasse, ad esempio, una discriminazione positiva per l’ammissione di studenti a facoltà universitarie, a numero chiuso, di alto prestigio mondiale – per favorire studenti provenienti da ceti medio bassi, che sono tuttora una evidente minoranza (4%) – vi sarebbe il rischio di dover respingere molti allievi provenienti da ceti medio alti, che sono da sempre  la larga maggioranza.

La società umana è una scacchiera, o un campo di battaglia, di interessi spesso opposti legati al proprio vissuto, al proprio credo, alle propri aspettative, alla propria cultura. Ciò pone alla società, sempre e comunque,  una serie di dilemmi relativi al riconoscimento o meno di particolari richieste che potrebbero addirittura scontrarsi con i principi costitutivi del gruppo culturale di riferimento. È anche per questa ragione che il sostantivo “cultura” viene considerato come un termine scomodo. Risulta tuttavia difficile concepire un multiculturalismo senza …culture.

Certo non sarà lo choc delle civiltà narrato da Huntington, ma sicuramente l’avvio di un permanente nervosismo metropolitano. Non sarà nemmeno l’indolore incontro di tradizioni gastronomiche, musicali e linguistiche, come la narrazione corrente vorrebbe vendere quale icona di superficie. Sarà molto probabilmente anche e purtroppo il confronto su temi assai pesanti: le configurazioni territoriali, le relazioni economiche, il retroterra storico, il senso delle norme condivise, le priorità educative, i sistemi legali, la giustizia. Prodromo di ardue contese. Da una supposta diversità felice a una multiconflittuale realtà permanente.

Certo si potrebbe semplicemente opporre al concetto di discriminazione quello di privilegio. Ovvero la discriminazione intesa come l’esclusione dai privilegi. E allora bisognerebbe elencare cosa e quali siano i privilegi e chi ne trae i maggiori benefici.

Per ora, sappiamo, il privilegio è direttamente proporzionale alla condizione economica: poco discussa perché ritenuta …indiscutibile. In realtà è la discriminazione per eccellenza. Sotto le sue ali protettrici si annida la perfida segregazione sociale: il Placido Inganno.

“L’idea di un’umanità dal destino condiviso, quali siano le disparità economiche o culturali, produrrà dei cambiamenti di scala nel concetto di identificazione con “l’altro”. In una società sempre più complessa, la capacità di identificazione con l’esperienza altrui aumenta: più essa si rinforza, più il nostro spazio di referenze si amplia. Ne deriva che a livello individuale ci si ritrovi con un minor attaccamento all’idea di frontiera, al concetto di chiusura e, invece, s’instauri una maggiore attenzione ai problemi globali, una maggiore sensibilità verso i grandi problemi planetari. In un mondo percorso da continue crisi di ogni genere, la distinzione tra nazionale e internazionale, tra “noi” e gli “altri”, perde la sua validità, e il comsmopolitismo diventa, da una parte una condizione e, dall’altra, un ideale interiore.”

Questa delicata visione planetaria appartiene a un residente di un quartiere… “esclusivo”.       (esclusivo= che tende a escludere o ha forza di escludere)

concetto di proporzione

Che il dibattito pubblico – oltre alle impetuose chiacchiere obnubilanti – sia dominato dalla pericolosa tendenza al ridirsi le stesse cose su fronti avversi, mi sembra un dato di fatto. Difficile, se non impossibile, poter leggere qualcuno o qualcosa che sappia allontanarsi dai consunti cliché, abbondantemente distribuiti dalle parti contendenti.

Càpita di dover rileggere i commenti informativi dei quotidiani fatti salienti per rendersi subito conto di essere confrontati con schieramenti inossidabili nelle loro stentoree, seppur supposte verità. Ciò può avvenire in modo esplicito per mezzo di dichiarazioni  talvolta arroganti, delle proprie posizioni acquisite,  oppure – e questo è in netto progresso – si assiste a un indottrinamento di sponda che si compiace nell’utilizzare i poderosi strumenti di convincimento, subdoli e indefinibili, ben finalizzati tuttavia alla costruzione di un senso comune egemone.

Molto si parla di biodiversità. Un tema ridondante e tuttavia parziale. Inascoltato e negletto ogni pensiero che venga a situarsi al di fuori dello schema di una biodiversità intesa nei termini prescritti dal sistema accademico e/o mediatico che si collocano principalmente sul crinale flora/fauna: tutti d’accordo nel proteggere macaoni, cedronelle e vanesse.

Leggo or ora anche l’aggiunta, nella lista dei “rischianti” l’estinzione, degli idiomi nazionali che parrebbero correre il serio pericolo di doversi sottomettere all’inglese imperante. Probabilmente tutti o quasi consenzienti nel salvaguardare la biodiversità di coscienza elvetica. Un’apertura coraggiosa che potrebbe imprudentemente aprire il discorso sulle pesanti asimmetrie culturali dettate dalla legge dei numeri, alla quale risulta assai difficile sfuggire. Proprio perché ogni altro angolo di valutazione (umano) che non ricalchi gli schemi imposti dal mainstream unidirezionale (flora/fauna), dovrà per forza di cose essere ricollocato all’interno della logica imposta, pena la sua disapprovazione.

Inoltre se non si parla di farfalle si rischia di andare a incunearsi in argomenti scottanti, a pescare nel torbido, sprofondare nell’abisso. Cosicché il concetto di biodiversità relativamente alla demografia culturale rimane un argomento blindato… bannato: tabù. Al massimo si propongono studi demografici in relazione agli eccessivi consumi delle popolazioni occidentali ora presenti sul pianeta. Nulla più. Già introducendo il termine “cultura” si rischia il ludibrio, la reazione stizzita, l’epiteto fatale: politicamente scorretto. È anche per questa ragione che il sostantivo “cultura” è un vocabolo insidioso: va affrontato con la massima cautela. Risulta tuttavia difficile concepire il multiculturalismo senza …le culture.

Proprio per i motivi di cui sopra, quindi materia assai negletta, è quella relativa alle cosiddette “asimmetrie demografiche”. La metto al plurale anche se, sostanzialmente, è un fenomeno che andrebbe inteso al singolare: riguarda il pianeta, riguarda le “proporzioni” demografiche relative al pianeta.

Con toni assertivi, si dichiara ormai solennemente, che nei Paesi occidentali (cosiddetti “ricchi”), sia in atto un preoccupante calo di nascite, alias: “decrescita demografica”. Per converso si narra, più sommessamente, che in altre parti del pianeta, definite “povere” si in atto, per contro, una forte crescita demografica. Oggettivamente si è quindi confrontati con uno “squilibrio demografico”.

In quasi tutti gli altri ambiti soggetti alla “ratio legis”, la “sproporzione” richiama immediatamente al suo opposto, cioè al concetto di equilibrio. Perfino fuori dalla “razionalità” statistica il tema è sostanziale. Nella storia dell’arte, d’altro canto, e in numerose occasioni, il concetto di proporzione è determinante. Ma nel nostro caso il senso di proporzionalità arrischia di decadere nella feroce contrapposizione ideologica.

Codesta premessa per dire che cosa? Semplicemente per ricordarci di spendere (bene) del tempo anche per un sereno dibattito che possa considerare quanto il concetto di simmetrie, di proporzione, di equilibrio, di misura anche demografici, siano la premessa indispensabile – per ogni essere umano – di avere corrette probabilità di un’esistenza dignitosa, senza l’obbligo di dover conformarsi, per decisione geopolitica, a una tragica estinzione di popoli che si avviano – demograficamente – a diventare minoritari.

 

 

 

ritardi incolmabili

La nostra storiella prende inizio quando, dalle nostre parti, si videro calare i margini di profitto prefissati dai  grandi “laboratori finanziari” che, immediatamente, si riunirono per trovare una soluzione confacente agli scopi.

Si scelse ovviamente la formula più semplice, rapida e …meno costosa: si decise di abbassare il costo, appunto, del lavoro: cercare le braccia dove si potevano pagare meno.

L’operazione fu definita – nella neolingua mercantile – in svariati modi: outsourcing, delocalizzazioni, esternalizzazioni, apertura dei mercati, perfino “mercato libero”, un termine, quest’ultimo, seppur radical chic, pieno d’incognite.  Il processo prese avvio con grande slancio. Si passò da investimenti “all’estero” con percentuali a una sola cifra 3-4% fino alle doppie cifre 45%, anche al 60 percento.

Quando l’occidente liberale, promotore teorico di un benessere diffuso, si accorse di poter arrotondare sempre più il malloppo appoggiandosi a lontani territori assai redditizi (un miliardo e mezzo di consumatori e forse più …wow!) e spostare scientemente tanta della sua industria alla ricerca di mercati esotici e di manodopera gratuita, allora ogni ripensamento sui Diritti Umani fu altrettanto scientemente relegato all’oblio. Chi osò allora una timida protesta venne immediatamente zittito di essere …“ideologico”.

A suo tempo manco si propose di firmare – oltre ai contratti che assicurassero gli affari – negoziazioni che chiedessero la rinuncia ai partiti unici, al superamento dei comunismi, a minime garanzie del rispetto di uomini, di ambiente e di diritti universali. Andava bene tutto pur di arraffare: Let’s Make Money! Anzi si accettò (incentivò!) perfino impoverimento dei salariati occidentali (“Ogni lavoratore è tenuto a competere con chiunque sul pianeta sappia fare il suo stesso lavoro.”) mettendo in ginocchio interi comparti industriali europei e costringendo i governi ad aumentare le spese per i contributi sociali.

Viceversa si applaudì all’ incremento scandaloso di ricchezza dell’azionariato cosmopolita e di un (im)prevedibile aumento di potere strategico …dell’emisfero asiatico. Fu un operazione nello stesso tempo arrogante e miope. Si speculava sull’abissale ritardo tecnologico – che si riteneva incolmabile – dei territori fornitori di manodopera “low cost. Una forma di abdicazione motivata esclusivamente dalla cupidigia.

L’industria occidentale coniò per tale processo, unicamente finalizzato agli interessi azionari, il concetto di inevitabilità: ineluttabile e necessaria apertura dei mercati verso un nuovo mondo …ideale. Il termine “apertura” assunse una pesante connotazione ideologica positiva e venne contrapposto a quello di “chiusura” che, simmetricamente diventò una parola tossica, impronunciabile. Come spesso accade, per contro, i risultati ottenuti non andarono completamente nella direzione auspicata.

Ecco anche perché ci sono coloro che iniziano a nutrire necessari sospetti sull’attuale risveglio critico occidentale nei confronti dell’Impero Celeste. Non si è sedotti dalla propaganda, come surrettiziamente si vuol far credere, si è semmai scandalizzati dai ripensamenti strumentali, tardivi, cinici e interessati oggi circolanti a palate.

Si potrebbe addirittura aggiungere anche la questione ambientale. L’alto investimento energetico estremo orientale, che noi ci sentiamo in diritto di biasimare, ci è in parte perfino imputabile: se il nostro consumo è essenzialmente sostenuto da una produzione volutamente delocalizzata in altri territori (la famigerata teoria dell’industria locale senza …produzione locale) i costi etici ed energetici di produzione e di importazione potrebbero perfino ricadere sulla committenza.

Nondimeno per l’intera faccenda ci sarebbero state soluzione più difficili, più complesse, più ragionate, più durature. Ma come sappiamo l’investitore non sa aspettare e non ama la complessità. Si andò a cercare braccia e mercati e ci si ritrovò con una imprevista concorrenza ad alti livelli industriali. L’arroganza occidentale …fabbrica una trappola dentro la quale essa stessa rimane impigliata. E fu così che l’occidente “insuperabile-mastro-produttore”, imboccò la scorciatoia del suo declino industriale e probabilmente anche di quello sociale.

Oggi l’impiego nei paesi occidentali offre uno spettacolo assai desolante. Il consumatore/salariato occidentale è costretto ad acquistare prodotti importati a basso costo perché subordinato a una retribuzione precarizzata dalla stessa concorrenza mondializzata: la prima causa della drastica riduzione del suo potere d’acquisto.

Il consumatore/salariato è il primo avversario del salariato/cosumatore. Inoltre su entrambe le sponde oriente/occidente, ci si è accorti che la produzione potrebbe essere assai maggiore di quanto i rispettivi consumatori sono in grado di potersi permettere.

In un sistema economico liberato dal dispositivo etico, risulta poi inutile richiamarci a quello morale quando si manifestano gli inevitabili effetti nefasti; questa è la ragione per la quale non ho mai creduto ai dispositivi morali… e ai sistemi economici esonerati dai principi etici.

bolscevica sirena

Eh sì, la normalità! Mica così semplice. Bisognerebbe approfondire il concetto… ovvero il …Grande Equivoco Libertario (un G.E.L fabbricato ad arte) spalmato tra le nostre contrade. Qualcuno vuol cambiare il mondo in peggio! Si urla sulla stampa ben informata. Lo scopo finale è (dovrebbe essere) – si grida – la costruzione di una dittatura liberticida: totalitaria, dispotica e tirannica.

Derubata da un blitz tutta la treccani dei sinonimi da …regime? Quale governo degenerato incombe sulle nostre apprezzate libertà? A chi è riferita tutta ’sta infausta lista d’aggettivi? Abracadabra: …il destinatario dei sinonimi (…the loser? the winner?) is: …il marxismo latente.

Niente paura, anzi vedo del panico: stiamo per commettere l’errore fatale. Abbandonarci nelle braccia della …bolscevica sirena. Cominciamo col dire che tra il: “proletari di tutto il mondo unitevi” e il “there is no alternative” c’è pure una differenza: la seconda è una chiara intimazione liberticida. E non appartiene ai primi, bensì ai sostenitori del Grande Equivoco Libertario, che ora vuol invertire le logiche.

Come non ricordare, nel crac del duemilaotto, le responsabilità …marxiste; lo scandalo libor: il marxismo;  le delocalizzazioni “asiatiche”: il marxismo; la delinquenza organizzata: il marxismo; la pandemia: il marxismo.

E l’infelicità di Leopardi? Pure il marxismo, che diamine! Mi sembra già di leggere i titoli di “economiche” news de noialtri: “Un’ideologia già superata ricompare baldanzosa in alleanza con i poteri forti: il «capital-comunismo-statale»”. “Una congiura tirannica contro una “libera” e accorta crescita mercantile.”

Abile e accorta crescita: come quella dei …“subprime”. Insomma, quando il mercatismo, imploso, l’hanno salvato per un pelo. Con un’iniezione. Miliardaria. Tutti i risparmi degli stati, dei contribuenti e dei …salariati. Zac! Azzerati.  Semplici e cicliche speculazioni fallimentari del mondo “libero”. Insomma, come disse Jeder…mann : non mi pare il caso di passare, sempre e comunque, un’intera vita a pagare i debiti dei …falliti! Tuttavia già si prevede chi dovrà accollarsi anche il post-pandemico. In nome del G.E.L.

Sappiamo anche che in qualche modo la libertà, prima o poi, si ritrova con le oscure arti del potere. Proprio perché non esiste una libertà generica. Ma questo lo si tace. Il dominio può essere travestito da consenso, alimentato dall’arte della persuasione. Basta possedere le chiavi dell’informazione.

Certo le espressioni che circolano non sono più quelle del vetero capitalismo: “La miglior ricetta per l’economia …dei salari? Avere molti in attesa di un lavoro fuori dei cancelli delle fabbriche”. Uno slogan molto in voga prima della covid. Già dimenticato? Lo sapevo.

Insomma c’è chi proibisce di leggere, oppure chi è in grado di disincentivare la lettura con un serrata propaganda negativa oppure con altre subdole seduzioni. I primi sono liberticidi (e ci sta) ma i secondi non lo sono di meno. Usano mezzi indiretti. Ti dicono che non sei necessariamente costretto, ben sapendo di creare le condizioni affinché  sia inevitabile.

seguendo il trend

Tutti conoscono il famoso ritornello pubblicitario che recita più o meno così: “ci sono cose che non si possono comprare, per tutto il resto c’è la carta di credito”.   Il modo di concepire i rapporti sociali ha subito un’accelerazione che va perfino oltre i dettami pubblicitari. Sulla base della propria disponibilità finanziaria si ha accesso a determinati beni e comportamenti. Acquisiti per decreto …consumistico.

Una condizione che offre aspetti inediti. Oltre alle vacanze dorate e all’auto dei sogni, ci si può permettere di viaggiare in autostrada (entro certi limiti, per ora) oltre i …limiti di velocità consentiti. Basta pagare l’addebito. Così vale per il divieto di sosta, che potrebbe diventare, per taluni benestanti, un optional, oppure ancora (già in alcune realtà) corsie preferenziali a pagamento. Inoltre si può assumere un “line stander” che attende, per ore, per te, in coda, sul marciapiede, davanti allo “store”, l’arrivo di un nuovo smartphone. Oppure visitare mostre dopo l’orario di chiusura, assistere alla partita in un comodo skybox. E via con la …card.

Seguendo il trend, capirete che davanti al primo contrattempo, insomma a un flop scolastico relativo ai figli scolarizzati di determinati ambienti sociali, corre il desiderio di giocare la …card di cui sopra. Per cui viene quasi in automatico il chiedere la sostituzione del/della docente implicato/a nel disguido, oppure il cambiamento di sede immediato della prole. D’altro canto e inoltre già esiste un …insistere a dicembre, per la partenza anticipata scopo …vacanze invernali, e al ritorno rivendicare subito l’esonero del proprio figlio/a dalla ginnastica per motivi inesistenti. Per alcuni, non è prassi desueta.

Altri ancora spingono per un’educazione adeguata al proprio rango, quindi disposti a chiudere i figli in un ghetto pedagogico fatto di insegnanti e programmi “giusti”, insomma adeguati alle proprie ambizioni. Ovvero il pretendere un scuola su misura, anzi a propria misura. Basta un reddito che te lo permetta e credi di ottenere ciò che desideri anche in ambito …didattico: orari flessibili, doposcuola serali, uscite culturali, docenti comprensivi. Oppure: diplomi prestigiosi, professori col dottorato, sede esclusiva, esami selettivi, frequenza subordinata a materie esclusivamente utili al futuro previsto per propri super-pargoli.

Per contro tutto il resto della vita sociale ci confronta con un irrimediabile e incessante inquadramento sistemico. Partendo dall’ingombrante tecnologia che pone essa stessa i cosiddetti paletti in ogni ambito autenticamente personale. Condizionamento al quale molti di noi tentano comunque di resistere e altri faticano a percepirne l’impatto perché vissuto come un necessario adattamento: la “mano invisibile” della società mercantile, benché totalizzante, non viene percepita con la stessa rilevanza della presenza evidente delle meno flessibili emanazioni organizzative statali.

L’individualizzazione/privatizzazione dell’insegnamento è un problema che ha fatto scorrere impetuosi fiumi d’inchiostro e che oggi surriscalda le tastiere dei tablet. Lo dico subito: non c’è garanzia che qualsivoglia individualizzazione “privatistica” scolastica primaria/secondaria porti poi, da adulto, a una maggiore “libertà di spirito” individuale e a una migliore qualità di vita. Vi sono studi, in tal senso, equamente contraddittori. A meno che non si abbia un’idea di libertà di tipo consumistico: mi vesto di viola quando per la “massa” (oggi si direbbe …il gregge) va di moda il verde.

L’alternativa è l’auto-confinamento in comunità specifiche organizzate in modo da escludere ogni condizionamento sociale/pubblico indesiderato. Sappiamo che esistono comunità di questo genere soprattutto oltreoceano.

Certo, nella pratica, si può apprendere la matematica con modalità didattico-casalinghe differenziate per ritmo, settori, temi, linguaggio utilizzato, gerarchie di contenuti, perfino con l’aiuto di istitutori provenienti dal… “emmaitii”. Oppure considerare la matematica (così come altre discipline scolastiche) un ambito senza alcun valore strumentale, conoscitivo, culturale. Quindi escludere dalla paletta didattica una o più conoscenze: una scelta assai condizionante che affidata ai “soli” genitori di un/una discente condurrebbe a una privazione, magari generatrice, in età adulta, di una ferita segreta nei confronti dell’autorità parentale. Per cui la condivisione (di una così delicata responsabilità di scelta) con l’istituzione sarebbe perfino eticamente auspicabile.

Credo tuttavia che l’idea di una “privatizzazione pedagogica”, travestita dalla richiesta di un “diritto” (alla base vi è sempre una “domanda legittima”), abbia in origine un significativo…”rovescio”. Cioè una profonda ipoteca ideologica che ha a che fare con il primato economico del sapere. In una società basata sul confronto, la conoscenza diventa uno strumento che sempre più assume un “valore” mercantile: sapere è potere, dicevano un tempo. Vale a dire una particolare conoscenza procura un valore aggiunto, un vantaggio nella competizione individuale, quindi deve restare un patrimonio circoscritto e protetto: da conservare come un bene prezioso. Un postulato di natura essenzialmente privata. Ne discende che la conoscenza diffusa coram populo attraverso l’istituzione (scuola pubblica) collide con i presupposti, appunto, precostituiti che sono il fondamento ideologico su cui si regge la competizione di tipo individualistico.

In tutto questo bailamme di desideri consumistici assai presenti in molte categorie genitoriali, la scuola “pubblica” viene a trovarsi in oggettive difficoltà. Vedo lì il significato “speculativo” di un’imperterrita e persistente rivendicazione privatistica.

spritz e tiritere

Il persistente diluvio quotidiano di notizie offusca ogni ordine valoriale e appanna il significato specifico dell’informazione. Ci sono due o tre cose che sarebbe necessario poter chiarire.

Il primo punto è il dopo-pandemia. Il come uscirne. Già vedi pedine, pedoni, alfieri, re e regine schierarsi (o fatti schierare) sulla scacchiera planetaria: mercati, stati e sudditi che prendono posizione. Anzi, molti di questi …ultimi (i sudditi) sono già stati lasciati “liberi” di andare al bar a festeggiare. Capirai che conquista. Magari concessa per non svelare troppo in anticipo chi sarà chiamato alla cassa, perché di questo si tratta: due spritz fanno dimenticare. Quasi tutto. Per esempio chi tribola da anni: cioè quelli al bar (ma c’è lo spritz) e pure quelli rimasti a …casa. Salari, pensioni e stato sociale congelati in attesa di tempi migliori.  Siamo sempre in attesa dei “capitali” tempi migliori che poi, sappiamo, sono sempre rimandati. Ora si tenta il colpaccio per il dopo-corona. Senza dare nell’occhio. Perché l’attenzione, si presume, sarà intensa. Il punto di partenza è chiaro: il mercatismo non dovrà essere toccato. Mi permetto di credere che sia previsto anche come …punto d’arrivo.

Inoltre basta e avanza ‘sta tiritera del debito “sovrano” dei cosiddetti paesi insolventi con annessa la-sempre-inadeguata reazione degli altri che parrebbero solventi. Insomma se sei un paese insolvente devi pur fare qualche cosa per tentare di diventare solvente. Non si può restare insolventi in eterno colpevolizzando i paesi solventi che sembrano fare spallucce ai Paesi insolventi. E anche qui i livelli di discussione s’intrecciano in arcane narrazioni declinate all’auto-promozione dell’insolvenza dove si tenta di sommare fatti che non sono affatto sommabili. Dall’ordo-liberalismo tedesco, passando attraverso un presunto malefico asse F/D, fino alla intermittente condanna di una nordicaeuropa; compresa la politica del semaforo affettivo verso le cosiddette zone “euroscettiche” allorquando mostrano interesse/disinteresse per l’insolvenza dei Paesi insolventi. Il fatto è assai semplice: se sei un paese insolvente c’è un unico rimedio. Tentare di diventare solvente.

Ci sarebbe anche un terzo elemento, ma è fuori tema, e quindi lo metto tra parentesi. (Sarebbe il presunto assalto …oops, all’Oms e, di riporto, al sino-ritardo relativo alla pandemia). Due cose che non dovrebbero essere confuse, ma che pare si vogliano con-fondere. Il sino-dragone è un grande paese indipendente e sovrano. Che, come i grandi Paesi indipendenti e sovrani, fa gli affari suoi. L’Oms è una struttura mondializzata d’emanazione Onu. Quindi politicamente corretta.  Messa lì, si narra, per vegliare su come dovrebbe funzionare la salute degli umani di questo pianeta. Un’ente globale di osservazione e di segnalazione sanitaria …globali. Un organismo che si vuole affidabile. Altrimenti perde il suo senso. Che ci sia stato un ritardo nel processo di comunicazione della pandemia è ovvio, come è evidente che i controllati possano tentare di sfuggire al controllo del controllore, ma il controllore, se è affidabile, deve pur ben controllare. Oppure diventa inaffidabile.

Infine perfino una quarta questione: il tracciamento. Tutti o quasi allergici. Dove va la nostra libertà?! Schedati, tracciati, spiati. Come fosse una pandemica novità. Già dimenticato Echelon.

 

assi di rotazione

Il fiume carsico del mercatismo, quindi della propaganda mondialista, scorre impunemente sotto la cronaca dei disastri della pandemia. “Bisogna fare in modo che la crescita economica e il libero scambio a livello globale non vengano intaccati da questa epidemia che prima o poi sarà superata”.

Ecco servito l’asse di rotazione, il caposaldo della “strategica” propaganda economicistica: il mondo di pochi che vuole imporre e gestire il mondo dei tanti. Un sistema che usa ogni mezzo anche perché ha …i mezzi per poterlo fare. Un meccanismo che rivela – come minimo e nello specifico – le reali difficoltà, la quasi impossibilità, di saper/poter accordare i principi di salute pubblica di prossimità con gli interessi totalizzanti della “sconfinata” organizzazione economica imposta. Ovvero: come lanciare un bolide alla velocità della luce e poi ricordarci che ci vogliono anni per riuscire a fermarlo. In altri termini: impossibile frenare gli effetti perversi di una indiscriminata globalizzazione.

La grande informazione dopo la scontata retorica dei buoni sentimenti, non sa trovare le parole per ricordarci quanto potrebbe essere un’occasione sprecata – nella ricostruzione post-pandemica – il non tentare di superare un modello fondato sulla deleteria illusione che i mercati bastino a sé stessi. Non certo una condizione da dover perpetuare. Si dice, che nelle facoltà di economia i (dis)corsi siano improntati, all’unisono, sulle indiscusse e soprattutto indiscutibili qualità del mercatismo globalizzato. Tipico della governance elevare questi progetti al rango di “obiettivi comuni”.

Nessuno che ci ricordi, con il necessario disagio, quanto i discorsi thatcheriani che intonavano ritornelli tipo “adattare lo Stato ai desiderata dell’impresa e del capitale” siano oggi diventati drammaticamente ridicoli. Nemmeno un cenno per ricordarci che dagli anni ottanta sino ad oggi il regime di politica economica neoliberale, con l’abbattimento delle minime regolazioni necessarie, anzi indispensabili, e con l’avida idea di “esternalizzare” molte produzioni, si è liberato quello che alcuni economisti hanno definito come lo “spirito animale” dell’economia.

Negli anni novanta ci è pur stato qualcuno che ha tentato inutilmente di cambiare il “mood” di questa illusoria e deleteria visione. Ma è stato subito rimesso al suo posto indicandogli la fuga degli investitori verso a) zone a basso regime fiscale e b) territori a manodopera para-gratuita. Altro capolavoro “global”. Una critica seria, documentata, perfino signorile  che tentasse tuttavia di ristabilire un certo ordine nella nociva infatuazione “economicistico-globa(e)litaria” (che ci è pure sfuggita di mano), è subito rintuzzata, ritradotta e diluita dai più ascoltati e diffusi mezzi d’informazione. Globali e regionali.

Si avanza perfino in codesto rituale di preventiva propaganda, la sconcertante immagine della “tenaglia ideologica” (sic) che propone la delirante idea secondo la quale una visione maggiormente egualitaria, di un società (anonima/per azioni?) sempre più atrocemente diseguale, sia sostenuta da coloro che aspettano “con le mani in mano” che la ricchezza arrivi dallo stato. Idea proprio espressa (ahinoi) in questi precisi termini. Sappiamo, invece e purtroppo, che gli Stati e i relativi cittadini stanno ancora pagando, in un interminabile clima di austerità contabile, la fattura del 2008, che ci stata consegnata “brevi manu” dal tonfo della finanza “creativa”. Tale “capolavoro mercantile” ha dimezzato la crescita nei Paesi del cosiddetto capitalismo avanzato. Il Pil (ancora oggi considerato {a torto} il termometro del capitale) in codesti Paesi si è fermato allo zero più. Grande impresa definire un classico autogol una conquista da salvaguardare. Paesi che ora, nel chiuso dei loro confini, devono trovare le soluzioni sanitarie e pure economiche per poter sopravvivere.

Scopriamo pure sui domenicali, quindi dalla solita armata di seriosi giullari distributori di chicchi di …”robusta” morale, che è stato il populismo che “ha abbassato le nostre difese morali” e che l’inquinamento mediatico “è causato soprattutto dai… social”. Che i pifferai magici sono (nientedimenoché) gli influencer facebookiani. Ma scopriamo anche che “la pandemia ci aiuterà a sfondare i muri della nostra indifferenza”. Cioè dell’indifferenza popolare(?), anzi (presumo s’intenda)…populista. I muri dei quartieri chic potranno comunque essere (ri)edificati e nel caso perfino rinforzati. Scopriamo infine che le nostre comunità (ri)cresceranno grazie… a delle non meglio precisate comunità… virtuali, che oltrepasseranno… la strettoia dell’individualismo”. Boh? Non ho mai letto così tante “amenità” (uso un termine politicamente corretto, perché non si sa mai…) concentrate in un così piccolo spazio di tempo.

Parrebbe quindi essere giunto il momento per magari poter rimediare i danni del meccanismo mondializzato, che dopo questa drammatica emergenza di salute pubblica (anche per onorare le vittime e coloro che sono al fronte) necessita di correzioni evidenti.  Non è certo il richiamarci alla propaganda mercantile e/o una sterile retorica dei buoni sentimenti, che si possa (ri)costruire un futuro dignitoso per le generazioni post-pandemia. Per concludere un pensiero di spicciola economia: Henry Ford, all’inizio del ‘900 decise di raddoppiare i salari dei suoi operai perché potessero comprare le auto prodotte. Non fece un’operazione “socialista”, ma strettamente lungimirante, permise semplicemente lo sviluppo di un consumo interno.